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La repubblica d’Europa

E se in poco più di un decennio l’Europa scivolasse in una deriva xenofoba, sovranista, violenta, negando i diritti e le conquiste sociali che ha rappresentato per 70 anni? E’ questo l’incipit orwelliano, ma non troppo (avete visto i sondaggi sul voto per le europee del prossimo maggio?), con il quale comincia il libro “La repubblica d’Europa”, dove in un futuro non troppo lontano si immagina un incubo totalitario per il nostro continente, in cui il pensiero perverso di Anders Breivik (l’autore della strage di Utoya nel 2011, che viene puntualmente ricostruita nelle pagine successive) è diventato il credo dominante e capace di orientare le scelte politiche.

Fatta questa premessa, il libro, firmato dal collettivo Isagor (acronimo di gramsciana memoria che sta per “istruitevi, agitatevi, organizzatevi”) lancia un possibile antidoto per il quale mobilitarsi: la realizzazione della Repubblica d’Europa. Una repubblica unita, democratica, laica e pluralista, capace di ricucire e non dividere, costruire ponti e non alzare nuovi muri, scommettere sulla convivenza e non soffiare sulla paura. Perchè solo il continente europeo potrebbe essere quello spazio pubblico, per forza economica, politica e demografica, capace di affrontare le sfide dell’oggi, siano esse relative ai flussi migratori, alle questioni ambientali e del clima, alla giustizia sociale e al mercato economico globale. Non è un caso che nella seconda parte del libro, si declinino alcune delle questioni attuali, ritenute cruciali e al tempo stesso a rischio di involuzione antidemocratica: il mondo del lavoro e la sua dimensione di precarietà e gli aspetti ancora presenti di sfruttamento; il tema dell’informazione libera e della sua rischiosa difesa (non a caso si citano Jan Kuciak e Daphne Carruana Galizia); la questione della legalità e delle mafie, ormai sempre più transnazionali; il tema del pluralismo religioso e delle sue varie sfaccettature nella quotidianità. La repubblica d’Europa rappresenta l’orizzonte per governare questo tempo e le sue complessità, avendo il coraggio di stare insieme e fidarci, rifuggendo dalle tentazioni nazionaliste, violente, individualiste.

La firma del libro, Isagor, racchiude un collettivo di autori: i giornalisti Luca Mariani e Leonardo Palmisano, la giurista Anna Mastromarino, il presidente della Fondazione Benvenuti in Italia Davide Mattiello, Francesca Rispoli dell’ufficio di presidenza di Libera, il sociologo Marco Omizzolo, Mariachiara Giorda e Sara Hejazi che si occupano a livello universitario di storia delle religioni e antropologia.

Da ieri in libreria, per Add Editore.

Buona lettura! 

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Disuguaglianze e povertà: l’accesso alle risorse è un diritto?

Si potrebbe a lungo disquisire su quale sia il senso più profondo del termine povertà. Perché si è poveri? Poveri di cosa? Potremmo spendere molto tempo nel trovare una definizione a queste domande, ma ci sono dei dati reali che ci dovrebbero far muovere, e anche velocemente, per dare come diritto ciò che molto spesso viene frainteso per merito. In Italia sono più di 5 milioni e 58 mila gli indigenti assoluti certificati dall’Istat.

 

I loro diritti molto spesso prendono la forma del favore, della gentilezza o della carità, quasi come se fosse una colpa dell’individuo essersi ritrovato in quella situazione di povertà assoluta. Se pensiamo alle numerose forme di ribellione e di rivolta nella storia portate avanti dal popolo contro chi deteneva il potere, molto spesso il motivo scatenante era proprio l’accesso al cibo.

 

Ma perché oggi, che la difficoltà di accedere a questo diritto è molto predominante, non esistono forme di ribellione e spinte verso il cambiamento? La progressiva rimozione del conflitto è infatti favorita da un dibattito politico, pubblico e scientifico improntato a una generale benevolenza. Alcune forme di resistenza e organizzazione però esistono e cercano di smuovere su più livelli, da quello politico a quello sociale, le coscienze di ogni individuo.

 

La Via Campesina è un movimento internazionale nato nel 1993, e riunisce milioni di contadini con aziende di piccole e medie dimensioni, ma anche persone senza terra, donne contadine, indigeni, migranti e lavoratori agricoli di tutto il mondo. Difende la piccola agricoltura davvero sostenibile e promuove con essa la giustizia sociale e la dignità. Ecco perché abbiamo voluto invitare Fabrizio Garbarino, presidente di ARI (Associazione Rurale Italiana) che aderisce e partecipa alla Via Campesina e Sandro Busso, ricercatore e sociologo del Dipartimento di Culture, Politica e Società di UniTo. Si vuole dialogare e confrontarci con chi, di questi temi, ne ha fatto delle battaglie sociali e degli sforzi personali.

