#vorreistareacasa: l’emergenza Coronavirus per le persone senza dimora

In questa situazione di grave emergenza, le forti misure governative sono accompagnate dallo slogan #iorestoacasa e dall’appello alla responsabilità personale nel non contribuire alla diffusione del virus, rimanendo il più possibile a casa e intensificando le accortezze igienico-sanitarie.

 

 

Ma cosa accade per le persone senza dimora, che a casa non ci possono restare, perché una casa non ce l’hanno?  Si tratta di un numero considerevole di persone: in Italia si stima che siano più di 55mila, e a Torino dal 2006 ad oggi sono più che raddoppiate, con più di 2300 richieste di ospitalità notturna nel 2018, anche se ancora non sono state verificate le conseguenze dell’applicazione dei decreti sicurezza, che hanno incrementato la presenza di persone irregolari sul territorio.

Com’è l’emergenza Coronavirus dal punto di vista della realtà delle persone senza dimora?

 

 

Anche in una situazione di normalità si tratta di persone più vulnerabili proprio dal punto di vista sanitario, sia per le possibilità di cura personale, dall’igiene alle terapie, sia per la facilità di accesso a servizi medici, ostacolato da disinformazione, barriere linguistiche e timori legati all’esposizione della propria condizione giuridica e economica. Come sta emergendo in questi giorni il sovraccarico della sanità pubblica di base è un pericolo grave in primo luogo per le persone più vulnerabili, qualsiasi sia il problema di salute. In più la difficoltà di seguire le accortezze igieniche elementari favorisce la possibilità di diffusione del contagio e del virus, a discapito non solo dei contagiati ma di tutta la società, con il problema ulteriore della tempestività della segnalazione e dell’isolamento.

 

 

Inoltre in questi giorni l’imposizione delle nuove direttive ha avuto gravi conseguenze sulla vita di donne e uomini senza dimora. Se si è cercato di tenere aperti almeno i servizi di ospitalità notturna secondo le regole, molti altri servizi collaterali sono stati sospesi o limitati per l’impossibilità di attenersi alle stesse, o per diminuzione drastica del numero di volontari che continuano a essere una colonna portante dei servizi del nostro paese. Mense, bagni pubblici, docce, lavanderie, centri diurni, ambulatori gestiti dal privato sociale, ma anche tanti luoghi pubblici come le biblioteche che in altri momenti accolgono la quotidianità di queste persone offrendo posti riscaldati e sicuri, sono venuti improvvisamente a mancare. I servizi rimasti attivi hanno dovuto reagire con un grande e faticoso lavoro aggiuntivo di informazione, contenimento e prevenzione,  con un raggio d’azione però molto limitato, e un aumento di costi e risorse.

 

 

Anche dal punto di vista delle relazioni sociali la situazione è necessariamente peggiorata: si diffondono diffidenza e paura, diminuiscono le occasioni di solidarietà, con effetti da risvolti problematici soprattutto per chi ha problemi di tossicodipendenza e abuso di sostanze psicoattive, e per chi ha problemi di natura psichiatrica. Tutto questo genera un aumento di esclusione e conflitto sociale, e questo di certo non è utile in un periodo di emergenza, quando un paese e i suoi cittadini dovrebbero fronteggiare uniti un problema.

 

 

La fio.PSD, Federazione Italiana organismi per Persone Senza Dimora, in queste giornate di emergenza ha lanciato un appello per potenziare i servizi bassa soglia per persone senza dimora, per prevedere dei protocolli di intervento e misure preventive, per cui sarebbe necessario un dispiegamento di forze professionali in strada e presso i servizi.

 

 

Se ora è importante agire nell’immediatezza per limitare i danni e tutelare tutti,  analizzare la capacità di reggere una crisi in relazione alla condizioni delle persone più in difficoltà è un modo di valutare il benessere e lo sviluppo di un paese democratico, e uno sforzo politico necessario in una prospettiva di ripresa post-emergenza.

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