Mank

Un pezzo della vita di Mank (G. Oldman), alias Herman J. Mankiewicz (1897-1953): siamo in California, nel 1940. Mank, costretto a letto per un incidente che gli è costato un’ingessatura alla gamba, lavora alla sceneggiatura di un film. La pellicola,  l’esordio al cinema del talentuoso giovane Orson Welles, sarà niente meno che “Quarto potere”, una pietra miliare della storia del cinema. La narrazione procede a zig zag, con continui flashback che si focalizzano su episodi del decennio precedente: i postumi della crisi del ’29 e il New Deal rooseveltiano, le elezioni per il governatore della California, il rapporto con la moglie, col fratello Joseph (regista e sceneggiatore), con i produttori Louis B. Mayer e Irving Thalberg, oltre che con William Randolph Hearst (C. Dance), magnate della stampa e imprenditore ricchissimo, che molti riconosceranno come il Charles Foster Kane protagonista di “Quarto potere”. Per questo film, Mankiewicz vincerà l’unico Oscar della sua carriera.

David Fincher (“Seven”, “Il curioso caso di Benjamin Button”, “The social network”) firma la regia di una pellicola particolare: è un biopic anomalo, con una straordinaria ricostruzione scenografica, una splendida fotografia in bianco e nero, un’ammirevole squadra di attori, su cui spicca la prova magistrale di Gary Oldman (scommettiamo su una candidatura all’Oscar?). E’ il ritratto di un uomo geniale e sregolato, posseduto dai demoni dell’alcool e del gioco d’azzardo, incapace di essere accomodante o neutrale, ora gentile, ora sprezzante, pieno di autodistruzione e di immaginazione. Nel ricostruire un’epoca di Hollywood (ma anche dell’America), Fincher utilizza la sceneggiatura che suo padre scrisse per il film, che doveva essere girato a fine anni ’90. In certi passaggi, a riprova dell’accuratezza del copione, risulta in parte ostico per chi non conosca nei dettagli le vicende americane e cinematografiche degli anni ’30.

Dal 4 dicembre disponibile su Netflix.

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