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Meridiano d’Europa 2019: Berlino – Another break in EU?

Da cinque anni, ormai, annunciamo la nuova sfida del Meridiano d’Europa il 27 gennaio.

La Giornata della Memoria in ricordo delle vittime dell’Olocausto, istituita per ricordare lo sterminio di massa, un crimine contro l’umanità, in cui milioni di ebrei e, con loro, tutti i “diversi” sono stati discriminati e sterminati dal disegno nazista. Proprio oggi, ricordando il punto più basso della nostra storia, vogliamo rimettere mano al sogno di speranza, convivenza pacifica, accoglienza e inclusione prospettato con la costruzione dell’Europa unita.

Un progetto che oggi sembra essersi smarrito lasciando spazio a nuovi muri, paure e discriminazioni. Rimettere al centro il valore e il futuro dell’Unione Europa è oggigiorno di fondamentale importanza per non rischiare di rivivere nulla di ciò che è accaduto nel nostro continente, e che questa giornata ricorda in modo indelebile: il punto più basso della storia dell’umanità.

L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”, con queste parole il 9 maggio 1950 Robert Schuman proponeva la creazione di una Comunità Europea (CECA) per mettere fine alle guerre per che secoli avevano segnato la storia d’Europa.

Quasi 40 anni dopo, il 9 novembre 1989, cadeva il muro di Berlino e da allora il mondo non è più stato lo stesso. Oltre alla riunificazione della Germania, ha preso sempre più corpo anche un altro sogno, quello dell’Europa unita, senza più barriere e steccati ideologici. Possiamo considerare il 9 Novembre 1989 come una colonna portante del processo di unificazione europea, non quella delle istituzioni burocratiche venutesi a creare con l’Ue, ma quella dei popoli. L’orizzonte politico verso cui tendere collettivamente era infatti divenuto più importante delle radici nazionali che per secoli avevano contrapposto i paesi del vecchio continente.

Purtroppo, dall’esito del referendum britannico in poi, è evidente che la parabola si è irrimediabilmente incrinata. Sentimenti che sembravano ormai sepolti ritornano, nuove e rinnovate ideologie prendono piede. Si parla di euroscetticismo, di nazionalismo, di sovranismo e la sfiducia nell’Europa è divenuta potente leva nelle mani di forze nazionaliste e sovraniste che avvelenano l’odierno clima politico in quasi tutti i Paesi europei, sfociando persino in atti terroristici come la strage dei giovani di Utoya e l’omicidio della parlamentare britannica Jo Cox.

L’aumento dei flussi migratori, il terrorismo, il debito pubblico di alcuni stati membri, le politiche di austerity, la disoccupazione giovanile sono solo alcune delle sfide dell’attuale complessità globale a cui l’Unione fatica a trovare una risposta comunitaria e, sempre più spesso, queste sfide sono diventate strumenti nelle mani dei nazionalisti per incrementare il sentimento scettico. L’Europa viene sempre più spesso additata come il chiaro e semplice colpevole per le paure e le frustrazioni dei cittadini europei, ma questo atteggiamento è semplice e semplificatorio.

Per affrontare questi temi e per costruire antidoti efficaci alla violenza, dal 5 al 10 maggio ci troveremo a Berlino con oltre 350 studenti provenienti da nove diverse città italiane. La quinta edizione del Meridiano D’Europa, progetto che si propone lo scopo di incoraggiare la partecipazione dei giovani alla costruzione di un’Europa democratica solidale e inclusiva, ha scelto la capitale tedesca come meta nell’anno del 30° anniversario del crollo del muro, simbolo dell’unificazione europea all’insegna della democrazia e della comunità. Obiettivo dell’esperienza sarà provare a decostruire le narrazioni dell’Europa promosse dai movimenti euroscettici e nazionalisti e costruirne di nuove, più autentiche, accessibili e di prospettiva.

Il nostro viaggio ci permetterà di costruire spazi di confronto e partecipazione, incontrare giovani, movimenti e soggetti nazionale e transnazionali che quotidianamente si impegnano per un’Europa migliore al fine di ridare collettivamente vita a un sogno ormai fragile e spento rimettendo mano alla “solidarietà di fatto” auspicata da Schuman.

