Un’altra Europa è necessaria

a cura del Centro Studi Streben

L’ultimo numero di “Micromega”, Un’altra Europa è necessaria (2/2019), raccoglie numerosi saggi dedicati ai principali problemi che travagliano attualmente l’Unione europea: le difficoltà economiche dell’eurozona, gli equilibri politici interni all’Unione, le migrazioni, i populismi e i rigurgiti fascisti, la Brexit, la questione ambientale.

Di particolare interesse sono gli interventi di natura economica, concordi nel rilevare che l’introduzione dell’euro ha tradito le promesse con cui era nato: doveva garantire una crescita sostenuta e omogenea in Europa, riducendo le differenze tra i vari Stati. Invece la moneta unica, combinata con l’abolizione degli ostacoli al movimento dei capitali, ha prodotto esiti asimmetrici: capitali ed investimenti si sono concentrati nelle aree forti dell’eurozona aumentando le differenze tra queste e le aree più deboli (i Paesi mediterranei in definitiva). I costi sono stati tanto maggiori quanto maggiori erano le differenze in termini strutturali e di finanza pubblica.

Mentre Riccardo Realfonzo (L’Europa malata e le riforme necessarie) ritiene che il punto critico non risieda tanto nell’euro in quanto tale bensì nell’assenza di meccanismi di riequilibrio macroeconomico, la tesi di Enrico Grazzini (Perché l’euro prima o poi crollerà), che riprende le critiche di Stiglitz e di Sen, appare più radicale: è l’euro stesso che ha dei difetti genetici poiché ha un impianto deflazionistico, è avverso al lavoro, alla piena occupazione, al welfare.

Per Realfonzo è quindi necessario introdurre delle riforme per giungere ad una diversa politica delle finanze pubbliche europee che rovesci le attuali politiche ispirate alla teoria della “austerità espansiva”, centrata sul taglio della spesa pubblica.

Le sue proposte si riassumono nella creazione di un vero bilancio della Ue che redistribuisca risorse tra Paesi forti e Paesi deboli; nella introduzione di obbligazioni europee il cui ricavato venga investito nelle aree che presentano un ritardo nello sviluppo; nella riforma della Banca centrale europea, che non abbia tra i suoi obiettivi solo la stabilità dei prezzi ma sia anche attenta ai problemi della bassa crescita e dello sviluppo.

Grazzini si concentra più sui difetti genetici dell’euro che sulle proposte per riformare un sistema che evidentemente per lui non è riformabile: pensa che l’introduzione di un bilancio comune, a cui accenna anche Realfonzo, che permetta di trasferire risorse dagli Stati più forti a quelli in difficoltà, sia un’illusione perché la Germania ha già più volte dichiarato che non accetterà una simile transfer union.

L’unico consiglio che avanza per Paesi come l’Italia è di riprendersi una qualche forma di sovranità monetaria pur rimanendo nell’euro: ad esempio introducendo una moneta alternativa, complementare all’euro, che potrebbe finanziare la ripresa dell’economia reale.

Ciò su cui concordano entrambi è l’impossibilità, per gli Stati deboli che ne fanno parte, di uscire dall’euro. Ma anche qui motivazioni e toni sono diversi.

Realfonzo ribadisce che la soluzione dei problemi sta nella qualità delle politiche fiscali, richiamando il fallimento di quelle esperienze storiche in cui si sono abbandonati i regimi di cambio fisso. Peraltro conclude pessimisticamente anch’egli che senza riforme non resterà che una scelta tra modalità alternative di uscita dall’euro.

Il pessimismo è ancora una volta radicale in Grazzini: l’euro è tenuto in vita più per il caos che la sua caduta produrrebbe che per i suoi benefici. Non ci resta che fare delle ipotesi su quando scoppierà la crisi definitiva dell’euro: a suo modo di vedere avverrà alla prossima, imminente, crisi finanziaria.

Agli equilibri politici interni alla Ue è dedicato il saggio di Vladimiro Giacché (E l’Europa si fermò ad Asquisgrana) che analizza in particolare il significato del recente trattato franco-tedesco firmato ad Asquisgrana dal presidente Macron e dalla cancelliera Merkel.

Col trattato Francia e Germania istituzionalizzano un meccanismo di intesa preventiva su molte materie di deliberazione della Ue. L’autore sostiene, contrariamente a chi interpreta il trattato come un passo verso una maggiore integrazione europea intorno al nucleo franco-tedesco, che esso configura una supremazia dei due contraenti su tutti gli altri membri dell’Unione e aggiunge che ne accrescerà quindi le spinte centrifughe.

Peraltro anche l’accordo non avviene tra pari: con esso la Francia, illudendosi di essere su un piedi di parità con la Germania, cerca di mascherare la sua debolezza, quando invece i punti centrali del trattato vanno incontro alle preoccupazioni e agli interessi della Germania.

Ma neanche quest’ultima gode attualmente di buona salute: dopo aver imposto un modello economico tutto basato sulle esportazioni e sulla compressione della domanda interna, ora che sta tornando il protezionismo farebbe comodo anche a lei disporre di un mercato interno europeo più ricettivo.

La conclusione dell’autore è che “due debolezze non fanno una forza”; il trattato, se non è propriamente definibile come una “secessione” lo si potrebbe almeno definire come un “arrocco” di due medie potenze che non riescono a mettere ordine in Europa.

 

 

 

#1-Il ministro del Tesoro della Ue

 #2- Brexit e profughi

#3-Il rinato impero asburgico contro i migranti

#4-La disintegrazione dell’Unione europea

#5 – Frontiere e nazionalismi

#6- Bruxelles “cuore” d’Europa

# 7 – Profughi: la nostra ignavia da Evian a Bruxelles

#8 – Un manuale antiretorico dell’Unione europea

#9 – Ventotene 2016

#10 – Orban e il referendum ungherese

#11 – Populismi ed euroscetticismi

#12 – L’unione a più velocità

#13 – Populismo, euroscetticismo, sovranismo

#14 – Il populismo 2.0 in Europa

#15 – Il dicembre 2017 dell’UE

#16 – Il gennaio 2018 dell’Unione Europea

#17 – DiEM25, Varoufakis e il “terzo spazio” in Europa 

#18 – Il settembre 2018 dell’UE

#19 – Governo italiano e Brexit: due problemi per l’UE

#20 – Profughi: la nostra ignavia da Evian (1938) a Bruxelles (2015)

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