#6 Diario Europeo – Bruxelles “cuore” d’Europa

Dopo i recenti attentati all’aeroporto e alla metropolitana di Bruxelles, la stampa specializzata e non ha iniziato ad interrogarsi su che cosa sono oggi il Belgio e Bruxelles, tanto più che questa città è il “cuore” dell’Europa, in quanto sede dei principali organi dell’Unione.

È in particolare dalla strage di Parigi del 13 novembre 2015 che tutti gli occhi si sono puntati su Bruxelles e sui suoi quartieri abitati da cittadini musulmani, poichè alcuni componenti del commando provenivano in particolare dal quartiere di Molenbeek.
Niccolò Locatelli sul numero di novembre 2015 della rivista “Limes” (Molenbeek da piccola Manchester a Belgikistan) ha per primo tracciato un breve ma organico quadro di Bruxelles e del suo quartiere più incriminato. Egli innanzitutto ricorda come Molenbeek sia stata “la piattaforma logistica di alcune delle più importanti operazioni jihadiste del XXI secolo: dall’omicidio di Ahmad Massoud, il leone del Panshir che combatteva i taliban in Afghanistan (ucciso due giorni prima dell’11 settembre 2001) alle bombe di Madrid del 2004, dalla sparatoria al museo ebraico di Bruxelles (maggio 2014) al massacro nella redazione di Charlie Hebdo (7 gennaio 2015), fino alla tentata (e fallita) strage sul treno Thalys Amsterdam-Parigi (21 agosto 2015)”. Inoltre il Belgio è il paese europeo con il più alto numero pro capite di  foreign fighters (1 ogni 1300 islamici belgi).

Una delle ragioni del proliferare dei fanatici islamisti è da ricercarsi nelle trasformazioni economico-sociali del Belgio. Nel dopoguerra i settori industriale e minerario del Paese hanno  attirato un rilevante numero di immigrati (soprattutto dal Marocco e dall’Algeria) che, con l’esaurirsi della crescita economica, sono stati progressivamente emarginati: “Mentre Bruxelles si consolidava nel ruolo di capitale d’Europa, chi non fosse almeno bilingue, altamente qualificato o lottizzabile nella pubblica amministrazione è stato progressivamente espulso dal mercato del lavoro. Agli immigrati maghrebini che avevano lavorato alla costruzione di strade e metropolitane fu offerta la nazionalità belga e un posto nelle agenzie di trasporti, mentre i loro figli sono rimasti privi di occupazione e hanno iniziato a dipendere dai sussidi statali”. La trasformazione di questa città ed in particolare di Molenbeek (un tempo chiamata “piccola Manchester” in virtù delle sue attività industriali) è al centro dell’articolo di G.Annicchiarico, La speculazione edilizia scommette sul ghetto (“Il Manifesto” 24.3.16) che documenta il processo di gentrification (trasformazione di quartieri popolari in zone residenziali borghesi) del quartiere, il cui mercato immobiliare è particolarmente attraente per molti investitori perché esso si trova a solo due fermate di metropolitana dalla Grande Place, cuore turistico e geografico della città; la pressione immobiliare, che tenderà ad espellere gli attuali residenti, rischia di provocare nuovo risentimento sociale.

Una seconda ragione che spiega la concentrazione di jihadisti a Bruxelles è la predicazione degli imam salafiti. Scrive ancora Locatelli: “A questi giovani figli di immigrati erano indirizzati i sermoni degli imam salafiti indottrinati dall’Arabia Saudita, invitati dal Belgio negli anni Settanta per ingraziarsi i favori (economici) di Riyad. La predicazione salafita, più radicale e favorevole alla violenza, inizialmente non ebbe molta presa. Ma assieme alla guerra contro i sovietici in Afghanistan e al conflitto in Algeria, essa favorì il rapido emergere di una nuova generazione di belgi islamici avversi ai valori occidentali e in empatia con il jihåd”.

 

Se crisi economica e esposizione all’Islam salafita sono condizioni comuni a molte periferie d’Europa, una terza ragione riguarda specificamente gli assetti istituzionali e nazionali del Belgio: “Il federalismo qui ha raggiunto livelli parossistici: oltre al governo centrale c’è un governo fiammingo, uno della Vallonia, uno della comunità francofona, uno della comunità germanofona e uno della regione di Bruxelles. Nella sola capitale (1,2 milioni di abitanti) ci sono 19 Comuni, 19 sindaci e ben 6 dipartimenti di polizia diversi, poco propensi a collaborare tra loro e ancor meno con le polizie dei paesi confinanti, tra cui la Francia. L’emissione dei passaporti è stata centralizzata solo nel 1998: prima di allora a chi avesse voluto dei documenti da falsificare sarebbe bastato fare irruzione in uno dei 520 municipi del paese e rubare dei passaporti vergini. A queste peculiarità di carattere amministrativo si aggiunge un apparato di intelligence assolutamente inadatto – in termini numerici e qualitativi – a raccogliere informazioni in un paese di 11 milioni di abitanti e in una città che ospita il quartier generale dell’Unione Europea, della Nato e di oltre duemila agenzie internazionali. Preoccupato di mantenere la sua tradizionale neutralità e di non urtare la suscettibilità delle sue diverse comunità linguistiche e nazionali, il Belgio ha sempre dedicato poche attenzioni e poche risorse alla sicurezza”.

