Spaccapietre

Giuseppe (S. Esposito) lavorava in una cava di pietre, e per un incidente ha perso un occhio. Ha una moglie che lavora nei campi, come bracciante occasionale, e un figlio piccolo, di nome Antò. Quando la donna muore al lavoro, padre e figlio si ritrovano soli e senza un sostentamento economico. Giuseppe decide di andare a lavorare nella stessa condizione della defunta moglie e porta con sè il piccolo Antò. Insieme si ritroveranno in una baraccopoli, vivendo in condizioni molto difficili, conoscendo la fatica di un lavoro massacrante, sotto il controllo violento dei caporali. Sotto i loro occhi e insieme a loro, un’umanità disperata (molti africani, ma non solo), che si fa sfruttare perchè non ha alternative, che accetta salari da fame, che rischia la vita e la salute per le condizioni di lavoro e di vita senza sicurezza, che subisce le vessazioni e le prepotenze di uomini senza scrupoli. Epilogo violento, come la storia lasciava presagire, in un lento crescendo di tensione.

I fratelli torinesi Giuseppe e Massimiliano De Serio scelgono coraggiosamente di parlare di caporalato, tema poco raccontato al cinema, ma ancora così attuale nel nostro Paese. Lo fanno ambientando la storia in Puglia e affidando al massiccio Esposito, un ruolo dolente e taciturno, che gli permette di sdoganarsi dalla figura di Genny Savastano, della serie Gomorra.

La tenerezza dei rapporti padre-figlio, come anche la bellezza dei paesaggi rurali, fanno da contraltare allo squallore di certi passaggi e alla ferocia di alcuni momenti. Discutibile, forse, per alcune scelte narrative, resta un film potente, che si avvicina all’universo dei Dardenne, con pochi dialoghi e molta fisicità.

Onore al merito, il nostro cinema ha bisogno di questi azzardi!

In concorso alle giornate degli autori, in questa 77sima Mostra del Cinema di Venezia.

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