Diario Europeo #3 – Il rinato impero asburgico contro i migranti

A cura del Centro Studi di Acmos.

Mercoledì 24 febbraio l’Austria ha convocato a Vienna i ministri degli Interni e degli Esteri di Fyrom (Macedonia), Croazia, Slovenia, Serbia, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Albania, Kosovo, Bulgaria, per trovare un coordinamento nella “gestione” dei flussi migratori della rotta balcanica (Balkan Route). Gli accordi presi riguardano lo scambio di agenti di frontiera e la definizione di quote giornaliere d’ingresso, ma l’obiettivo politico consiste nel creare un fronte comune per condizionare la politica comunitaria sull’immigrazione.

 

In particolare, il “nuovo impero asburgico” ha manifestato il suo appoggio alla Fyrom nel contenzioso con la Grecia: dopo aver bloccato sul confine a Idomeni i richiedenti asilo afghani e quelli che non possiedono un documento valido, la Fyrom ne sta facendo passare solo cento al giorno. La Grecia ha protestato vigorosamente poiché la gestione dei flussi dei migranti che la riguardano direttamente è stata decisa da Paesi comunitari con Paesi che non  fanno parte della Ue, estromettendola dal vertice: il timore ultimo della Grecia è di diventare il “Libano d’Europa” (un immenso campo profughi).

E’ stata l’Austria, la scorsa settimana, a dare il via alle restrizioni, sostenendo che, dopo aver già accolto circa 120.000 profughi, non avrebbe accettato più di 80 richiedenti asilo al giorno e avrebbe consentito solo 3200 transiti al giorno verso il confine tedesco. La decisione era accompagnata da un duro attacco alla Germania rea di un comportamento ondivago, incerta se continuare sulla linea Merkel di accoglienza o decisa anch’essa a frenare l’arrivo dei profughi. Per il momento, il silenzio della Merkel sembra una scelta interlocutoria in attesa del Consiglio europeo del 7 marzo allargato alla Turchia in cui spera che si trovi un accordo per affidare al premier Erdogan il compito di arrestare i flussi che dalla Siria e dal Medio Oriente in generale si muovono verso l’Europa.

Intanto anche in Germania si sta lentamente modificando la politica delle porte aperte: l’Asylpaket 2 (“pacchetto asilo 2”) in via di approvazione nei due rami del Parlamento prevede la sospensione dei ricongiungimenti familiari per i profughi nei primi due anni di permanenza in Germania, i respingimenti automatici verso i Paesi cosiddetti “sicuri”, i costi dei corsi di lingua e cultura tedesca a carico dei migranti.

Il premier ungherese Orban, capofila del gruppo di Visegrad (Ungheria, Repubblica ceca, Polonia, Slovacchia), si è scagliato anch’egli in questi giorni contro la politica tedesca, arrivando a minacciare di indire un referendum tra i cittadini ungheresi affinchè si pronuncino pro o contro la decisione comunitaria relativa alla ripartizione obbligatoria di quote di profughi (l’esito appare scontato): l’iniziativa costituisce l’ultimo atto dell’escalation xenofoba ed anticomunitaria del premier ungherese, dopo che già nel dicembre scorso l’Ungheria e la Slovacchia avevano presentato un ricorso presso la Corte di giustizia europea.

Da un punto di vista costituzionale non c’è la possibilità di modificare gli accordi internazionali ma il partito di estrema destra Jobbik si è già incaricato di proporre una modifica della Costituzione a questo riguardo.

L’élite dirigente ungherese, come avviene anche in altri paesi del centro Europa, adduce ragioni storiche alla sua politica di chiusura verso i profughi: ricorda che si tratta di popoli etnicamente piuttosto omogenei che non hanno esperienze recenti di immigrazioni extra-europee e che sono quindi molto gelosi della loro identità. Si sfrutta un’identità che si è costruita, poi, nei secoli, nell’opposizione al mondo musulmano rappresentato dall’Impero ottomano: l’arrivo dei profughi musulmani è vissuto come una pacifica ma subdola minaccia islamica allo spirito cristiano degli autoctoni.

Troviamo una riflessione di ordine storico anche in un articolo di Claudio Magris (Il ritorno asburgico e la furia nazionalista “Corriere della Sera” 27.2.16), in cui lo studioso della letteratura mitteleuropea ci ricorda come l’immagine dell’impero asburgico come Stato plurinazionale, luogo di concorde convivenza di popoli diversi, sia piuttosto mitologica e come invece i rapporti tra le varie comunità nazionali fossero spesso decisamente conflittuali.

Una volta poi disintegrato l’impero, alcuni degli Stati che da esso nacquero perseguirono progetti aggressivamente nazionalistici (la Grande Ungheria, la Grande Romania …): l’ultimo tragico esempio delle tensioni di quell’area è stata la guerra civile jugoslava.

Magris osserva peraltro che alcuni Paesi europei, che non hanno il passato dei popoli ex asburgici, non si dimostrano certo più sensibili alla tragedia dei profughi, e quindi la sua conclusione è che quelle frontiere chiuse e quei reticolati non si spiegano guardando alla storia passata di quelle nazioni ma al presente di un mondo sempre più instabile che prefigura un cambiamento che non riusciamo ad immaginare e che ha forti somiglianze con la fine del mondo antico. “I nuovi, arroganti e beoti padroni della terra si illudono che il loro dominio, i loro bottoni che spostano a piacere uomini, cose, ricchezza e povertà, sia destinato a durare in eterno. Esso potrebbe crollare come è crollata Babilonia e i migranti di oggi o meglio i loro prossimi discendenti si aggireranno fra le rovine della ricchezza tracotante e volatilizzata come un tempo i barbari fra le colonne e i templi abbandonati”.

 

Diario Europeo #2: Brexit e profughi

 

Diario Europeo – Il ministro del Tesoro della Ue

01/03/2016
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