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Acqua pubblica: un bene comune, un diritto di tutti.

Nel 2011, un referendum definì la volontà dei cittadini di rendere l’acqua un bene comune, un diritto di tutti.

A livello nazionale, purtroppo, i governi che si sono succeduti non hanno tradotto l’esito referendario in legge, ma a livello locale e regionale le azioni della politica e dei cittadini hanno fatto la differenza.

Per quanto riguarda la regione Piemonte e la città di Torino, il Comitato Acqua Pubblica ha sempre lottato per ottenere questo diritto.

Anni fa è riuscito a portare a casa una grande vittoria: l’80% degli utili della SMAT s.p.a. doveva essere utilizzato per investimenti interni all’azienda; ma non solo, anche la progressiva fuoriuscita di aziende a scopo di lucro dal gruppo azionista SMAT.

Quattro anni fa, Chiara Appendino (all’epoca candidata a Sindaco di Torino) aveva inserito nel programma elettorale la trasformazione della SMAT da “Società per Azioni” a “Società di Diritto Pubblico” nella sua campagna.

Nonostante i numerosi solleciti e l’attività di Daniela Albano, consigliere comunale della città di Torino, i lavori sono andati a rilento, fino a poco tempo fa: è stata approvata la mozione “UN SÌ PER L’ACQUA PUBBLICA”un modo per continuare a parlare di questo tema molto importante e per ribadire la necessità di trasformarlo in concretezza.

Abbiamo deciso di intervistare Mariangela Rosolen, fondatrice e membro del Comitato Acqua Pubblica Torino, per comprendere al meglio la situazione dopo il voto in Consiglio Comunale a Torino e se, finalmente, l’acqua diventerà un bene comune.

Ecco a voi l’intervista.

Il tema dell’acqua pubblica trova, periodicamente, spazio nei media torinesi e a infiammare lo scontro politico. Tutto nasce da un movimento popolare che chiede l’acqua come diritto. Perché secondo lei non c’è mai stata intenzione politica sul tema, nonostante il susseguirsi di giunte differenti?

Dietro l’acqua ci sono interessi enormi.

Non dobbiamo dimenticare, infatti, che la SMAT fa utili per 40 – 50 milioni di euro l’anno.

In altre zone d’Italia i privati prendono gli utili e se li portano a casa, guadagnando dall’acqua. I profitti, poi,  vengono impiegati dove vogliono.

Per esempio in provincia di Cuneo è già così: la metà dei profitti sull’acqua se la prendono i privati. Ma nella provincia di Torino i proprietari sono i comuni stessi, quindi diciamo che l’acqua è di proprietà pubblica. Il problema è che viene gestita come fosse una merce, a scopo di lucro; perché l’azienda che gestisce la nostra acqua, la SMAT, è una società per azioni cioè ci mette il capitale per trarne profitto anche se chi lo fa sono i comuni.

Quindi, la volontà politica di trattare l’acqua come bene comune non può esistere, dal momento in cui sono i comuni stessi a guadagnarci.

E vi posso assicurare che sull’acqua gli utili si fanno, anche senza volerlo, perché l’acqua – a differenza per esempio della benzina – è essenziale per la nostra sopravvivenza.

La gestione dell’acqua implica la gestione della vita di tutti noi: proprio per questo dovrebbe essere un diritto per ognuno, dovrebbe essere un bene comune.

I guadagni dei comunitramite SMAT, sono sempre stati un buon modo per non chiudere in perdita i bilanci. Nelle scorse settimane CiDiu, azienda per lo smaltimento dei rifiuti, e altri comuni della cintura, hanno già fatto sapere di voler chiedere il rimborso delle proprie quote, pari al 10%, in caso di trasformazione.
Pensa che i comuni saranno disposti a concedere il sì?

Credo che sarà difficile e non sono molto ottimista perché la cultura del profitto, del lucro e del mercato ha ormai permeato le loro menti e le loro coscienze, considerano tutto una merce.

È vero che i comuni e Torino stessa hanno difficoltà di bilancio, la riduzione dei trasferimenti da parte dello Stato è sempre più massacrante, ma non si fanno quadrare i bilanci lucrando su un bene comune ed essenziale come l’acqua.

Si dovrebbe creare un fronte comune per portare avanti questa battaglia e cambiare questo modo di fare politica, perché l’austerità e il debito non sono colpa nostra, purtroppo è il mercato che detta le regole.

Se il privato mette le mani sull’acqua non ci sarà più controllo.

I comuni sono all’interno di un meccanismo perverso dal quale non osano, non sanno e spesso non vogliono distaccarsi, per non disturbare equilibri più grossi, che spesso fanno comodo anche a loro.

Secondo te la mozione presentata da Daniela Albano e approvata in consiglio, potrà essere realmente utile?

Finalmente dopo quattro anni di attesa il comune di Torino ha deciso di muoversi per portare a casa uno di quegli elementi che era un baluardo della sua campagna elettorale.

Daniela Albano è sempre stata una grande sostenitrice e partecipante del comitato dell’acqua.

Ha sempre portato questo tema ai giusti tavoli, cercando di concretizzare.

Dobbiamo meglio definire la situazione attuale e spiegare perché sia difficile riuscire a vedere la luce alla fine di questo tunnel.

Il CIDIU è un azionista SMAT, ma non dovrebbe esserci, perché non è un’impresa idrica; è un’impresa di smaltimento rifiuti.

Ma alla nascita di SMAT, CiDiu possedeva una discarica e un impianto idrico, era un azienda di diritto pubblico, che forniva quei servizi alla cintura ovest del comune di Torino.

Successivamente venne trasformato in Società per azioni.

Oggi minaccia di vendere le azioni perché con questa trasformazione non riceverebbe più gli utili dalle azioni SMAT.

Altro motivo per cui non dovrebbe esserci?

Perché mette in pericolo l’ affidamento diretto a SMAT del servizio.

