La mia parte

Sono le sette in punto, il buio pesto ha già riempito le strade delle città e le campagne andine. Mentre mi faccio accompagnare dalle pagine di un libro e dal profumo di un incenso, inizio a sentire dei colpi agitati provenire da fuori.

Con immenso piacere apro la finestra e cerco subito la mia campana ( strumento a percussione tipico della salsa)e il bastoncino di legno per unirmi al coro, anche i miei vicini aderiscono al “cacerolazo”, una forma di protestare e di farsi sentire anche da casa.

La dinamica è semplice: pentole, padelle, cucchiai, legnetti, tamburi, qualsiasi cosa è valida purchè faccia rumore, un appuntamento sui social e via. Ci si affaccia alla finestra o ci si mette sul balcone e si batte fortissimo.

L’esercizio è emozionante e riesce a farti sentire parte di una comunità sensibile, speranzosa, sicuramente arrabbiata. I perché qui in Colombia sono davvero troppi. Ci sarebbe da battere sulle pentole ogni sera, perché ogni giorno c’è un triste motivo per farlo.

Quello che ci riunisce questa sera è l’omicidio di 9 giovani a Samaniego, un Municipio di questa regione, il Nariño, uno degli estremi sud del Paese. E noi, che viviamo a una manciata di ore da lì, non possiamo stare fermi, zitti. Ma neanche chi vive a Bogotà, a Medellin, a Cali, nelle città più importanti del Paese si alza forte un grido di “basta così!”.

Il massacro non trova ancora una risposta definitiva, tanto meno dei colpevoli certi. Difficile che arrivi giustizia laddove ne esiste una diversa, dove le leggi sono altre, dove i conti si saldano a suon di pallottole.

È della settimana scorsa la notizia dell’omicidio di altri cinque ragazzini a Cali, nella Regione del Valle del Cauca, tutti tra i 14 e 15 anni, tutti residenti nel quartiere “Llano verde”, una zona di case popolari che accoglie famiglie sfollate dalle regioni del Pacifico. Sono stati trovati torturati e senza vita dal padre di uno di loro, in mezzo a una coltivazione di canna da zucchero.

Mentre si celebravano i funerali dei cinque ragazzi afrodiscendenti, una granata è stata fatta esplodere vicino alla stazione di polizia del quartiere. Chi siano gli autori di quest’altro orribile massacro e dell’attentato ancora non si sa. Le immagini della rabbia e delle lacrime degli amici e dei genitori provocano un dolore allo stomaco davvero forte.

Mentre ci chiediamo in che razza di Paese viviamo, compare alla televisione il Governatore del Nariño, confermando la notizia dell’omicidio di tre indigeni Awà, nel Municipio di Ricaurte, un’altra zona rossa di questa regione. La frazione in cui è stato commesso il pluriomicidio si trova a 12 ore di cammino dal pueblito principale, 12 ore di distanza da una strada asfaltata, da un centro di salute, da una stazione dei bus.

Per capirci meglio, invito chi mi legge a fare un giro su Google Maps e guardare dall’alto la regione da cui scrivo. Oceano Pacifico, sterminate Ande e una parte di Amazzonia si riassumono in un azzurro-verde su cui in punti bianchi delle città e le linee gialle delle strade sono davvero pochi.

La Natura qui è la padrona della terra. La “Pachamama”, con le sue cascate, lagune, vulcani, spiagge e montagne regna ancora sovrana. Queste meraviglie per gli occhi, si convertono in una grandissima opportunità per i cossiddetti “gruppi al margine della legge”, guerriglieri e paramilitari, che gestiscono il narcotraficco e sfruttano la porta sull’Oceano, sulla regione Amazzonica e la frontiera con l’Ecuador per garantire l’uscita dei prodotti.

Ed ecco che la bellezza crolla. Ed ecco che la Pachamama e tutti i suoi figli soffrono. Ed ecco che la paura e la violenza si fanno spazio e schiacciano le tradizioni millenarie dei popoli indigeni, la speranza delle nuove generazioni, le fatiche fatte per costruire un futuro diverso da parte dei leaders sociali e ambientali.

Conto con le dita, come farebbe un bambino, quanti mesi di quarantena abbiamo già passato. Non mi basta una mano, sono sei. Mezzo anno di vita passato nell’incertezza di un possibile contagio, nelle restrizioni, nel corpifuoco alle 4 di pomeriggio, nelle code per la spesa, nel disagio della vicinanza con gli altri.