Segui il nostro viaggio:

#MeridianodEuropa2019 #Berlino

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La paranza dei bambini

Nicola (F. Di Napoli) ha quindici anni e vive a Napoli con la madre che ha una tintoria e il fratellino. Con un gruppo di coetanei sogna una vita diversa, un’evasione dalla quotidianità abbastanza misera. Per realizzare i suoi obiettivi, insieme agli altri, il richiamo della Camorra è irresistibile: si comincia spacciando fumo davanti all’università, ma il passo verso le armi e la violenza è breve e senza ritorno. L’ubriacatura facile e rapida, di una vita al massimo (gli abiti firmati, i soldi, la cocaina, le serate in discoteca), è solo la premessa di una strada che corre a velocità sostenuta verso un vicolo cieco.

Claudio Giovannesi porta sul grande schermo l’omonimo romanzo di Roberto Saviano (che partecipa alla sceneggiatura). E’ un film che farà discutere, per l’ennesima rappresentazione senza speranza della società napoletana, dove sangue chiama sangue e non importa se sei minorenne, anzi, forse è solo peggio. C’è da chiedersi, nella realtà, dove abbiamo sbagliato, nell’educazione, nella scuola e nella famiglia (non è un caso che nella storia non ci sia una figura adulta, se non quelle legate a ‘O Sistema). Non è nelle intenzioni del regista giudicare, ma soltanto raccontare una storia possibile. Cast di ragazzi dal talento naturale, in primis il protagonista, affiancato in piccole parti da Aniello Arena e Renato Carpentieri.

Giovannesi sa cogliere con efficacia l’emblematica contraddizione della vicenda: ragazzini cresciuti troppo in fretta e capaci di premere un grilletto, almeno in apparenza, ma anche cani sciolti che non possono essere imbrigliati, desiderosi di essere capiti, amati, sognati (avrebbe detto Danilo Dolci).

In concorso alla 69sima edizione del Festival di Berlino.

 

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Arte e musica per conoscere il popolo curdo

 

Chi sono i curdi?

Cosa sappiamo di questo popolo che rivendica un’identità culturale unica, pur variegata, attraverso i confini di Siria, Iran, Iraq e Turchia?

Come suonano i racconti della loro lingua? Le note della loro musica? Le parole della loro tradizione letteraria?

Dall’11 al 13 aprile, a Torino, tre giorni di concerti, proiezioni cinematografiche, mostre, chiacchierate letterarie.

Per raccontare come il popolo curdo ha cercato di resistere coltivando la propria lingua, la propria musica, la propria arte.

L’iniziativa è promossa da ACMOS, Retròscena e Chalak Events.

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La favorita

La giovane Abigail (E. Stone) giunge alla corte della regina inglese Anna Stuart (O. Colman), in disgrazia e letteralmente coperta di fango. Ad accoglierla c’è la cugina Lady Sarah (R. Weisz), donna dall’indole di ferro, capace di esercitare un forte ascendente sulla sovrana. Abigail pare ingenua e troppo buona, inizialmente questo la rende facilmente vittima di prepotenze, anche perchè è davvero l’ultima ruota del carro. Col passare dei giorni, tuttavia, dimostrerà di non essere una sprovveduta, conquistando la fiducia di Lady Sarah e quella della Regina, mentre l’Inghilterra è immersa fino al collo nella sanguinosa guerra coi francesi di inizio ‘700. I destini delle tre donne si incroceranno, inevitabilmente.

Basterebbero i primi cinque minuti di film, per capire come il geniale Yorgos Lanthimos (“The lobster”, “Il sacrificio del cervo sacro”) e i suoi sceneggiatori abbiano voluto riscrivere la storia in chiave deformante e grottesca, mostrando il retroscena possibile della vita di corte, tutto giocato su meschini rapporti di potere, come se fosse spiato dal buco di una serratura. E’ l’osceno, quello che non si può vedere, perchè, appunto, fuori scena. Ma l’osceno ha un fascino, si sa. E così seguiamo, nei corridoi o dietro le porte, nella penombra delle candele di notte, gli intrighi, i ricatti, la violenza gratuita, i desideri, l’ambizione, la lussuria, senza alcun filtro. E su questa perversa graticola, a turno, ci finiscono tutti, forse perchè inevitabile.

Tecnicamente perfetto, non solo per l’abilità del regista, ma anche per fotografie e musica, oltre che per una sceneggiatura mirabile. Terzetto di interpreti straordinario, con Olivia Colman già premiata a Venezia (dove il film si è aggiudicato anche il Gran Premio della Giuria) e con un Golden Globe. Tutte e tre candidate agli Oscar, insieme ad altre 7 nominations, compresa regia, sceneggiatura e miglior film.

Film da non perdere, a patto digeriate le follie di Lanthimos. In ogni caso resterà tra le pellicole dell’anno, c’è da scommetterlo!

