Marzia: una “tessitrice psicologa” candidata nella lista PAZ

Marzia Di Girolamo, noi di Acmos la conosciamo bene. Riccioli biondi e un gran sorriso, ha tante idee chiare e voglia di fare. Ha deciso di candidarsi alle elezioni di rinnovo del Consiglio dell’Ordine regionale degli Psicologi di fine novembre con la lista “PAZ – Psicologia in AZione”.

Marzia è giunta a Torino nell’ottobre del 2011 ed ha conseguito la laurea magistrale in Psicologia clinica e di comunità presso l’Università degli Studi di Torino nel 2014. In quello stesso anno Marzia ha deciso di intraprendere due percorsi importanti. Il primo, legato allo studio, l’ha vista dedicarsi al dottorato in Scienze Psicologiche, Antropologiche e dell’Educazione. Il secondo è stato un progetto di vita: sempre nel 2014, infatti, è entrata a far parte della coabitazione solidale “I Tessitori” dell’Associazione ACMOS. Il suo percorso presso la coabitazione è durato 4 anni, di cui due come responsabile.
Per chi ancora non lo conoscesse, “I Tessitori” nascono nel 2006 nelle case popolari di via san Massimo 31 e 33. Il primo progetto di coabitazione solidale della nostra città, per vivere in comunità, accanto agli inquilini con l’obiettivo di “ricucire legame sociale”.

All’interno di questo ambiente, a volte anche difficile e conflittuale, Marzia ha dunque fatto esperienza di convivenza e gestione delle relazioni.

Il suo impegno e la voglia di mettersi in gioco continuano attraverso la candidatura per il rinnovo nel Consiglio dell’Ordine regionale degli Psicologi.

Le elezioni si terranno dal 23 al 26 novembre, così abbiamo deciso di porre alcune domande a Marzia per capire quali ragioni l’abbiano spinta a compiere questo passo.

Pensi che l’esperienza come responsabile di comunità ti abbia fornito competenze e capacità che ti permettono, oggi, di metterti in gioco attraverso la candidatura all’Ordine degli psicologi?

Penso che i percorsi che portano a fare un passo del genere siano diversi e molto complessi, questo vale per tutti, anche per me. Tuttavia, da quando mi è stato proposto di candidarmi, mi trovo spesso a paragonare quanto sto facendo con l’esperienza (e le esperienze) ai Tessitori: le riunioni la sera o nei weekend, i gruppi whatsapp, la divisione dei compiti, contribuire ad un lavoro coordinato di gruppo, pensare in termini progettuali, far coincidere esigenze individuali con quelle territoriali, le dinamiche fra il gruppo e fra i gruppi, saper argomentare ed eventualmente tacere. Inoltre, una grande consapevolezza che mi ha dato la coabitazione è stata quella del poter interagire direttamente coi servizi che ruotano attorno ai bisogni individuali e sociali; i tavoli di monitoraggio mi hanno insegnato a valutare con maggiore attenzione situazioni che apparentemente avevano soluzioni semplici, ho visto le ricchezze e i limiti delle forme di assistenzialismo e del welfare in cui siamo immersi: edilizia residenziale pubblica, bandi pubblici, Centri di Salute Mentale, emergenza abitativa, educatori, Comune di Torino, Vigili di Prossimità, assistenti sociali… tutto questo non avrei potuto incontrarlo senza questa esperienza. Mi sono detta “perché non farlo anche per ciò che riguarda il mio mestiere?”.

Inoltre, l’esperienza da responsabile mi ha insegnato molto su di me e sugli errori che si possono fare quando si coordina il lavoro di un gruppo, su quanto sia difficile conquistarsi la fiducia di qualcuno e quanto sia facile perderla e su come rapporti e prospettive cambino a seconda che tu abbia o no la responsabilità di quello che accade. È importante viverlo.

Se eletta, credi che ci potrebbe essere un modo per portare all’interno dell’Ordine le sensibilità e le pratiche di prossimità che sono alla base delle comunità? Potrebbe, quindi, anche venire a crearsi un dialogo tra l’Ordine e le coabitazioni solidali?

Credo che la psicologia abbia molto da dire, e da fare, rispetto alle coabitazioni solidali. Da quello che so, le coabitazioni solidali stanno vivendo un momento faticoso: le dinamiche economiche, sociali e politiche stanno avendo un effetto soffocante su questi progetti. Spero che l’elezione di PAZ, a prescindere dai rappresentanti eletti, possa costruire un Ordine che faccia da cassa di risonanza per progetti così importanti dal punto di vista comunitario e per il benessere dei cittadini, attivando anche un dialogo con altri Ordini professionali. Spero anche che possano nascere collaborazioni, bandi e progetti in cui le coabitazioni solidali trovino spazio o aiuto. Per quel che riguarda il dialogo con l’Ordine, penso (e parlo a nome di tutti i membri di PAZ) che debba esistere a prescindere dal coinvolgimento di quest’ultimo nelle attività e nei progetti: la tutela dei professionisti e degli utenti che si rivolgono ad essi, si esercita anche nella possibilità per tutti di rivolgersi all’Ordine per costruire un dialogo.

Ritieni che il benessere psicologico sia influenzato dalle relazioni e dalla vicinanza? Esperienze come quelle delle coabitazioni solidali, dunque, possono contribuire a migliorare la società in cui viviamo?

Esperienza come quelle delle coabitazioni contribuiscono a migliorare la società in cui viviamo. Non dico nulla di nuovo se cito il concetto per cui la prevenzione non si vede, e questo è molto frustrante nel momento in cui si prova a spiegare l’importanza delle coabitazioni. Il benessere psicologico è un equilibrio influenzato da molte variabili in gioco, le relazioni sociali e la vicinanza umana occupano sicuramente il podio. Però qui voglio chiarire una cosa: non servono psicologi nelle coabitazioni solidali, serve cultura psicologica: serve compagnia per chi è solo, per chi sta male, serve gente che pranzi con altra gente, serve sistemare insieme il prato, serve festeggiare il Natale, preparare qualcosa per la fine del Ramadan, serve aiutare l’anziano a non cadere nelle truffe, serve allontanare la gente dalle dipendenze, serve farsi preparare il pranzo quando arrivi tardi, serve farsi spiegare come si prepara la pasta fresca e farsi raccontare storie di vita che non hanno più orecchie che le ascoltino. Gli psicologi, piuttosto, servono ai volontari come formatori, come mediatori del gruppo, come risorse da sfruttare perché troppo spesso è tutto lasciato alla buona volontà, al buon senso e all’improvvisazione. Queste ultime sono caratteristiche fondamentali in contesti umani, direi che sono la base di quanto viene fatto, ma molto spesso si ha la sensazione di essere soli in mezzo alla solitudine.

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