Le leggi europee e nazionali permettono affidamento diretto solo e solamente nel caso in cui l’azienda sia di tuo possesso al 100% cioè presta servizio solo per te e quindi non va a interferire con il mercato. L‘azienda deve essere di proprietà solamente dei comuni per poter aggiudicarsi l’affidamento diretto, ma ora una parte delle azioni della SMAT sono possedute dalla Società per Azioni CiDiu.

Quando riuscimmo ad ottenere che l’80% degli utili rimanesse all’interno dell’azienda, eravamo riusciti ad ottenere anche un altro elemento importante: che CiDiu, progressivamente, uscisse dalla SMAT, perché avrebbe messo in pericolo l’affidamento diretto, rischiando che la distribuzione idrica venisse messa a gara, che avrebbero sicuramente vinto le grandi multinazionali del settore.

Infatti negli anni la quota in SMAT di Ci.Diu è scesa dal 15% al 10%.

Progressivamente continuerà a cedere azioni ai comuni o alla stessa SMAT, ma ora possiede ancora il 10% quindi, se non avessimo il supporto dei piccoli comuni, e si votasse, andrebbe contro la trasformazione rendendo futile il lungo lavoro.

Bisogna però precisare che viene detta un’altra falsità: sentiamo dire, anche da esponenti politici, che per la votazione dei comuni, inerente la trasformazione della SMAT, il quorum cioè la maggioranza dovrà essere del 90%. Niente di più falso.

La maggioranza richiesta per questa decisione è del 75%.

La mozione sicuramente sarà un ottimo modo per sollevare ancora il discorso continuare a parlarne, per rendere concreta questa trasformazione; la città metropolitana di Torino possiede circa il 70% delle azioni, ciò che manca è quel 5%.

I grandi comuni possiedono più azioni e sono tutti tendenzialmente propensi per il no alla trasformazione.

Saranno i piccoli comuni ad essere determinanti per questa scelta.

Su questo si sta basando il nostro lavoro in questo periodo, come Comitato Acqua Pubblica, cercando di incontrare piccoli comuni per spiegare loro di non farsi fregare dalle menzogne che vengono raccontate, ma pensare al bene dei cittadini e ai diritti di ognuno di noi.

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OnEurope: e tu perché firmi per la Repubblica d’Europa?

Il 15 febbraio, a Scandicci (Fi), abbiamo lanciato una proposta popolare per la creazione di una nuova fase costituente per l’Europa. 

Una casa comune, in cui i cittadini europei possano avere uguali diritti e uguali doveri, è ciò di cui abbiamo bisogno.

Partecipa alla proposta condividendo gli interventi delle persone che hanno preso parte al lancio di “#ONEurope. Same rights, one Republic”, firma e fai firmare.

Per maggiori informazioni: onedemos.eu


Verso la Repubblica d’Europa

E tu perché firmi per la Repubblica d’Europa?

Jorgen Fryednes: Utøya still strong

Davide Mattiello: ONEurope. Same rights, one Republic

Eric Jozsef: rivendichiamo un’Europa solidale e democratica!

Diego Montemagno: ci faremo trovare nei posti dove le persone cercano speranza

Virgilio Dastoli: apriamo la via rivoluzionaria per la Repubblica d’Europa

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Emergenza Covid19: le nostre comunità per la comunità

Stiamo vivendo un momento difficile, che ci sta mettendo alla prova come persone, ma anche come comunità.

Tutto è in stallo, bloccato, nell’attesa di risolvere l’ emergenza Covid-19 . Ognuno di noi sta cercando di dare il massimo per il bene comune. #Iorestoacasa non è solo un hashtag, ma una regola da rispettare per superare, insieme, l’emergenza sanitaria che coinvolge tutti, nessuno escluso.

È una fase complessa per l’intero paese ma le difficoltà non sono uguali per tutti. E noi abbiamo deciso, nel nostro piccolo, di stare accanto ai soggetti che maggiormente subiscono gli effetti di questa emergenza.

Se nei contesti urbani, l’accesso ai servizi anche per chi è in difficoltà è garantito, per chi vive fuori dai grandi centri abitati o in zone difficilmente raggiungibili, la situazione è più complessa. Ciò che nella quotidianità (prima del Coronavirus) era garantito, oggi potrebbe non esserlo più.

Le nostre comunità si stanno rendendo disponibili per rispondere alle esigenze di chi vive questa quarantena, dando supporto ai vicini , ma anche alle Istituzioni .

Cascina Caccia , bene confiscato alla ‘ndrangheta a San Sebastiano da Po, sta cercando di risolvere una difficoltà del suo territorio. Nel piccolo centro della provincia di Torino sono stati accertati i casi di Covid-19, in particolare una famiglia è stata isolata e uno dei componenti è stato ricoverato.

Il Comune di San Sebastiano , da subito, si è messo a disposizione dalla famiglia cercando di sostenerla e fornendo pasti e beni di prima necessità.

Cascina Caccia, bene restituito alla collettività, ha deciso di non stare a guardare perché far parte di una comunità significa affrontare insieme la difficoltà.

Da qualche giorno gli abitanti della Cascina, in accordo con il comune di San Sebastiano, portano quotidianamente i pasti alla famiglia in quarantena, permettendogli di ricevere gli aiuti necessari senza dover lasciare le mura di casa.

Un gesto concreto per sostenere il Comune, il territorio e tutte le persone che ci vivono.

Attività simili stanno coinvolgendo le altre comunità di cohousing di Acmos . Con lo slogan #comunquevicini , i comunitari si sono resi disponibili per fare la spesa, per andare in farmacia o, più semplicemente, facendo un po ‘di compagnia in questo periodo di quarantena soprattutto per le persone isolate; compagnia a distanza, certo, animando gli ambienti comuni dei palazzi, così da riempire le giornate di chi è chiuso in casa.

Abbiamo deciso di raccontarvi la quotidianità delle nostre comunità che cercano di essere realmente solidali in un periodo in cui il sostegno al prossimo viene messo in discussione dalla paura e dall’isolamento .