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#Liberaidee: il rapporto piemontese

 

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Solo un terzo degli intervistati ritiene le mafie socialmente pericolose – Il 33% che rivesta un ruolo marginale nel proprio territorio
Per il 77,6% degli intervistati le mafie non sono in Piemonte un fenomeno socialmente pericoloso
La corruzione è ritenuta un fenomeno marginale,
¼ degli intervistati dichiara di essere personalmente venuto a conoscenza di fatti corruttivi
Al via il viaggio di Liberaidee, oltre 100 appuntamenti in tutta la Regione con incontri, seminari, laboratori, flashmob.
Questa sera alle 18.00, appuntamento a Nichelino sui Beni confiscati con il Prefetto di Torino Claudio Palomba. 

Un lungo percorso, iniziato ad ottobre del 2016, sviluppato attraverso incontri, questionari, interviste ed approfondimenti, ha portato alla realizzazione di questo dossier piemontese, che ha l’obiettivo di raccontare quale sia oggi la presenza e la percezione di mafie e corruzione nella nostra regione.

Un lavoro di squadra, che ha coinvolto tutte le regioni d’Italia, per riuscire ad analizzare nel complesso questi fenomeni, in tutta la penisola.  Dal 14 al 20 gennaio, in tutto il Piemonte, Libera propone 100 appuntamenti per presentare la ricerca, attraverso diverse tipologie: dai seminari ai flash mob, dalla proiezione di film agli incontri con gli studenti.

Ma vediamo nel dettaglio quanto è emerso nello studio piemontese.
Il lavoro di ricerca si compone di 3 parti:
L’analisi quantitativa
L’analisi qualitativa
Il lavoro di approfondimento sui beni confiscati del nostro Osservatorio

I numeri della ricerca

Abbiamo sottoposto 2.137 questionari, pari al 20,7% del campione nazionale, dei quali il 48% composto da adulti, più del 63% da donne e per due terzi da lavoratori. Un campione molto rappresentativo, raggiunto grazie al coinvolgimento della rete di Libera nella nostra regione.
I dati emersi sono stati analizzati dai ricercatori Joselle Dagnes e Davide Donatiello con la supervisione di Rocco Sciarrone, docente dell’Università di Torino. Potete consultare tutte le evidenze emerse leggendo il dossier, ma segnaliamo alcuni punti che fotografano chiaramente la rappresentazione di mafie e corruzione tra i piemontesi.

La percezione del fenomeno mafioso

La mafia è per gli intervistati un fenomeno preoccupante, ma solo per il 33,3% dei rispondenti è da considerare socialmente pericolosa e circa un terzo considera invece marginale il ruolo rivestito nel proprio territorio.

Se a questi dati accostiamo la considerazione delle mafie come fenomeno globale (77,1%)  si può affermare che intenderle globalizzate le allontana dal territorio in cui si vive, come se fossero altrove, in un luogo lontano.

Nell’opinione dei rispondenti – che potevano scegliere due diverse modalità di risposta – la mafia toglie soprattutto libertà, giustizia, sicurezza e fiducia nelle istituzioni e solo per il 4,4% il lavoro e per il 6,3% la qualità ambientale.

Questi elementi fotografano in modo chiaro la sottovalutazione del fenomeno nel nostro territorio, nonostante le decine di inchieste antimafia concluse negli ultimi anni in Piemonte.

Altra percentuale interessante, più alta rispetto alla media nazionale, è relativa ai motivi che spingono ad aderire alla mafia.  Per il 40,9% (sei punti al di sopra della media nazionale) l’appartenenza è dettata dall’assenza delle istituzioni e della cultura della legalità, segue l’ambiente in cui si cresce con il 32,2% e le difficoltà economiche con il 19,4%.

Ma le mafie non sono solo quelle autoctone, esistono anche quelle straniere.

I questionari sottoposti hanno indagato il grado di conoscenza tra i piemontesi, che sanno della loro esistenza ma quasi la metà del campione afferma di non essere in grado di identificare esattamente l’origine dei gruppi mafiosi stranieri più diffusi nel territorio regionale.

Per  pericolosità, invece,  i gruppi criminali di origine straniera sono comparabili  a quelli italiani: per poco meno della metà degli intervistati sono pericolose quanto quelle autoctone.

La percezione del fenomeno corruttivo

La percezione della diffusione della corruzione in Piemonte, seppur alta, risulta più contenuta rispetto al campione nazionale. Solo il 12,7 %, contro il 25,9 della media nazionale, ritiene la corruzione “molto diffusa”, mentre per il 56,5% è “abbastanza diffusa”.