Lo Stato belga può essere considerato uno “specchio” dell’Europa per almeno due aspetti: l’assetto istituzionale e nazionale e la mancata integrazione delle comunità islamiche immigrate.

Ian Buruma nell’ultimo numero della “New York Review of Books”  (aprile 2016) con l’articolo In the Capital of Europe traccia un parallelo tra Bruxelles, il Belgio e l’Unione europea: hanno in comune la mancanza di una chiara identità e una accentuata frammentazione con un debole potere centrale che le conduce alla paralisi; sono ancora degli esperimenti, che hanno davanti a sé varie possibilità di evoluzione.

Attraverso una suggestiva passeggiata per la città, Buruma mostra come tutti gli edifici che accolgono le istituzioni europee, a cominciare dall’enorme Berlaymont, quartier generale della Commissione, hanno le stesse caratteristiche: sono privi di appeal storico, culturale ed estetico, giganti di  acciaio e vetro che vogliono far sembrare la Ue più potente e forte di quello che è. Si tratta di un’architettura razionalista ed “astratta” esattamente come lo è l’architettura della “costruzione” politica europea, che mostra tutti i suoi limiti quando si tratta di ottenere la fiducia e la lealtà dei cittadini di 28 diversi Paesi. La legittimazione della Ue non può che passare attraverso una democratizzazione delle istituzioni ed un patriottismo costituzionale europeo (un sentimento di lealtà e di attaccamento nei confronti di una Costituzione europea fondata su principi di libertà e di eguaglianza): ma la strada per giungervi non è ben chiaro quale possa essere.

La mancata, o quantomeno difficile, integrazione delle comunità islamiche immigrate è l’altro elemento che accomuna il Belgio ed il resto d’Europa.

In Belgio, in particolare, sembra si siano creati due universi paralleli tra nativi e immigrati: la disoccupazione media nei quartieri abitati dai secondi arriva al 30% ed oscilla tra il 40% e il 60% tra i giovani, il 28% lascia la scuola senza un diploma di scuola media e a 17 anni il 68% è stato bocciato almeno una volta (dati citati da D.Van Reybrouck, La prima ferita di Bruxelles, “La Repubblica” 29.3.16). L’integrazione degli immigrati non è mai stata una priorità perché il Paese è da sempre concentrato sul tentativo di sanare la frattura tra fiamminghi e valloni: per uno Stato senza una coscienza comune è ancora più difficile offrire agli stranieri valori ed istituzioni in cui identificarsi (bisogna peraltro aggiungere che vi è chi è convinto che la situazione belga non sia così grave e comunque sia meno esplosiva di quella che si vive nelle banlieues francesi: si veda l’articolo della co-presidente dei verdi europei Monica Frassoni, Il Belgio è uno Stato distratto, sbagliato dire che è fallito, “L’Unità” 30.3.16).

Il Belgio è stato tra i primi paesi in Europa a riconoscere ufficialmente l’Islam come religione ma non ha fatto abbastanza per integrare le persone. Per correre ai ripari, già dopo gli attentati di Parigi, il ministro dell’Istruzione del governo vallone, Jean-Claude Marcourt ha prodotto un rapporto “Modern Islam in Belgium”, in cui vengono indicati i provvedimenti da prendere per invertire la rotta: innanzitutto formare gli imam insegnando loro la lingua francese e obbligandoli a predicare in francese,  poi produrre un programma televisivo rivolto all’Islam e istituire una cattedra universitaria che offra una lettura “moderna” dell’Islam, infine fissare “quote rosa” negli organi che guidano i luoghi di culto. A tutto ciò si deve aggiungere il finanziamento statale dei luoghi di culto e degli stipendi degli imam.

Questo piano ha ricevuto il plauso di molti osservatori che però sottolineano come un passo oltremodo decisivo sarebbe allontanare l’Arabia Saudita dalla Grande Moschea di Bruxelles, dove essa finanzia i predicatori salafiti: ma la ragion di Stato (cioè gli interessi economici) lo hanno finora “sconsigliato”.

A cura del Centro Studi di Acmos

 

#1-Il ministro del Tesoro della Ue

 #2- Brexit e profughi

#3-Il rinato impero asburgico contro i migranti

#4-La disintegrazione dell’Unione europea

#5 – Frontiere e nazionalismi

06/04/2016
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