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Comunque vicini: notizie dalle coabitazioni giovanili solidali

Questi giorni sono fatti di vuoti e di pieni. I “vuoti” delle strade, dei centri giovanili, dei giardini, dei musei, delle scuole e i “pieni” delle case, degli ospedali, dei supermercati, dei numeri al telegiornale e delle videochiamate. In questi giorni fatti di vuoti e di pieni c’è chi, come i ragazzi e le ragazze delle coabitazioni giovanili solidali, cerca di mantenere uniti i legami sociali, di continuare ad intrecciarli e non lasciare nessuno solo.

 

L’esperienza delle coabitazioni nasce 14 anni fa, insieme alle istituzioni, proprio per questo, combattere le solitudini e creare comunità. E anche in questo momento, rispettosi delle regole, non ci si tira indietro.

 

 

I social network diventano il luogo in cui dirsi comunque vicini invitando a restare a casa ma incentivando le chiamate fatte di un semplice come stai o di qualche richiesta di aiuto. “L’eco di via Como” stampato in edizione straordinaria per svagarsi con qualche gioco e una lettura piacevole. Il concerto dal balcone che diventa subito un karaoke con le richieste urlate da una parte all’altra del cortile rende un sabato pomeriggio uggioso un momento di convivialità. E in un attimo i balconi si riempiono di cartelli di speranza e solidarietà. Giovani che si mettono a disposizione per fare la spesa e andare in farmacia, consigliare film e ricette da sperimentare anche sussurrando al di là della porta. Un semplice trillo al campanello per chiedere “come stai?”.

 

Gianni si sente molto fortunato ad abitare nello stesso palazzo di questi giovani e Ruggero è commosso dall’attenzione ricevuta nei suoi confronti. Ma ci sono anche Teresa che lascia i biscotti fuori dalla porta e Anna che chiede ai giovani volontari se hanno bisogno di qualcosa mentre esce a fare la spesa. E qui i ruoli si ribaltano, non solo assistenza, qui si costruisce comunità.

 

E tutti insieme si resta nelle maglie dei vuoti e dei pieni, senza dimenticarsi che siamo persone.

 

“Dopo la guerra c’era una voglia di ballare che faceva luce” Francesco Guccini

 

Seguite Sorgente, Tessitori e Filo Continuo

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For a sostainable Future! Il racconto del nostro progetto

“Lo sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i propri” così la Commissione delle Nazioni Unite sull’ambiente e sullo sviluppo ha definito, nel 1987, il concetto di sviluppo sostenibile. Ma è innegabile come sempre più tale termine sia entrato nei nostri vocabolari comuni.

 

 

Il principio di sostenibilità, in tutte le sue sfaccettature, lega ormai in maniera evidente le vite di ognuno di noi, e ci permette di pesare il valore delle nostre azioni rispetto ad esso.

Proprio per queste motivazioni, Acmos ha sentito l’esigenza di riflettere su tali concetti, realizzando una mobilità giovanile internazionale che indagasse gli aspetti più complessi e interessanti della sostenibilità. La lente di ispirazione con cui si è affrontato il percorso è stato il testo de “L’Economia della Ciambella” di Kate Raworth.

 

 

Questo progetto, realizzato all’interno del programma Erasmus+, ha visto due mobilità di giovani, una a Torino (Italia) e una a Lipsia (Germania), e la realizzazione di uno documento di raccolta di buone pratiche in Europa sul tema della sostenibilità.

Nella gestione di questo progetto ACMOS è stata supportata dall’associazione tedesca Eine Welt e.V., dall’associazione portoghese Academia Cidada e dall’associazione ungherese AEGEE- Budapest.

Ecco il racconto del nostro progetto da parte dei nostri partecipanti!

 

 

LA PRIMA MOBILITÀ

Dopo i primi incontri preparatori, a Luglio 2019 abbiamo finalmente dato il via al progetto con uno scambio a Torino che ha visto i partecipanti delle rispettive associazioni confrontarsi e sperimentare una prima fase di riflessione e formazione sul tema della sostenibilità.

 

Presentatici e conosciutici, grazie a momenti e giochi con i quali rompere il ghiaccio, abbiamo dato il via alle prime attività per approfondire le realtà di appartenenza dei vari partecipanti: una volta presentata Acmos, tutti i partecipanti hanno presentano le loro associazioni di provenienza.

 

Nonostante la provenienza da contesti differenti, da subito, sono emersi i valori comuni a tutti i partecipanti e alle organizzazioni: la cittadinanza attiva, l’impegno concreto verso il tema del progetto e il rispetto reciproco erano infatti un bisogno che noi tutti condividiamo con entusiasmo.

 

Il secondo giorno ci siamo dedicati alla scoperta della città di Torino con una caccia al tesoro organizzata da alcuni partecipanti italiani attraverso la quale far conoscere i luoghi storici e simbolici della città agli altri giovani coinvolti: dal mix multietnico di Porta Palazzo alle memorie artistiche del Museo del cinema. La giornata è poi terminata con una cena interculturale preparata dalle varie delegazioni, dal “caldo verde” Portoghese al “porkolt” Ungherese, piatti che non hanno fatto che alimentare la sinergia che ormai ci legava.

 

Per approfondire il tema della sostenibilità economica e sociale a livello globale ci siamo recati tra le montagne di Boves (CN) per fare una camminata esplorativa. Tramite un percorso suggestivo, immersi nella natura, abbiamo letto articoli ambientati in diverse parti del mondo relativi ad episodi di diseguaglianza sociale ed economica, che ci hanno permesso poi di riflettere su quanto sia insostenibile la condotta del sistema-mondo in cui siamo al giorno d’oggi siamo inseriti.

 

Nei giorni successivi abbiamo ulteriormente approfondito la proposta dell’economia della ciambella leggendo alcuni estratti del libro, incontrando ospiti e provando a riflettere su quanto alcune attività nei nostri paesi fossero vicine o lontane da quel modello.

 

 

Prima di lasciarci per questa prima fase, abbiamo poi fatto un momento di verifica finale e abbiamo definito insieme come continuare la nostra riflessione per il periodo intermedio tra i due scambi: abbiamo scelto di entrare in contatto con associazioni che negli ultimi anni hanno dimostrato di portare avanti buone pratiche legate alla sostenibilità in tutte le sue declinazioni.