Sempre sul versante corruzione, il Piemonte si distingue dal resto d’Italia. Il 30,5% del campione nazionale e il 25,9% del campione piemontese dichiara di conoscere personalmente o di aver conosciuto in passato qualcuno coinvolto in pratiche corruttive.

Tra le figure più coinvolte in queste pratiche illecite, secondo gli intervistati, ci sono innanzitutto esponenti politici e membri dei partiti politici, in misura lievemente maggiore rispetto al campione nazionale.

Per approfondire la diffusione del fenomeno, è stato chiesto agli intervistati per quale motivo questi casi non vengono denunciati.  I motivi principali per cui gli episodi di corruzione non vengono denunciati, scelti tra una rosa ampia di possibilità (potendone selezionare fino a tre), sono: il timore per le conseguenze della denuncia (79,8%); l’idea che la corruzione sia difficile da dimostrare (37,5%). Rilevanti sono poi la paura che l’intero sistema sia corrotto, compresi coloro che dovrebbero raccogliere la segnalazione e la rassegnazione determinata da una presunta inutilità della denuncia. Quasi un intervistato su quattro, in Piemonte come nel campione nazionale, ritiene questi fatti normali e quindi inutile denunciarli.

Analisi qualitativa: le interviste alle associazioni datoriali di categoria

Per fornire un’altra chiave di lettura, all’analisi quantitativa è stata affiancata quella qualitativa con le interviste ai presidenti regionali delle associazioni datoriali di categoria (Confindustria, Confcommercio, Confesercenti, Confcooperative, Agci, Legacoop, Confapi, Confagricoltura, Cia, Confartigianato, Coldiretti e Cna). Sulle 12 richieste avanzate, 7 (Legacoop, Confapi, Confagricoltura, Cia, Confartigianato, Coldiretti e Cna) hanno deciso di rispondere.

Nell’invitarvi a leggere il capitolo relativo alle interviste, evidenziamo la sottovalutazione che emerge in modo chiaro dal tenore delle risposte fornite. Il metro di valutazione, sulla presenza e la pervasività delle organizzazioni di stampo mafioso, sembra essere rappresentato solo da quanti soci hanno comunicato o denunciato di aver subito reati collegati a mafie e corruzione. Nessuno degli associati, infatti, secondo quanto emerso delle interviste ha mai parlato di essere stato vittima di questi tipi di reato.

Eppure, sono diversi i processi che hanno coinvolto imprenditori, artigiani e commercianti, nelle oltre 10 operazioni che, dal 2011, la magistratura ha concluso nella nostra regione. Inchieste e processi che hanno delineato in modo chiaro le relazioni “pericolose” tra il crimine organizzato ed alcuni esponenti del commercio e dell’imprenditoria. Nonostante il complesso quadro rappresentato dagli inquirenti, sembra che ai vertici di questi enti non sia servito ad aumentare il grado di consapevolezza della pericolosità del fenomeno.

 

I beni confiscati in Piemonte
Al lavoro di analisi sui beni confiscati realizzato nelle interviste quantitative è stato affiancato uno studio, realizzato dall’Osservatorio di Libera Piemonte,  sul numero di proprietà sottratte alle mafie e sul loro effettivo riutilizzo.

Per analizzare il numero di beni presenti è necessario fare una precisazione. La piattaforma web che li raccoglie (geobeni.liberapiemonte.it ) riporta solo i beni confiscati definitivamente (proprietà per le quali l’iter giuridico è giunto a compimento), suddivisi in particelle catastali. Per particella catastale si intende è una porzione fisicamente continua di terre- no o fabbricato, appartenente ad un medesimo soggetto, avente un’unica qualità, classe e destinazione. Una proprietà può essere composta da più particelle catastali.

Fatta questa premessa, i dati in nostro possesso, riportano la seguente situazione:
le particelle complessivamente classificate sono 483
114 destinate e riutilizzate
44 destinate ma non riutilizzate
325 confiscate definitivamente e in gestione all’ANBSC (Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata).

Introduciamo un’altra classificazione degli stessi dati raggruppando le particelle in unità immobiliari complesse. Per unità immobiliari complesse consideriamo i beni formati dall’unione delle particelle adiacenti presenti ad un determinato indirizzo, solitamente di proprietà dello stesso soggetto. Questo tipo di analisi permette di avvicinarsi al numero reale dei beni confiscati.

Le unità immobiliari complesse sono, in totale 151. In gestione 130 mentre 21 consegnati ma non riutilizzati. Altro dato importante è il tempo medio che intercorre tra la confisca e l’assegnazione. Secondo i dati in nostro possesso, questo iter ha la durata media di 1925 giorni, equivalenti a oltre 5 anni.

