Grazie a Dio

Lione, 2014. Alexander (M. Poupaud), credente, sposato e con 5 figli, scopre che il prete (padre Preynat) che abusò di lui quando era un ragazzino e frequentava gli scout, è ancora a contatto con bambini come allora. Scrive al Cardinale Barbarin e lo incontra, per chiedere che il prete venga ridotto allo stato laicale. In tutto questo, Alexander comincia ad accorgersi che tanti sapevano e non hanno detto nulla. L’obiettivo diventa allora mettere sotto accusa tutto il sistema. Parallelamente si sviluppano le storie di Francois (D. Menochet) e Emmanuel (S. Arlaud), a loro volta vittime di Preynat in gioventù, e che insieme ad Alexander danno vita a un’associazione per cercare testimonianze di altri bambini abusati e chiedere verità e giustizia. Il caso finirà per coinvolgere l’autorità di polizia e quella ecclesiastica.

Film ispirato a una storia vera, messo in scena dal poliedrico Francois Ozon, che qui si rivela sobrio e risoluto, è una storia che fa male e colpisce allo stomaco: racconta, senza giudizio, il senso di colpa e la vergogna delle vittime, il muro di omertà di buona parte degli adulti (più o meno coinvolti), le omissioni vigliacche, il silenzio complice, ma soprattutto la fatica e il dolore anche a distanza di anni a parlare del trauma, la volontà di rimuovere e dimenticare. Impossibile non collegarlo a “Il caso Spotlight” di qualche anno fa, ma qui non si tratta di un’inchiesta giornalistica, ma di una battaglia civile di cittadini comuni. L’ultima domanda che pone uno dei figli di Alexander al padre strugge il cuore.

Orso d’argento, gran premio della giuria, al Festival di Berlino. Un film necessario. 

Articolo di