 

 

FASE INTERMEDIA

Durante i tre mesi che hanno separato i due momenti, come componenti del gruppo italiano, aiutati da alcuni membri di Acmos, siamo in contatto diretto con alcune realtà del territorio torinese che propongono buone pratiche in fatto di sostenibilità: dai gas alle attività di recupero dell’invenduto, dal fashion sostenibile ai trasporti. Abbiamo creato nuovi ponti con realtà che ci hanno permesso di aggiungere elementi al bagaglio di storie da presentare nella seconda fase!

 

 

SECONDA MOBILITÀ

Una volta finita la presentazione da illustrare ai partecipanti del secondo scambio, eravamo pronti per partire in vista di Lipsia, città in cui “Eine Welt” ha sede, per la seconda mobilità svoltasi ad ottobre!

Una volta ritrovati, ci siamo da subito resi conto di come i mesi che hanno separato i due momenti non abbiano in alcun modo interrotto il discorso iniziato a luglio.

Dopo aver aspettato l’arrivo di tutti, ci siamo messi finalmente all’opera a partire dalla condivisione delle nostre presentazioni preparate nella fase intermedia. Nei giorni successivi, tutti quanti siamo rimasti molto colpiti dal walkabout a Lipsia che ci ha permesso di conoscere meglio la città e di entrare in contatto con alcune realtà locali che si pongono come esempi positivi di sostenibilità: abbiamo conosciuto così il “cafè kaputt” che permette ai suoi frequentatori di usufruire di pezzi di ricambio per i propri utensili, la “library of things”, vera e propria biblioteca che raccoglie oggetti di tutti i tipi, dai giochi da tavolo agli attrezzi, e abbiamo sbirciato all’interno di un frigorifero libero, a disposizione di chi più ne ha bisogno. Per approfondire il tema delle risorse energetiche siamo poi andati in visita una miniera di carbone a cielo aperto ancora attiva e abbiamo partecipato a una fiera sui temi della sostenibilità nel cibo, nell’architettura e nell’abbigliamento.

 

Nell’ultima fase ci siamo dedicati a momenti di discussione per la creazione di un documento che potesse racchiudere al meglio l’esperienza fatta. Tutte le realtà con cui eravamo entrati in contatto nella fase intermedia e nelle attività di scambio sono così diventate materiale per il nostro libretto. Abbiamo deciso di delineare poi anche i passi avanti che possono essere fatti da ognuno di noi per un futuro che possa realmente dirsi sostenibile.

Una volta composto il documento, prima dell’ultimo saluto, abbiamo passato gli ultimi istanti della giornata a riva del Cospudener See, un lago artificiale davanti al quale ci siamo immortalati in una foto che al meglio racchiudeva l’entusiasmo con cui abbiamo passato la settimana.

 

Nonostante gli addii siano stati sentiti, ci siamo lasciati consapevoli che il filo che ci ha legato negli ultimi mesi non è destinato ad interrompersi qui: la voglia di mantenere stretti i legami è forte, e con essa lo è anche il bisogno di condividere nelle proprie realtà locali l’atmosfera respirata durante lo scambio e di approfondire le riflessioni emerse da questo. Pertanto a Torino abbiamo organizzato una serata di restituzione dell’esperienza il 2 marzo 2020: abbiamo invitato alcune delle realtà incontrate nella fase intermedia e presentato il documento finale.

 


Link alle presentazioni intermedie:

Documento finale “For a sustainable future!”


 

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#OnEurope: per i profughi siriani a Lesbo

Dona ora e firma la petizione

Un’emergenza, di cui poco si sente parlare, è scoppiata all’interno dei confini europei, alle porte del nostro continente. Ed è di natura umanitaria. L’ennesima registrata in questi anni, che manifesta l’incapacità politica dell’Europa di intervenire per accogliere esseri umani in fuga da guerre, persecuzioni, miseria.

A Lesbo, isola dell’Egeo a pochi chilometri dal territorio turco, migliaia di uomini, donne e bambini cercano di raggiungere la Grecia. Sono scappati dalla guerra in Siria, stato dilaniato da una guerra decennale.

Sono profughi, perché fuggono dal proprio territorio per aver salva la vita. Oggi affollano i campi di accoglienza di Lesbo, che sono al collasso.

Una situazione che non può lasciarci indifferenti e chiede una risposta immediata ed una di prospettiva.

Abbiamo deciso di fare la nostra parte, aderendo all’iniziativa ReAdytohelp nata a Novara.

L’associazione Ready, in contatto con un’attivista operante tra i container e le tende che accoglie migliaia di siriani a Lesbo, ha raccolto beni di prima necessità da inviare nei campi profughi di Lesbo.

Raccolta che oggi, viste le nuove disposizioni statali per il contenimento del Coronavirus, è di difficile realizzazione.

Fate la vostra donazione!

Intestatario: ACMOS A.P.S.

Iban IT29Q0501801000000011111119

Causale: Lesbo

Conto corrente C/O Banca Popolare Etica, filiale di Torino

Lanciamo una raccolta fondi, perché non possiamo stare a guardare, voltarci dall’altra parte e sperare che qualcuno intervenga.

L’Unione Europea così come strutturata non è in grado di farlo, perché non ha una politica sull’accoglienza dei migranti comune. Per questo abbiamo lanciato la campagna OneEurope: same rights, one Republic.

Chiediamo che il Parlamento Europeo si pronunci sulla necessità di aprire una nuova fase costituente per la trasformazione dell’Unione Europea in Repubblica d’Europa: una, federale, e democratica, capace di garantire uguali diritti ed uguali doveri a tutti i cittadini.

Abbiamo bisogno del contributo di tutti, di ognuno.

Firma la petizione qui

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Il nostro impegno non finisce qui. Lettera al movimento della Coop Nanà

Care e Cari,

era il 12 dicembre del 2016, quando, nel pieno dell’emergenza sbarchi sulle coste del nostro Paese, abbiamo dato vita a Casa Asilo, accogliendo dodici ragazzi provenienti dalla Somalia, che dopo anni di viaggio in fuga per la vita, attraversando l’Africa, passando per il Sahara, il macello libico e attraversando il Mediterraneo, arrivarono a Torino e a San Sebastiano da Po, in Cascina Caccia.