Ultima analisi che vi proponiamo è realizzata sui dati riportati da openregio.it, un progetto dell’ANBSC. Dati alla mano, si evince che il Piemonte è la settima regione per numero complessivo di particelle, la seconda nel Nord Italia.

Nonostante l’alto numero di confische, la percentuale di quelle destinate in Piemonte si attesta circa al 18% , percentuale che colloca la nostra regione all’ultimo posto in Italia per riutilizzo sociale dei beni.

Questi dati verranno presentati questa sera, martedì 15, alle ore 18.00, presso la Casa dei diritti in Largo delle Alpi 3 a Nichelino, nell’incontro dal titolo “I beni confiscati: il Piemonte sa cogliere le opportunità?” alla presenza di Claudio Palomba, Prefetto di Torino.

Dalla ricerca alle sfide per il Piemonte
La ricerca ci impone delle sfide che coinvolgono – in modo diretto e partecipato – tutti gli ambiti della nostra società, dalle Istituzioni ai rappresentanti dell’economia. Questa ricerca deve essere stimolo per imparare a rappresentare, raccontare, narrare meglio e di più i fenomeni di mafia e corruzione, per raggiungere una platea sempre più vasta.

I dati emersi, inoltre, devono farci riflettere sul concetto di pericolosità sociale delle mafie e di come si esplicita, nel nord Italia.

Esiste un minimo comune denominatore nei campi illeciti di intervento delle organizzazioni mafiose: in molti casi, le mafie erogano servizi, per i quali emerge una domanda da parte della società, che da questa offerta si avvantaggia. La sfida, per smontare questo sistema di “domanda/offerta”, è imponente e deve coinvolgere la società, nella sua complessità: dal versante culturale a quello sociale, dall’economica alla politica, fino ad arrivare alle aule giudiziarie.

Numeri alla mano, è necessario – in Piemonte più che in qualsiasi altra regione –  continuare l’impegno per sostenere il riutilizzo dei beni, che non può attestarsi al 18%, facendo della nostra regione l’ultima per patrimoni restituiti alla società.

La ricerca ci esorta nel continuare il lavoro di accompagnamento alla denuncia, dei reati di mafia, corruzione e connivenze, presso gli organi preposti aiutando le persone ad avere fiducia nelle Istituzioni.

Infine, Liberaidee ci esorta alla ricerca di un continuo confronto, volto alla costruzione di sinergie e collaborazioni, con il mondo del lavoro, con le associazioni di categoria, con gli ordini professionali. Collaborazioni che devono avere come obiettivi principali la costruzione di alleanze capaci di arginare il potenziale legame con le organizzazioni criminali, da parte di chi chiede loro servizi illeciti; ed il sostegno a chi è vittima delle mafie.

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Profughi: la nostra ignavia da Evian (1938) a Bruxelles (2015)

a cura del Centro Studi Streben

Alla recente visita del Papa a Lesbo e alla apertura dei corridoi umanitari promossa da varie associazioni fa da contraltare il fallimento del piano della Commissione europea per la ripartizione dei profughi.

Il 16 marzo la Commissione aveva cercato di rilanciare il ricollocamento dei profughi, concordato a settembre, stabilendo l’obiettivo di 6.000 relocations al mese: ma alla metà di aprile i “ricollocati” sono stati 208! Se poi si ragiona partendo dal settembre 2015, quando ci si era posti l’obiettivo di trasferire 160.000 persone entro il settembre 2017, si vede che a tutt’oggi i trasferimenti effettivi sono stati 1.145 (530 dall’Italia e 615 dalla Grecia): l’obiettivo è lontanissimo.

In Grecia sono pronte per il ricollocamento tra le 35.000 e le 40.000 persone ma sono ancora pochi gli Stati europei disponibili, senza contare quelli che hanno già espresso un netto rifiuto a partecipare. Ancora pochi giorni fa  il vice ministro degli Esteri della Polonia, Konrad Szymanski, ha dichiarato che il suo Paese non si farà carico della quota di 7.000 profughi che gli spetterebbe ed anzi ha aggiunto che considera il piano europeo “morto”: “Non è stato implementato fin dall’inizio e nulla fa pensare al fatto che sarà messo in atto nella maggioranza dei Paesi Ue”.

 

I rifiuti od anche solo i traccheggiamenti di questi mesi sulla questione dei profughi vanno tornare alla memoria altri tragici eventi.

Nel 1938, con l’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista, aumentò considerevolmente il numero dei profughi ebrei in Europa.

