Governo italiano e Brexit: due problemi per l’UE

 

a cura del Centro studi di Acmos

Nel conflitto con le istituzioni europee sembra che il governo italiano voglia puntare sul ruolo certo non secondario del nostro Paese negli equilibri del continente. Il principio che sembra valere per le grandi banche durante le crisi finanziarie, “troppo grandi per permettere che falliscano” (“too big to fail”), potrebbe valere per l’Italia in Europa: ci si può permettere che l’Italia esca o sia costretta ad uscire dall’Euro? Essendo la terza economia in Europa questo esito comporterebbe un terremoto per tutta l’Eurozona: il nostro governo sembra scommettere su questo implicito ricatto.

Un interessante articolo di Sergio Fabbrini (In diciotto contro l’Italia, l’Eurozona si rafforza, “Il Sole 24 Ore” del 18.11.18) avanza il sospetto che le cose potrebbero andare diversamente, e cioè che “la marginalizzazione dell’Italia dall’Europa rafforzerebbe, e non già indebolirebbe, quest’ultima”.

In passato, quando qualche governo nazionale deviava dal rispetto delle regole, vi erano sempre altri governi che condividevano le ragioni delle deviazioni dai parametri. Per la prima volta, la proposta di bilancio dell’Italia non ha trovato l’appoggio di nessuno dei 18 Paesi dell’Eurozona ed addirittura i più rigidi nei confronti dell’Italia sono stati proprio i governi (come quello austriaco) più ideologicamente vicini al nostro.

In questi giorni, il motore franco-tedesco pare essersi riavviato: Macron ha proposto la creazione di un esercito europeo raccogliendo il consenso della Merkel e poi nel Consiglio europeo di dicembre si parlerà di un Fondo per l’Eurozona finalizzato a realizzare investimenti, ma solo per gli Stati che rispettano le regole fiscali (l’Italia dunque non vi rientrerebbe). Questo fondo servirebbe indirettamente a rendere più salda la moneta unica e qualcuno avanza il sospetto che possa rispondere anche alla necessità di avere pronto un dispositivo stabilizzatore di fronte ad un ipotetico collasso dell’Italia: una ristrutturazione del debito italiano, anche senza arrivare al default, potrebbe contagiare altri Paesi deboli e allora il Fondo svolgerebbe un importante ruolo di stabilizzazione.

Sembra anche di intravedere nella proposta franco-tedesca la convinzione che l’Eurozona debba muoversi con una velocità diversa, in fatto di progressiva integrazione, rispetto al resto dell’Unione.

Naturalmente bisognerà vedere se Macron e Merkel, indeboliti sul piano interno dalle vicende degli ultimi mesi, avranno davvero la forza per imporre una svolta alla politica europea.

Non è solo la politica perseguita dal nostro governo a favorire un ricompattamento dell’Unione europea: anche la questione Brexit sembra agire nella stessa direzione.

La vittoria del Leave al referendum del 2016 aveva rappresentato il primo grande successo degli euroscettici all’interno di un grande Paese europeo.

L’entusiasmo dei sovranisti di tutta Europa è però durato poco: sono subito emerse tutte le complicazioni di ordine economico che tale scelta comportava e soprattutto è sfumata la speranza del governo inglese di una spaccatura all’interno del fronte europeo che rendesse meno dure le condizioni poste dalla Ue per l’uscita del Regno Unito. Gli europei, anzi, sono rimasti compatti e intransigenti proprio per scongiurare nuove future defezioni ed in questi giorni la May è stata costretta a firmare un accordo che ha scontentato l’ala più radicale del suo partito, portando addirittura alle dimissioni di alcuni ministri.

Lo scontento dei Brexiters è comprensibile, poiché tutti gli aspetti “controversi” dell’appartenenza all’Unione non vengono sciolti e contemporaneamente il Regno Unito non ha più potere decisionale in seno alle istituzioni europee: da un punto di vista economico la soluzione trovata è stata una unione doganale, una zona di libero scambio, che poco cambia rispetto alla situazione precedente (ma che d’altra parte si è resa necessaria per evitare che si ricreasse un hard border tra Ulster e Irlanda); cittadini britannici su suolo Ue o cittadini Ue su suolo britannico, quanti cioè si sono o si saranno stabiliti e regolarmente registrati prima della fine del periodo di transizione (dicembre 2020), continueranno a godere degli stessi diritti (residenza, assistenza sanitaria, previdenza); la Corte di giustizia europea deciderà in ultima istanza sul rispetto degli accordi di divorzio.

L’accordo diventerà operativo solo dopo il voto del parlamento di Westminster (probabilmente il 10 o il 12 dicembre) che lascia tutti con il fiato sospeso: se sarà approvato Londra uscirà dalla Ue il 29 marzo 2019 e si aprirà un periodo di transizione fino ad un accordo definitivo sulle condizioni dei nuovi rapporti con la Ue (che dovrebbe essere stipulato entro il 31 dicembre 2020); se sarà bocciato si aprirà la possibilità di un’uscita del Regno Unito dalla Ue senza nessun accordo (no deal), una prospettiva drammatica per tutti a cominciare proprio dal Regno Unito.

 

 

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#9 – Ventotene 2016

#10 – Orban e il referendum ungherese

#11 – Populismi ed euroscetticismi

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#13 – Populismo, euroscetticismo, sovranismo

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#16 – Il gennaio 2018 dell’Unione Europea

#17 – DiEM25, Varoufakis e il “terzo spazio” in Europa 

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