Prima ancora l’esperienza vissuta in Casa Acmos con Idowu, Seidu, Idrisa, Emwinghare, Jerry e Martins che ci ha motivato a voler strutturare in maniera più professionale il nostro impegno attraverso la Cooperativa Nanà.

Casa Asilo prima e Casa Bashaash poi, nata nel 2018 dal desiderio e dall’impegno del nostro Daniele, sono il nostro tentativo di reagire al richiamo di accoglienza che arriva ai confini della nostra Europa, è il nostro modo per non sentirci spettatori impotenti, ma parte attiva di un mondo che si riconosce nei valori dell’accoglienza e apre le porte dei propri spazi.

Per noi Accoglienza fa rima con Convivenza, cioè il desiderio di voler condividere le proprie vite con quelle dei ragazzi che abbiamo accolto, generando comunità a partire dal vivere insieme, perché non può esserci inclusione senza incontro, conoscenza e scambio.

I nostri progetti di accoglienza sono nati nell’ambito della rete dei CAS, i Centri di Accoglienza Straordinaria, in relazione ai bandi della Prefettura di Torino.

Vi scriviamo per condividere una decisione che abbiamo assunto all’interno della Cooperativa Nanà, perché crediamo che ciascun progetto o attività nel nostro network debba sempre rispondere al Movimento in cui ci abbeveriamo.

A seguito dei cosiddetti “Decreti Salvini”, sono stati rivisti i criteri delle gare d’appalto che istruiscono i servizi di accoglienza per i richiedenti Protezione Internazionale.

La Cooperativa Nanà ha deciso di non voler partecipare alla gara d’appalto con scadenza 6 marzo 2020 e di sostenere la cooperativa Mary Poppins nel ricorso presentato al Tar del Piemonte.

In queste settimane abbiamo lungamente valutato, confrontandoci insieme alle principali organizzazioni impegnate nel mondo dell’accoglienza, sull’opportunità e sulla sostenibilità della partecipazione alla gara d’appalto.

Riteniamo che la nuova gara d’appalto della Prefettura di Torino, per come è stata strutturata, crei le condizioni per sgretolare il sistema di accoglienza in piccoli centri diffusi sul territorio, vanificando il tentativo di generare inclusione sociale e creando problematiche per la sicurezza pubblica. Dove non c’è un adeguato accompagnamento dei percorsi, abbiamo già avuto modo di verificare, si vengano a creare situazioni di marginalità, vulnerabilità preda di mafie e microcriminalità. La famosa quota dei 35 euro procapite, ridimensionata a 18 euro, non è che la punta di un iceberg che vede le sue fondamenta in un modello di accoglienza improntato nella costituzione di grandi centri massivi, in cui i beneficiari saranno in “sosta silenziosa”, in attesa dell’incontro personale con le Commissioni Territoriali che dovranno rispondere alle domande di Protezione Internazionale.

La decisione di non partecipare alla gara d’appalto non rappresenta unicamente la mancata offerta di un servizio, ma vuole essere il tentativo di rappresentare l’indisponibilità a contribuire alla precarizzazione di un sistema di accoglienza che, sul nostro territorio, ha saputo generare anche importanti occasioni di opportunità e riscatto sociale. Crediamo di essere in buona compagnia e speriamo che molti come noi abbiano assunto questa decisione.

Mettere in discussione i nostri progetti di accoglienza avrà sicuramente delle forti ricadute, intanto per i ragazzi che attualmente ospitiamo, oltre che sull’equipe che professionalmente è concentrata sulla costruzione della progettualità sociale, sulle nostre strutture che potrebbero perdere molto in termini di significato ed esperienza, come, ad esempio, le numerose esperienze di testimonianza nelle scuole in collaborazione con il progetto Scu.Ter di Acmos e le partecipazioni alla Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo di tutte le Vittime innocenti delle mafie.

L’importanza di questa scelta ci spinge ad allargare il recinto della conversazione e della condivisione, per questo abbiamo scelto di scrivere, con la disponibilità ad incontrarci per continuare insieme a costruire una repubblica europea in cui riconoscerci, capace di saper rispondere in maniera dignitosa alle grandi questioni del nostro tempo.

Il nostro impegno non finisce qui.

La Cooperativa Nanà

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Reati agroalimentari, un passo avanti?

Il  Consiglio dei Ministri di martedì 25 febbraio ha approvato un ddl sulla riforma della normativa in materia di reati agroalimentari, su proposta del Ministro della giustizia, Alfonso  Bonafede,  e  della Ministra delle politiche agricole, Teresa Bellanova.

 

Avremo, così, più strumenti per contrastare i reati agroalimentari, spesso legati in modo diretto agli interessi delle mafie? Lo abbiamo Chiesto a Gian Carlo Caselli, ex magistrato e presidente dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sulle agromafie di Coldiretti.

 

Dottor Caselli, cosa pensa del disegno di legge?

Toccherà al parlamento discuterne, confrontando le diverse opinioni che saranno prospettate per operare le scelte definitive.  La strada è ancora lunga. La speranza è che non prevalga chi non accetta un modello di sviluppo orientato al benessere della collettività e alla distintività dei prodotti. Oppure ancora qualcuno che preferisce le resistenze corporative  ad un’onesta e trasparente  collaborazione per il bene comune. La posta in gioco è alta: la salute e la  sicurezza alimentare dei cittadini e nello stesso tempo un funzionamento regolare del settore che non penalizzi gli operatori onesti ( che sono la stragrande maggioranza). Di certo, non si può pensare di governare il Paese con armi spuntate, come quelle che offre la normativa  ancora vigente nel contrasto ai fenomeni di frode alimentare. Oggi  assai complessi, mentre la legge è ancora ferma ai casi, ormai solo  di scuola, dell’oste che mescola l’acqua con il vino. Benvenuta quindi la riforma!

