#17 Diario Europeo – DiEM25, Varoufakis e il “terzo spazio” in Europa

a cura del Centro studi di Acmos

 

Il 9 febbraio 2016 Yanis Varoufakis, ex ministro delle finanze del governo greco, ha lanciato a Berlino un nuovo movimento europeista denominato DiEM25, cioè Democracy in Europe Movement 2025.

 

 

L’obiettivo del movimento è la democratizzazione dell’Unione europea da realizzarsi attraverso la convocazione di una Assemblea costituente europea nel 2025.

Il movimento, già diffuso nella maggior parte dei Paesi europei, si presenta sinteticamente così:

Noi crediamo che l’Unione Europea si stia disintegrando. Gli europei stanno perdendo la fiducia nella possibilità che vi siano soluzioni europee ai problemi europei. Nello stesso momento in cui la fiducia nell’UE è in declino, vediamo montare la misantropia, la xenofobia e il più pericoloso nazionalismo.
Se questo processo non viene fermato, temiamo un ritorno agli anni ’30 del secolo passato, con tutto ciò che di così nefasto per la storia essi comportarono.
Ecco perché ci siamo riuniti a dispetto delle nostre diverse tradizioni poilitiche – Verdi, sinistra radicale, liberali – per riuscire a raddrizzare questa china pericolosa in cui L’UE sta scivolando. l’UE deve diventare il regno della prosperità condivisa, della pace e della solidarietà per tutti gli europei.
Dobbiamo agire rapidamente, prima che l’UE si disintegri”.

 

Recentemente, nel 2017, Varoufakis ha pubblicato, con un altro fondatore di DiEM25, Lorenzo Marsili, un volume presso Laterza dal titolo “Il terzo spazio. Oltre establishment e populismo”.

Il libro presenta il giudizio che gli autori danno dell’attuale stato della Ue e le proposte che essi avanzano per la riforma in senso democratico delle istituzioni europee.

 

Ritengono che attualmente l’Europa sia un campo di battaglia tra un establishment ormai in grave crisi (che difende un assetto oligarchico dell’Unione e pratica una politica dell’austerità) e un’internazionale nazionalista che sfrutta il senso di insicurezza dei cittadini europei per promuovere una piattaforma identitaria ed autoritaria. E’ urgente creare un “terzo spazio” che permetta di sottrarsi a questa tragica alternativa.

 

 

Gli ultimi decenni sono stati caratterizzati dal rafforzamento del protagonismo dei mercati finanziari, dalla svalutazione del lavoro, dal primato del privato sul pubblico: in generale è stata, come si suole dire, l’economia ad imporsi sulla politica. Gli autori contestano quest’ultima affermazione osservando che questo primato è stato frutto di scelte prettamente politiche (ad esempio la libera circolazione dei capitali) e che quindi è stata la politica attuata dai governi europei a consegnare all’economia lo scettro del comando. In particolare è mutato il ruolo dello Stato, che è stato messo al servizio del capitale; mentre in passato il ruolo dello Stato era proteggere la società dai capricci del mercato ora il suo ruolo è proteggere il mercato dai capricci delle scelte dei cittadini (viene riportata la celebre asserzione di Schäuble, ministro tedesco delle finanze, “Le elezioni non possono cambiare la linea di politica economica”).

 

 

Il “fondamentalismo di mercato” è il male fondamentale dell’attuale Ue e non ce ne si libera né con la riforma dei Trattati né con l’uscita dall’euro: nel primo caso c’è il rischio che la riforma dei Trattati e il “più Europa” porti ad una definitiva costituzionalizzazione delle politiche di austerità, nel secondo caso uscire dall’euro sarebbe disastroso e non ci libererebbe dal fondamentalismo di mercato, in quanto ci ritrovereremmo in uno Stato nazionale prigioniero delle stesse oligarchie (questa volta nazionali) e dello stesso fondamentalismo.

