#10 Diaro Europeo – Orban e il referendum ungherese

Il 2 ottobre i cittadini ungheresi sono stati chiamati dal Governo a pronunciarsi, in un referendum, sul quesito: “Volete che l’Unione europea imponga l’insediamento di cittadini non ungheresi sul territorio nazionale senza il consenso del Parlamento?”

La convocazione di questo referendum ha rappresentato l’ultimo atto della linea politica del primo ministro Orban, culminata nella costruzione del muro al confine con la Serbia e volta oggi a rifiutare le disposizioni della Ue in ordine alla ricollocazione dei rifugiati approdati sulle coste d’Europa.

 

Il referendum, per essere valido, doveva vedere la partecipazione del 50% più uno degli elettori ma i votanti sono stati solo il 43% e pertanto il quorum non è stato raggiunto, invalidando così il risultato che ha visto il NO trionfare con il 98% dei voti (3,3 milioni).

E’ difficile valutare l’esito del referendum: di certo il governo Orban ha fallito il suo obiettivo più immediato ma bisogna anche considerare che normalmente l’affluenza in Ungheria è bassa e che alle ultime elezioni europee si era recato alle urne solo il 29% (dunque il NO ha ottenuto un discreto seguito).

Il voto non cambierà nulla: Orban ha già dichiarato che proporrà una riforma costituzionale che renda incostituzionali le norme previste dalla Ue (sposando così la linea di Jobbik, il partito di estrema destra). Tali modifiche vanno ad aggiungersi a quelle già introdotte nel 2013, che limitavano le libertà politiche e civili.

Se è vero che il grande afflusso di profughi siriani e l’elevato numero di richieste di asilo in relazione al numero degli abitanti sono i motivi addotti dal governo ungherese per giustificare la sua politica di respingimento, e se è altrettanto vero che nell’indire il referendum Orban è stato forse mosso più da considerazioni di politica interna, quello che ci interessa in quanto cittadini europei sono gli effetti internazionali e di lungo periodo.

Il primo di tali effetti è il tentativo di modificare gli equilibri interni alla Ue mettendone in crisi i meccanismi decisionali (minando magari anche i Trattati istitutivi) per arrivare ad una “Europa delle Nazioni” priva di una dimensione politica comune e ridotta ad area economica. In questo progetto gode già dell’appoggio del gruppo di Visegrad (costituito dall’Ungheria insieme a Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia) e indirettamente di tutti i partiti e gli uomini politici di orientamento euroscettico che siedono nel Parlamento o addirittura nel Consiglio europeo.

Il secondo risiede nelle parole pronunciate da Orban il 17 febbraio 2015  in un ormai (ahimè) celebre discorso: “Dobbiamo abbandonare i metodi e i principi liberali nell’organizzazione della società. Noi stiamo costruendo uno stato volutamente illiberale”. L’orizzonte politico di Orban è quello che egli stesso ha chiamato la “democrazia illiberale”, che sta perseguendo attraverso una pratica di successive modifiche costituzionali. Anche il referendum non va quindi inteso come un’occasione di partecipazione democratica ma come un classico strumento (il plebiscito bonapartista) per legittimare il potere del capo carismatico.

La “democrazia illiberale” è fondamentale poi per difendere l’”identità ungherese” (e in prospettiva “europea”), altro cavallo di battaglia di Orban. I rifugiati sono il cavallo di Troia dell’invasione islamica che minaccia l’Europa cristiana: quest’ultima dovrebbe essere grata all’Ungheria, primo bastione della resistenza europea.

 

L’”orbanizzazione” della Polonia, come qualcuno l’ha chiamata, rivela il grande appeal che possono avere le idee del primo ministro ungherese: anche la Polonia ha proceduto a riforme illiberali e sempre più i suoi governanti fanno anch’essi ricorso ad argomenti “identitari”.

Rispetto ai movimenti populisti e antieuropei, come anche rispetto alla Brexit, la politica di Orban è più pericolosa per la Ue perché non rifiuta quest’ultima ma ne erode dall’interno le ragioni costitutive ed è dotata di una visione strategica che arriva a mettere in discussione i principi della democrazia liberale.

A cura del Centro Studi di Acmos

 

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