 

Crede che questa legge possa aiutare a contrastare il business delle agromafie?

L’agroalimentare è un settore molto…appetibile, perché ( in Italia)  garantisce il saldo positivo della bilancia commerciale, promuove un flusso notevole di export, sostiene il reddito e l’occupazione. Un formidabile fattore di traino è il made in  Italy. Ma un settore che “tira” nello stesso tempo  “attira”: anche soggetti “border line”, fino ai mafiosi.  Da sempre le mafie preferiscono gli affari illeciti a bassa intensità espositiva e poiché  l’attuale normativa italiana  in materia  non funziona, ecco che si guadagna tanto e si rischia poco. Un brodo di coltura ideale per i boss, che operano dal campo allo scaffale alla tavola fino alla ristorazione. La riforma si propone quindi  di rendere meno conveniente ( in quanto adeguatamente punito) l’uso di carte “truccate” che per la mafia è abituale e diventa più facile se si agisce con una prospettiva di sostanziale impunità.

 

La riforma accoglie le linee guida tracciate dall’Osservatorio che lei presiede?

L’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sulle agromafie (una  fondazione di Coldiretti ) è nato e opera da sempre per la cultura della legalità, lo studio e contrasto delle infiltrazioni, il monitoraggio delle contraffazioni, l’analisi delle pratiche commerciali scorrette, la tutela del made in Italy e la trasparenza informativa. In sostanza si punta a  consolidare la legalità in ogni segmento della filiera, come precondizione per un cibo (oltre che buono) sano e giusto. In quest’ottica è chiaro che l’Osservatorio ha insistito con forza e assoluta convinzione perché fosse portato all’esame delle Camere un valido progetto di riforma, alla cui elaborazione ha attivamente contribuito nella apposita Commissione istituita a suo tempo dal ministro Orlando (con la presidenza del sottoscritto e la partecipazione di vari membri dell’Osservatorio).

 

In cosa consiste la riforma?

La riforma si propone di realizzare un diritto penale della vita quotidiana, capace di accompagnare passo passo  il consumatore rafforzandone la fiducia. Sul fronte dei delitti contro l’incolumità e la salute pubblica – primo àmbito di intervento – sono state individuate nuove figure di reato, tra cui il disastro sanitario, l’omissione di interventi necessari ad evitare la circolazione di  prodotti pericolosi e la pubblicità ingannevole. Un secondo àmbito di intervento  ha riguardato il contrasto alle frodi dei prodotti alimentari, con l’obiettivo  non soltanto di punire i comportamenti illeciti ma anche  di tutelare beni ulteriori e diversi dalla generica lealtà commerciale, valorizzando, in particolare, il consumatore finale di alimenti ed il “patrimonio agroalimentare”. Il riferimento esplicito  a questo valore  si inquadra nel riconoscimento che il cibo ha una sua identità, quale parte irrinunciabile ed insostituibile della cultura dei territori, delle comunità locali e dei piccoli produttori locali, ciò  che appunto  definisce, in sostanza, il “patrimonio alimentare”. Conseguentemente, la tutela degli alimenti non può essere realizzata senza tutelare i consumatori e senza renderli, allo stesso tempo, partecipi e responsabili del loro patrimonio. Ad integrare il quadro delle novità, concorre l’inedito reato di agropirateria, applicabile quando i fatti di frode sono commessi da soggetti che, pur non facendo parte di vere e proprie associazioni per delinquere, agiscono con condotte sistematiche e attraverso l’allestimento di mezzi o attività organizzate. In generale sono state adeguate le sanzioni, con particolare riferimento agli alimenti a denominazione protetta e indicazione geografica.  Sono previste anche misure interdittive. Da segnalare  una  nuova disciplina della responsabilità delle persone giuridiche. In àmbito processuale,  infine, si è cercato di estendere e rafforzare gli strumenti utili alla ricerca e all’accertamento della verità.

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Scandicci: verso la Repubblica d’Europa

A Scandicci (FI) abbiamo aperto la via rivoluzionaria dell’agitazione popolare per la Repubblica d’Europa: abbiamo lanciato la nostra campagna #ONEurope. Same rights, one Republic. Unisciti a noi! Firma la petizione per chiedere al Parlamento Europeo di aprire una fase costituente e fare dell’Europa quella casa comune di cui abbiamo bisogno. Scarica la mozione per i Comuni affinchè si proclamino “Città per la Repubblica d’Europa“.

www.oneurope.eu

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#vorreistareacasa: l’emergenza Coronavirus per le persone senza dimora

In questa situazione di grave emergenza, le forti misure governative sono accompagnate dallo slogan #iorestoacasa e dall’appello alla responsabilità personale nel non contribuire alla diffusione del virus, rimanendo il più possibile a casa e intensificando le accortezze igienico-sanitarie.

 

 

Ma cosa accade per le persone senza dimora, che a casa non ci possono restare, perché una casa non ce l’hanno?  Si tratta di un numero considerevole di persone: in Italia si stima che siano più di 55mila, e a Torino dal 2006 ad oggi sono più che raddoppiate, con più di 2300 richieste di ospitalità notturna nel 2018, anche se ancora non sono state verificate le conseguenze dell’applicazione dei decreti sicurezza, che hanno incrementato la presenza di persone irregolari sul territorio.

Com’è l’emergenza Coronavirus dal punto di vista della realtà delle persone senza dimora?

 

 

Anche in una situazione di normalità si tratta di persone più vulnerabili proprio dal punto di vista sanitario, sia per le possibilità di cura personale, dall’igiene alle terapie, sia per la facilità di accesso a servizi medici, ostacolato da disinformazione, barriere linguistiche e timori legati all’esposizione della propria condizione giuridica e economica. Come sta emergendo in questi giorni il sovraccarico della sanità pubblica di base è un pericolo grave in primo luogo per le persone più vulnerabili, qualsiasi sia il problema di salute. In più la difficoltà di seguire le accortezze igieniche elementari favorisce la possibilità di diffusione del contagio e del virus, a discapito non solo dei contagiati ma di tutta la società, con il problema ulteriore della tempestività della segnalazione e dell’isolamento.