 

L’incapacità di rinnovamento dell’establishment ha fatto nascere una internazionale nazionalista e reazionaria, le cui avanguardie hanno già conquistato alcuni Paesi dell’Europa centro-orientale. Il paradosso è che la natura autoritaria di questi governi guidati dall’ ”uomo forte” dà ai cittadini la sensazione di aver trovato una via d’uscita a quella soffocante affermazione ripetuta dagli esponenti dell’establishment “non c’è alternativa”: l’ “uomo forte” restituisce un senso di liberazione e di possibilità. Ancora più paradossale è che restituisce ai cittadini la convinzione di poter recuperare un senso di sovranità popolare, cuore di ogni democrazia.

 

Bisogna impegnarsi per convogliare il rifiuto dell’establishment verso una nuova democrazia inclusiva, e non escludente come quella dei Paesi dell’Europa centro-orientale.

 

Per gli autori recuperare democraticità non significa tornare alla nazionalizzazione dei processi decisionali bensì europeizzare alcune questioni (debito, investimento, banche) e decentrare il resto alla dimensione più prossima al cittadino (propongono un nuovo municipalismo europeo, a partire dalle esperienze di alcune città, come ad esempio Barcellona).

 

Ma non si potrà cambiare l’Europa senza cambiare gli Stati: parecchie pagine del libro sono dedicate alle battaglie politiche da condurre all’interno degli Stati nazionali per raggiungere questo obiettivo, sia dal punto di vista economico, per redistribuire la ricchezza, sia dal punto di vista delle riforme istituzionali (ad esempio, riferendosi all’Italia, operare per far in modo che la Banca d’Italia torni di proprietà pubblica, il suo direttore sia espressione del Parlamento e lo stesso Parlamento possa influenzare le politiche della Banca).

 

Per quanto riguarda gli obiettivi economici da perseguire in Europa, Varoufakis ed il suo movimento propongono un Green New Deal per l’Europa, ossia un piano di investimenti per un’economia ecologica ed innovativa da finanziarsi attraverso un diverso uso del quantitative easing praticato dalla BCE, in grado di trovare anche fondi per un programma europeo di contrasto alla povertà; suggeriscono l’introduzione di un dividendo universale di base che permetta di condividere la remunerazione del capitale, i cui profitti continuano ad essere privatizzati mentre l’innovazione tecnologica avviene sempre più attraverso processi e finanziamenti pubblici e collettivi.

 

Dal punto di vista politico-istituzionale, la proposta è quella di battersi per la convocazione di un’Assemblea costituente eletta a suffragio universale che rediga dei nuovi Trattati da sottoporre poi ad un referendum paneuropeo: la proposta è diretta conseguenza della totale sfiducia che la revisione dei trattati possa essere affidata ad una Convenzione intergovernativa, dato che i governi nazionali sono i principali responsabili della situazione in cui versa l’Unione europea.

 

Le gambe politiche su cui far marciare le proposte di riforma della Ue devono essere delle nuove forze politiche europee, da intendersi sia come partiti nazionali e piattaforme locali che ragionino e agiscano a livello transnazionale sia come un nuovo movimento direttamente transnazionale che si presenti alle elezioni del parlamento europeo (ed è ciò che DiEM25 farà probabilmente già a partire dalle elezioni del 2019).

 

Nella conclusione, Varoufakis e Marsili commentano la praticabilità della loro proposta con queste parole: “Utopico non è immaginare un cambiamento possibile e necessario, ma immaginare che le cose possano restare come sono oggi”.

 

 

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#8 – Un manuale antiretorico dell’Unione europea

#9 – Ventotene 2016

#10 – Orban e il referendum ungherese

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#12 – L’unione a più velocità

#13 – Populismo, euroscetticismo, sovranismo

#14 – Il populismo 2.0 in Europa

#15 – Il dicembre 2017 dell’UE

#16 – Il gennaio 2018 dell’Unione Europea

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