L’”emergenza profughi” fu un problema soprattutto per Roosevelt, pressato dalle organizzazioni ebraiche americane.  Nel marzo di quell’anno egli si fece promotore di una conferenza internazionale per facilitare il trasferimento dei profughi ebrei tedeschi ed austriaci dai rispettivi Paesi.

Nonostante le resistenze di alcuni Stati o le “curiose” richieste di altri (la Romania chiese addirittura di essere assimilata a Germania ed Austria in quanto “produttrice di profughi”), la conferenza venne convocata il 6 luglio ad Evian in Francia.

Due erano i problemi di difficile soluzione. In primo luogo si trattava di trovare consistenti risorse per finanziare il trasferimento dei profughi. In secondo luogo era fondato il timore che, di fronte ai provvedimenti antiebraici che gli Stati dell’Europa centro-orientale stavano prendendo, un piano di relocation sarebbe stato un incentivo per i governi di Polonia, Romania ed Ungheria per ulteriori misure volte a spingere le loro comunità ebraiche ad andarsene, facendo così crescere enormemente il numero dei profughi da sistemare.

Prima dell’avvio della conferenza si pensava di dover assistere ad un confronto tra l’opzione americana, da un lato, favorevole alla creazione di un sistema in grado di affrontare sia l’emigrazione dalla Germania e dall’Austria sia quelle potenzialmente successive, e l’opzione britannica, dall’altro, più cauta e soprattutto preoccupata che il raggiungimento di un accordo potesse incoraggiare Hitler ad una rapida espulsione degli ebrei.

Sorprendentemente invece, a causa probabilmente di nuovi equilibri politici interni intercorsi nei tre mesi dalla convocazione della conferenza, gli Usa si dichiararono disposti ad accogliere annualmente 27.000 profughi (una cifra esigua!) mantenendo in sostanza le quote preesistenti. Naturalmente l’atteggiamento del Paese promotore della conferenza offrì a tutti gli altri il destro per chiudersi a riccio: alcuni Paesi sostennero di avere già accolto un grande numero di profughi, altri si giustificarono richiamando la difficile situazione economica di quegli anni e l’alto tasso di disoccupazione dei proprii cittadini. Il delegato australiano dichiarò che il suo Paese non aveva avuto fino ad allora dei problemi razziali e voleva evitare di averne! In conclusione nessuno modificò sostanzialmente le quote previste dalla propria originaria legislazione sull’immigrazione.

Unica eccezione fu la Repubblica Domenicana che si dichiarò disposta ad accogliere ben 100.000 ebrei! Problemi politici e burocratici ostacolarono la realizzazione di questo progetto ed i risultati furono molto modesti (su questa poco nota vicenda si può vedere qui).

La conferenza si chiuse con un nulla di fatto, con l’impegno a costituire a Londra un comitato intergovernativo che riconsiderasse le questioni dibattute ad Evian: il seguito è noto a tutti.

 

Pochi commentatori hanno insistito sulla tragica analogia tra la conferenza di Evian del 1938 e l’attualità; il più attento è stato Gad Lerner che vi ha dedicato una puntata della sua trasmissione “Fischia il vento”.

 

 

 

#1-Il ministro del Tesoro della Ue

 #2- Brexit e profughi

#3-Il rinato impero asburgico contro i migranti

#4-La disintegrazione dell’Unione europea

#5 – Frontiere e nazionalismi

#6- Bruxelles “cuore” d’Europa

# 7 – Profughi: la nostra ignavia da Evian a Bruxelles

#8 – Un manuale antiretorico dell’Unione europea

#9 – Ventotene 2016

#10 – Orban e il referendum ungherese

#11 – Populismi ed euroscetticismi

#12 – L’unione a più velocità

#13 – Populismo, euroscetticismo, sovranismo

#14 – Il populismo 2.0 in Europa

#15 – Il dicembre 2017 dell’UE

#16 – Il gennaio 2018 dell’Unione Europea

#17 – DiEM25, Varoufakis e il “terzo spazio” in Europa 

#18 – Il settembre 2018 dell’UE

#19 – Governo italiano e Brexit: due problemi per l’UE

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Intitolazione aula “Ventidue novembre” al Darwin di Rivoli

A perenne ricordo della tragedia che nel 2008 colpì Vito Scafidi, il liceo Darwin di Rivoli ha intitolato l’aula del crollo “Ventidue novembre” data del crollo che gli costò la vita. L’intitolazione è avvenuta il 10 gennaio 2019 alla presenza del Ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti.

di Graziella Lavanga 

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Murisengo: da Cascina Abele a NuCAbe