 

 

Inoltre in questi giorni l’imposizione delle nuove direttive ha avuto gravi conseguenze sulla vita di donne e uomini senza dimora. Se si è cercato di tenere aperti almeno i servizi di ospitalità notturna secondo le regole, molti altri servizi collaterali sono stati sospesi o limitati per l’impossibilità di attenersi alle stesse, o per diminuzione drastica del numero di volontari che continuano a essere una colonna portante dei servizi del nostro paese. Mense, bagni pubblici, docce, lavanderie, centri diurni, ambulatori gestiti dal privato sociale, ma anche tanti luoghi pubblici come le biblioteche che in altri momenti accolgono la quotidianità di queste persone offrendo posti riscaldati e sicuri, sono venuti improvvisamente a mancare. I servizi rimasti attivi hanno dovuto reagire con un grande e faticoso lavoro aggiuntivo di informazione, contenimento e prevenzione,  con un raggio d’azione però molto limitato, e un aumento di costi e risorse.

 

 

Anche dal punto di vista delle relazioni sociali la situazione è necessariamente peggiorata: si diffondono diffidenza e paura, diminuiscono le occasioni di solidarietà, con effetti da risvolti problematici soprattutto per chi ha problemi di tossicodipendenza e abuso di sostanze psicoattive, e per chi ha problemi di natura psichiatrica. Tutto questo genera un aumento di esclusione e conflitto sociale, e questo di certo non è utile in un periodo di emergenza, quando un paese e i suoi cittadini dovrebbero fronteggiare uniti un problema.

 

 

La fio.PSD, Federazione Italiana organismi per Persone Senza Dimora, in queste giornate di emergenza ha lanciato un appello per potenziare i servizi bassa soglia per persone senza dimora, per prevedere dei protocolli di intervento e misure preventive, per cui sarebbe necessario un dispiegamento di forze professionali in strada e presso i servizi.

 

 

Se ora è importante agire nell’immediatezza per limitare i danni e tutelare tutti,  analizzare la capacità di reggere una crisi in relazione alla condizioni delle persone più in difficoltà è un modo di valutare il benessere e lo sviluppo di un paese democratico, e uno sforzo politico necessario in una prospettiva di ripresa post-emergenza.

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Volevo nascondermi

Vita tormentata di Antonio Ligabue (1899-1965), una delle più importanti personalità artistiche del XX secolo. Dall’infanzia in Svizzera, con i tormenti famigliari e le vessazioni in quanto “diverso” fin da piccolo,  fino alla maturità in Emilia Romagna, passando per il manicomio più volte. Un uomo maltrattato dalla vita, con una serie di malanni fisici e qualche turba psichica, però capace di dipingere e scolpire con una straordinaria versatilità. Schivo e solitario, amante delle automobili e delle motociclette, con una personalità tormentata ed eccentrica. Giorgio Diritti (“Il vento fa il suo giro”, “L’uomo che verrà”) torna a raccontare una storia di provincia (il dialetto emiliano) e personale, affidando a Elio Germano il ruolo di Ligabue, dopo lo sceneggiato Rai con Flavio Bucci protagonista, nel 1977. Germano è superiore a ogni elogio, giustamente premiato con l’Orso d’argento al Festival di Berlino, capace di calarsi nel ruolo con mimetismo incredibile. Film dalla scrittura rapsodica, che ripercorre la dolente esistenza di Ligabue in frammenti, con passaggi metaforici di rara bellezza. Commuove e appassiona. Da vedere.

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Regione Piemonte: a che gioco stai giocando?

Il Piemonte, sul fronte del contrasto al gioco d’azzardo patologico, ha una buona legge che parte del Consiglio della Regione sta mettendo in discussione.

 

La proposta di modifica proviene da rappresentanti dell’attuale maggioranza e verrà discussa nei prossimi mesi in diverse commissioni – tra cui quella alla Legalità – prima di approdare in Aula per il voto.

 

Da sempre Libera, insieme a tante realtà che si occupano di dipendenze, di povertà, di sovraindebitamento, si è battuta affinché le istituzioni intervenissero per regolamentare il gioco d’azzardo legale, a difesa delle fasce più deboli della popolazione, contro la ludopatia e per fronteggiare l’avanzata delle mafie in questo campo.

Nel 2016, il Consiglio della Regione Piemonte ha affrontato la problematica, approvando – quasi all’unanimità – la legge 9/2016.

Un impianto normativo che pone al centro della sua ratio la regolamentazione di un settore, fino ad allora, con poche regole e molti vuoti da colmare.

Tra le positive novità introdotte, citiamo il divieto di collocare le slot machine vicino a luoghi sensibili come scuole, banche, centri anziani; la limitazione giornaliera del gioco imponendo almeno 3 ore di inattività degli apparecchi; l’introduzione di un Piano Regionale per prevenire ed intervenire sulla diffusione del gioco d’azzardo patologico.

Proprio sul punto del cosiddetto distanziometro (ovvero la distanza minima da rispettare dai luoghi sensibili) si concentra la proposta di modifica. La norma, infatti, prevede l’applicazione di questa caratteristica agli esercizi pubblici e commerciali, ai circoli privati, a tutti i locali pubblici o aperti al pubblico, nonché alle sale da gioco e alle sale scommesse presso cui, alla data del 19 maggio 2016, erano collocati apparecchi per il gioco. La proposta punta a cancellare l’effetto retroattivo di questo articolo di legge. Di fatto, passasse questa modifica, tutti gli apparecchi da giochi spenti per effetto di questo articolo di legge potrebbero essere riaccesi, eliminando parzialmente un pilastro fondante della legge.

Abbiamo deciso di opporci a questa modifica, perché i risultati raggiunti nei soli primi due anni di applicazione sono positivi.

Si è ridotto il volume del gioco d’azzardo, come le perdite dei giocatori e non si è avvertito un effetto di sostituzione del gioco a distanza.

