Piccolo viaggio attraverso tre esperienze virtuose di agricoltura non tradizionale

Cosa e con quali tecniche verrà prodotto ciò che mangeremo nei prossimi decenni? Quale tipo di produzione
alimentare sarà in grado di dare maggiori garanzie in termini ecologici, sociali e di accesso democratico al cibo?
Se, come dice il mai troppo lodato Piero Angela, “La creatività è soprattutto la capacità di porsi continuamente delle
domande.”, ci deve rassicurare sapere che, anche in agricoltura, la creatività non manca.
Le domande, in questo caso, sono purtroppo fortemente stimolate da temi tanto dolorosi quanto urgenti: scarsità di
risorse idriche e di terreni produttivi (la deforestazione deve essere arrestata), moltiplicazione di fenomeni
metereologici estremi, continuo aumento della popolazione mondiale, sono solo alcuni tra questi.
Comprendiamo così come tecniche di coltivazione quali l’idroponica (coltura senza suolo o fuori suolo),
l’aquaponica (circuito basato sulla combinazione di idroponica e acquacoltura) e l’aeroponica (sviluppo in serra di
piante senza l’utilizzo di terra o di qualsiasi altro aggregato di sostegno ), trovano sempre più spazio in relazione
alle problematiche che abbiamo citato, proponendo esperienze, anche molto differenti tra loro, per contesto, livello
tecnologico adoperato, obiettivi perseguiti.
Comune denominatore: sperimentare modelli virtuosi, capaci di rappresentare azioni complementari
all’agricoltura tradizionale.

Piccolo viaggio attraverso tre esperienze:

Cascina Saetta si trova in un bene che fin dagli anni ottanta era stato utilizzato come ricovero di armi e base
operativa per latitanti, il primo ad essere confiscato nella provincia di Alessandria.
Da poco più di un anno, l’associazione Parsifal, parte della rete di Libera Alessandria, ha avviato un progetto
sperimentale/didattico di acquaponica. Filtrando opportunamente gli scarti delle acque delle vasche in cui vengono
allevati pesci, crescono insalate, erba cipollina, pomodori (buonissimo il pesto di erba cipollina che hanno prodotto!)
Un luogo che, da presidio di illegalità, è divenuto uno spazio in cui la sostenibilità ambientale, il responsabile
utilizzo delle risorse (il circuito acquaponico genera un ridottissimo consumo d’acqua), la formazione sui temi
dell’antimafia, a partire dagli ecoreati, vogliono essere solo l’inizio di un percorso ambizioso. Cascina Saetta si
propone infatti di crescere ulteriormente e verificare come diventare un modello produttivo capace di generare posti
di lavoro.
https://www.facebook.com/CascinaSaetta/

ROOF WATER-FARM si trova a Kreuzberg, in quel di Berlino, guarda caso in un contesto di housing sociale nato
nel 1987. Si tratta di un’associazione di ricerca che indaga sulle opportunità che possono offrire sistemi integrati
di trattamento delle acque per l’irrigazione e la fertilizzazione di serre da tetto.
Il Ministero Federale dell’Istruzione e della Ricerca finanzia questa ricerca, orientata allo sviluppo di tecnologie
colturali per la produzione di piante e pesci, in combinazione con tecnologie di trattamento delle acque
decentralizzate per l’acqua piovana, le acque grigie e le acque nere.
Quanto e come possono coesistere la gestione innovativa delle acque cittadine e la produzione di cibo urbano?
Questa esperienza sembra fornire un valido contributo allo sviluppo e alla resilienza di infrastrutture multifunzionali
e sostenibili.
Città self-made? Ribadendo che parliamo di esempi complementari all’agricoltura tradizionale (ma quella sana!)
non si può non osservare come trattamento delle acque reflue, sviluppo urbano e legislazione alimentare nel
prossimo futuro, devono trovare la via per dialogare in maniera intelligente.
http://www.roofwaterfarm.com/en/

Jellyfish Barge funziona! Parliamo sostanzialmente di un miracolo, una serra in grado di galleggiare su acqua
salata (il 97% delle acque presenti sulla nostra terra è salata), capace di far crescere verdura a pieno ritmo.
Un’idea visionaria capace di dare un grande contributo ad un futuro sostenibile.
Il modulo sembrerebbe rispondere a più problemi: siccità, indisponibilità di suoli coltivabili, ricadute ambientali per
la produzione di energia necessaria per i sistemi produttivi, aumento della popolazione mondiale.
Soffermandoci solo su uno di questi fattori, Stefano Mancuso (colui che ha brevettato Jellyfish Barge con la sua
start up universitaria PNAT), nel suo libro “plant revolution”, ci ricorda che “nel suo più recente rapporto annuale sui
rischi globali, il World Economic Forum cita la mancanza di acqua dolce come la più importante minaccia in termini
d’impatto potenziale. Una ricerca pubblicata dall’Università della California porta convincenti prove che la terribile
siccità che, a partire dall’inverno 2006, per tre anni consecutivi, ha colpito la Siria e la grande area della Mezzaluna
fertile, dove l’agricoltura stessa è nata circa dodicimila anni fa, è stata uuna delle principali cause scatenanti la
guerra civile in Siria”.
http://www.pnat.net/jellyfish-barge.php

Mettendo da parte queste tre esperienze, guardandoci intorno con maggiore attenzione, non possiamo non
osservare che siamo già consumatori di vegetali frutto di innovazione, basti pensare all’Olanda (per sua natura
innovatrice) e a tutti i prodotti che arrivano sui nostri mercati. Utilizzare la tecnologia, di per sé non buona o cattiva
per definizione, non è solo lungimirante ma anche urgente.
Chiudo riprendendo le parole finali del libro di Stefano Mancuso, lucide e sfidanti:”E’ troppo! Ci abbiamo provato, e
abbiamo perso molto tempo: abbiamo anche preparato un bellissimo elevator pitch e un buon business plan, non
volevamo sottrarci a tali richieste, ma le difficoltà sono rimaste insuperabili. Vi farò un solo esempio: nel business
plan appariva che produrre un cespo di insalata con Jellyfish costava, ovviamente, più che produrlo in una normale
serra. Non molto, ma un po’ di più sì. E’ ovvio che sia così: se nel prezzo del cespo d’insalata prodotto in una
normale serra si tenesse conto anche dei costi per l’ambiente e delle risorse consumate, allora il bilancio sarebbe
molto diverso e di gran lunga favorevole al cespo d’insalata prodotto con Jellyfish. Ma questo non interessa a
nessuno. L’ambiente in cui viviamo, il nostro intero pianeta in un certo senso, è gratuito. […] Consumare le risorse
di tutti si può certo fare gratuitamente, e senza business plan. Quello che interessa al mercato è un sistema che
permetta di aumentare i profitti, non qualcosa che faccia mangiare le persone senza consumare le risorse del
pianeta. Questa è roba da fricchettoni, al massimo da papa Francesco, non da posati signori del denaro.
Comunque sia, noi non ci scoraggiamo; prima o poi, inevitabilmente, servirà coltivare il mare per produrre cibo.
Sappiate che Jellyfish Barge è già pronta e funzionante”

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