Ed eccoci qui, prima della pausa natalizia.
Vogliamo raccontarvi come abbiamo deciso di investire il nostro tempo libero in questo frenetico countdown festivo!
Murisengo, Cascina Abele, NuCaAbé.
Nuova vita, prepariamo il campo ai nuovi germogli.
Porsi domande sui diritti umani ha come conseguenza porsi domande anche sui diritti della natura. D’altronde uomo e natura son parte l’uno dell’altra.
Abbiamo aperto le danze!
Vi racconteremo

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Suspiria

Nella Berlino divisa del 1977 giunge Susie (D. Johnson), giovane americana che viene accettata presso la scuola di ballo, diretta da Madame Blanc (T. Swinton). In breve, viste le sue capacità, diviene la prima ballerina e conquista la fiducia unanime. Dalla scuola è scomparsa una ragazza, nei giorni precedenti, che era anche in cura da uno psicoterapeuta. Un’altra ballerina, invece, Olga, se ne vuole andare e lancia accuse pesanti: dietro la scuola di danza, ci sarebbe un patto macabro di stregoneria. E’ solo delirio o c’è del vero?

Luca Guadagnino, reduce dal successo internazionale di “Call me by your name”, omaggia l’omonimo film di Dario Argento del 1977, pur con un approccio tutto suo. Se l’originale era un horror dall’indubbio fascino estetico (cromatico, acustico), ma con una sceneggiatura dai dialoghi penosi e ridicoli, qui Guadagnino segue una logica narrativa molto più coerente, mantenendo un’attenzione notevole agli aspetti tecnici: ottimi il montaggio di Walter Fasano (tra gli sceneggiatori), la fotografia, la colonna sonora di Thom Yorke dei Radiohead, le stesse coreografie di danza. Più in generale, oltre al talento del regista, ci sono atmosfere inquietanti e oniriche, omaggi al cinema di genere, oltre che una bella direzione delle interpreti, soprattutto la Swinton, che con Guadagnino aveva fatto già due film.

Diviso in sei capitoli e un epilogo, il film funziona fino al quinto, pur con qualche contraddizione nella storia, per poi scadere in un delirio splatter e truculento, davvero gratuiti.

Peccato.

Buone visioni per questo 2019!

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Tram della Memoria – La strage del XVIII Dicembre 1922

Una strage fascista, la prima dopo la Marcia su Roma. Per tre giorni, le squadre fasciste portarono a termine un rastrellamento degli avversari politici a Torino, nel 1922. Passata alla Storia come la strage del XVIII Dicembre 1922, viene ricordata con un tram per le vie della città, per non dimenticare la violenza della dittatura di Mussolini.

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Contro l’odio è on line!

Contro l’Odio è un progetto concepito come un tentativo di risposta agli attuali problemi legati alla presenza di odio sul web.

Nasce come strumento di raccolta dati su Twitter, a partire dai tweet che contengono messaggi di odio e che vengono maggiormente ricondivisi dagli utenti.

I “cinguettii” vengono inseriti in un geoblog, mappati in base alla regione di provenienza e raggruppati a seconda della minoranza colpita: migranti, rom, omosessuali.

La finalità del progetto è di contrastare questo fenomeno mettendo in evidenza i progetti e le realtà che in Italia promuovono una cultura della tolleranza.

Oltre alla creazione di uno strumento informatico per il rilevamento automatico di odio online, il progetto vuole sensibilizzare la cittadinanza, in particolare i giovani, sull’importanza di comunicare responsabilmente.

Verranno pertanto avviati dei percorsi educativi nelle scuole di tutto il territorio nazionale.

Martedì 18 dicembre controlodio.it sarà ufficialmente on line.

Il portale prevede diverse funzionalità, tra le quali:

– La mappa dell’odio. Una serie di visualizzazioni interattive che mostrano il numero dei discorsi d’odio pubblicati su Twitter giorno per giorno.
– Il rilevatore dell’odio. Uno strumento che permette all’utente di analizzare la quantità di odio presente nella propria rete sociale.
– La mappa della tolleranza, dove vengono raccolti e mostrati tutti i progetti e le realtà che favoriscono l’inclusione sociale.

I dati raccolti sul sito vengono periodicamente pubblicati su Facebook, Instagram e Twitter, per mostrarne andamento e tendenza.

Collaborano a Contro L’Odio:

Università di Torino, Università di Bari, VOX – Osservatorio italiano sui diritti, SerMais, Associazione 21 Marzo, LeDiscipline, UVA, PrendiParte, Rime, L’égalité, Share e Alisso. Partecipano al progetto la Fondazione Benvenuti In Italia e Labnet.

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