Inoltre, nonostante alcune critiche mosse, non esistono risultanze investigative che evidenzino l’aumento del gioco illegale per effetto dell’intervento della Regione Piemonte del 2016.

È emerso invece, da alcune inchieste della magistratura, come le organizzazioni criminali abbiano tentato di intimidire alcuni amministratori locali che hanno messo in atto i dettami della norma o abbiano cercato di aggirare le imposizioni stringenti pur di inserirsi nel remunerativo mercato del gioco d’azzardo.

Per questo ci chiediamo a che gioco stia giocando la Regione Piemonte mettendo in discussione una legge che ha prodotto buoni risultati.

La posta in palio è altissima e potrebbe avere come effetto lo sgretolamento di un argine importante al gioco d’azzardo patologico, al sovraindebitamento al riciclaggio delle mafie nel settore.

Lanciamo la campagna “Regione Piemonte: a che gioco stai giocando?” per parlare, dati alla mano, dei risultati raggiunti sul contrasto al gioco d’azzardo patologico.

La nostra campagna non sarà solo web. Abbiamo deciso di mobilitarci, in tutta la Regione, organizzando incontri di approfondimento, presidi, flash mob.

 


MOBILITAZIONI SUL TERRITORIO 

Non diteci BUGIE! Flash mob di fronte al Consiglio Regionale del Piemonte

Sono un luogo sensibile

 

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Acqua Pubblica: presentazione dossier

Il 26 marzo alle ore 15 si terrà l’assemblea ordinaria dei soci SMAT S.p.A. (Società Metropolitana Acque Torino) in cui si voterà se sviluppare o meno il percorso di trasformazione della stessa SMAT S.p.A. in Azienda Speciale Consortile di diritto pubblico.

Si tratta di un momento decisivo, figlio di un percorso che va avanti da molti anni.

Già prima dei referendum del 2011 il Comitato provinciale Acqua Pubblica Torino (componente del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua) propose la modifica degli statuti del Comune e della Provincia Torino per introdurre il principio dell’acqua come diritto, da gestire senza scopo di lucro.

L’obiettivo fu raggiunto: primo caso in Italia di modifica di statuti di Enti Locali su iniziativa popolare.
L’impegno è proseguito con la raccolta firme per l’importante proposta di legge di iniziativa popolare sull’acqua pubblica (406.000 firme), mai discussa in parlamento in due legislature, malgrado l’avvicendarsi di differenti maggioranze.

 

Dopo i referendum, in provincia di Torino si sviluppò l’azione per l’effettiva ripubblicizzazione di SMAT S.p.A. (con la sua trasformazione in Azienda Speciale Consortile) partendo da una proposta di delibera di iniziativa popolare presentata al Comune e alla Provincia di Torino che ottenne parere favorevole in tutte le circoscrizioni comunali.
La Provincia di Torino, e in seguito il Consiglio Comunale di Torino, respinsero quella proposta, limitandosi ad apportare alcune modifiche allo Statuto e ai Patti parasociali di SMAT S.p.A. Successivamente, su impulso del Comitato, circa 40 comuni della Città Metropolitana approvarono deliberazioni a favore della trasformazione.

Nel 2017 il nuovo Consiglio Comunale di Torino ha approvato finalmente la delibera che avvia il processo di trasformazione. Il primo passo è realizzare uno studio di fattibilità. Su proposta della Città di Torino, lo studio è stato affidato alla stessa SMAT S.p.A. che ha incaricato cinque studi di avvocati per redigere dei pareri sui vari aspetti della trasformazione.

Dall’esame approfondito dei loro pareri, emerge non solo l’opportunità ma anche la convenienza della trasformazione sotto l’aspetto della trasparenza, dei minori costi, del ruolo di governo dei Comuni, dei vantaggi previdenziali per i lavoratori.

 

Il Comitato Acqua Pubblica Torino ha analizzato i diversi aspetti in un dossier di approfondimento che verrà presentato sabato 14 marzo alle ore 9:00 presso Sala Bobbio, in via Corte d’Appello 16. Saranno presenti Paolo Carsetti, del Forum Italiano Movimenti per l’Acqua, Sergio D’Angelo, commissario ABC, Acqua Bene Comune, di Napoli, Alberto Unia, assessore all’Ambiente del Comune di Torino, Vincenzo Gerbi, presidente ATO5 Astigiano. Sono stati invitati i sindaci dei Comuni Soci Smat, i componenti del Consiglio e delle Conferenza Metropolitana, la Presidente, i componenti della conferenza e il direttore dell’ATO3 torinese, il presidente e l’amministratore delegato e il CDA SMAT, le organizzazioni sindacali dei lavoratori/lavoratrici SMAT, l’ANCI e l’ANPCI provinciali.

 

Questi i principali punti sviluppati nel dossier:

-assenza di elementi giuridici e normativi ostativi alla trasformazione
-il modello dell’Azienda Speciale e la garanzia di maggior trasparenza, controllo e democraticità
-la partecipazione dei Comuni nell’Azienda Speciale Consortile
-la parità di accesso al credito e capacità di investimento tra azienda speciale e società per azioni e assenza di rischio economico per gli enti locali
-il contenimento dei costi per l’azienda speciale
-gli aspetti previdenziali

In conclusione occorre ricordare che, da parte del Comitato Acqua Pubblica, la scelta di trasformazione viene riconosciuta come la più aderente alla volontà del corpo elettorale espressa nei referendum del 2011. Questo passaggio permetterebbe infatti di aprire spazi per la partecipazione popolare e focalizzare maggiormente l’Azienda sulla tutela della risorsa acqua, intesa realmente come bene comune, e di stabilizzare la sottrazione della stessa a logiche di mercato e a rapide e opache scelte politiche contingenti.

 

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Orchestra tra i banchi: sostieni il progetto di Orme

Orme – Scuola Di Arti Sceniche E Impegno Civile fa un lavoro incredibile. Attraverso la musica, nella periferia di Torino, genera scambio e inclusione.
Orchestra tra i banchi ha bisogno del contributo di tutti noi.
Anche un piccolo contributo può far crescere questo progetto.

 

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