16# Diario Europeo: Il gennaio 2018 dell’Unione Europea

 

a cura del Centro Studi Streben

L’uscita del Regno Unito dall’Ue ha prodotto dei problemi contabili alla Ue. Il prossimo bilancio pluriennale (2020-2027) dell’Unione dovrà far a meno dei contributi del terzo Paese membro per risorse versate (mancheranno tra i 12 e i 14 miliardi l’anno). Sarebbero necessarie nuove spese relative a immigrazione, controllo delle frontiere esterne, sicurezza e difesa, che comporteranno, secondo primi calcoli, attorno ai 10 miliardi di euro l’anno.

La discussione è già iniziata anche se entrerà nel vivo solo a partire da maggio quando la Commissione presenterà le sue proposte. Pur in presenza di una situazione economica migliorata, le difficoltà politiche creeranno molti problemi: a cominciare dai Paesi dell’Europa centro-orientale, ci sarà la volontà di investire nuove risorse? Molti analisti temono che la scelta, per far fronte al buco della Brexit e alle nuove sfide, sarà quella di tagliare altre voci di spesa senza finanziamenti aggiuntivi.

Il 10 gennaio si è tenuto a Villa Madama il Vertice del Mediterraneo tra i sette paesi mediterranei della Ue: la dichiarazione finale auspica consultazioni popolari in tutta la Ue sulle priorità per il futuro, la creazione di liste transnazionali per l’elezione dell’Europarlamento e “uno sforzo per costruire un nuovo e giusto sistema comune europeo per l’asilo” che tenga finalmente conto degli sforzi che devono compiere i Paesi che si trovano in prima linea (Italia, Grecia, Cipro).

Il giorno successivo ha avuto luogo l’incontro tra Gentiloni e Macron in vista della firma (prevista entro la fine dell’anno) di un “Trattato del Quirinale” tra Italia e Francia, sul modello del “Trattato dell’Eliseo”, per stabilire modalità e scopi di una cooperazione bilaterale che abbia come obiettivo generale un’Europa sociale e forte nel mondo, e come obiettivi più specifici una politica dell’immigrazione fondata su “concetti di responsabilità condivisa”, una politica economica volta alla crescita, politiche sociali inclusive, un rafforzamento della difesa europea.

Si coglie in questa iniziativa un altro sforzo del presidente Macron di consolidare i rapporti tra i Paesi della “Vecchia Europa” per farne un nucleo centrale di un nuovo progetto europeista.

Il 22 gennaio l’Assemblea nazionale francese e il Bundestag tedesco hanno votato la revisione del Trattato dell’Eliseo firmato il 22 gennaio del 1963, che ha costituito la base della cooperazione tra Francia e Germania negli ultimi 55 anni.

L’obiettivo è incrementare l’integrazione tra i due Paesi e creare “uno spazio comune franco-tedesco, con regole armonizzate” relativamente, in particolare, al diritto societario, al regime di fallimento e alla fiscalità per le imprese; inoltre si parla di potenziare la formazione e l’apprendistato, di cooperare in modo più stretto in materia di difesa, politiche migratorie, lotta al cambiamento climatico.

Il nuovo trattato dovrebbe essere approvato entro la fine dell’anno. Il suo significato è evidente: fa seguito all’ormai celebre discorso di Macron alla Sorbona in cui il Presidente francese aveva lanciato la proposta di una rinnovata partnership franco-tedesca necessaria per dare un nuovo impulso ad un’Unione europea «troppo debole, lenta e inefficiente».

L’iniziativa di Macron e della Merkel è guardata con un certo sospetto da quei paesi che non sono favorevoli ad una maggiore integrazione europea e che temono di essere tagliati fuori da una nuova possibile fase nella storia dell’Unione europea.

Con il Piano Prodi, presentato a Bruxelles il 23 gennaio, ha fatto la sua comparsa nel dibattito pubblico dell’Unione l’urgenza di un rilancio dell’”Europa sociale”, anche per riavvicinare i cittadini alle istituzioni europee e per contrastare i populismi.

Si tratta di un documento promosso dall’associazione delle banche pubbliche europee (per l’Italia la Cassa Depositi e Prestiti) e ideato da un gruppo di studio presieduto da Prodi.

L’idea è di creare un fondo per investimenti sociali finanziato con l’emissione di obbligazioni adatte a grandi investitori: i capitali così raccolti servirebbero a finanziare scuole di tutti i livelli, strutture sanitarie e l’edilizia sociale.

E’ un piano che finalmente rimette al centro le necessità sentite come più urgenti dai cittadini europei, e qualcuno si è spinto a parlare di un New Deal europeo. Pur guardando con interesse a questa proposta, osservatori di sinistra hanno fatto notare che nel piano manca l’individuazione delle risorse necessarie a fornire i servizi resi disponibili dalle infrastrutture: finanziare la costruzione di infrastrutture senza finanziare l’erogazione dei servizi si rivela essere un progetto monco. Inoltre, se si volesse propriamente parlare di New Deal, bisognerebbe predisporre un programma per creare occupazione duratura: la mancanza di lavoro resta il problema numero uno dell’Unione e su questo il piano Prodi è carente.

 

 

#1-Il ministro del Tesoro della Ue

 #2- Brexit e profughi

#3-Il rinato impero asburgico contro i migranti

#4-La disintegrazione dell’Unione europea

#5 – Frontiere e nazionalismi

#6- Bruxelles “cuore” d’Europa

# 7 – Profughi: la nostra ignavia da Evian a Bruxelles

#8 – Un manuale antiretorico dell’Unione europea

#9 – Ventotene 2016

#10 – Orban e il referendum ungherese

#11 – Populismi ed euroscetticismi

#12 – L’unione a più velocità

#13 – Populismo, euroscetticismo, sovranismo

#14 – Il populismo 2.0 in Europa

#15 – Diario Europeo: il dicembre 2017 dell’UE

 

06/02/2018
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