Niente che un italiano non possa capire, niente che un italiano non abbia vissuto. Quali sono allora le differenze tra il vivere questa pandemia qui o lì?

La differenza è il sistema di salute, che non è pubblico, che è estremamente burocratico e ingiusto. La differenza è la scuola, che non è obbligatoria e che non può in moltissimi casi essere smart, per la mancanza di connessione e per la mancanza di professori stimolati ad essere responsabili dei cittadini del domani.

La differenza sono i controlli, che sono troppi pochi, che si convertono in scenette ridicole della serie “vada a casa dai” o in abusi di potere estremi, quelli per cui sono stati distrutti con violenza carretti di cibo e tirati per terra chili e chili di frutta a persone che cercavano di tirare su una manciata di pesos.

La differenza sono i sussidi, la cassaintegrazione, i pagamenti a rate. Inesistenti, inaccessibili, insensati. Dopo poche settimane di chiusura ecco quindi riaprire negozi, ristoranti, ecco tutti per strada, perché sennò come campo? Sennò come pago l’affitto? Sennò come pago i servizi?

L’hashtag #quedateencasa (rimani a casa) risulta ridicolo vista la mancanza di appoggi concreti e diffusi. Questa è la differenza. Questa è l’ingiustizia. Questa è la pandemia in questo paese latino difficile e fragile.

Io, che ho un lavoro fisso, che pago la salute e quindi ne ho accesso, che ho una casa in città e vivo con persone bellissime, che potenzialmente potrei scappare da un giorno all’altro su un aereo grazie al mio passaporto, io, io sono fortunatissima.

E mentre siamo distratti dal virus ecco che torna la guerra, a farsi sentire più forte di prima. E torna nelle campagne, tra le montagne, nei quartieri difficili, torna selettiva, levando di torno persone scomode, persone giovani, persone sagge, persone simbolo. E avverte, minaccia, silenzia, uccide.

Anche le notizie che arrivano dai piani alti non sono da poco. L’ex presidente Alvaro Uribe, è agli arresti domiciliari per presunte mazzette a testimoni di un processo e frode. C’è chi ha appeso la bandiera tricolore al balcone, chi ha stappato un vino, chi ha saltato di gioia e c’è chi ha organizzato ridicoli raduni per manifestare il proprio dissenso, per difendere l’indifendibile. Una giornata storica, una giornata che dà speranza. Prima o poi la giustizia arriva, anche qui.

Nel 1986 in Messico, uno dei colombiani più famosi del mondo, Gabriel Garcia Marquez, pronunciava un discorso di una potenza inaudita nel quarantunesimo anniversario della strage di Hiroshima. Un discorso contro l’uso di armi nucleari e contro la scelleratezza dei potenti.

Le sue parole, scritte per un contesto diverso, possono essere usate anche oggi per far riflettere chi ha tra le mani le sorti di questo Paese meraviglioso:

Un grande scrittore del nostro tempo si è chiesto se la Terra è l’inferno degli altri pianeti. Forse è molto meno: un villaggio senza memoria, abbandonato dagli Dei nell’ultimo sobborgo della grande patria universale. Però il sospetto che sia l’unico posto nel sistema solare dove è nata la prodigiosa avventura della vita, ci spinge senza pietà a una conclusione: la via delle armi va nel senso opposto all’intelligenza. E non solo all’intelligenza umana ma anche all’intelligenza della natura. Sono dovuti trascorrere trecento ottanta miglioni di anni dall’apparizione della vita sulla terra perché una farfalla imparasse a volare, altri cento ottanta milioni di anni per fabbricare una rosa con l’unico scopo di essere bellissima, quattro ere geologiche perchè gli essere umani, a differenza del bisnonno “homo erectus”, fossero capaci di cantare meglio degli uccelli e morire d’amore. Non è per niente degno per il talento umano aver inventato il modo in cui questo processo millenario, faticoso e colossale, possa ritornare al nulla da dove è venuto con la semplice arte di schiacciare un bottone.

Ogni volta che le armi, l’illegalità e la guerra fanno un passo avanti, la Colombia fa un passo indietro, perde le sue cittadine e i suoi cittadini migliori, perde ettari di bellezza, perde le sue radici indigene, perde l’occasione di fare la pace con la sua storia e creare una Pace democratica e duratura.

Con le orecchie, gli occhi e soprattutto il cuore, appoggiati a questa terra da ormai cinque anni, non posso esimermi dal compito di raccontare la tristezza e il dolore che riempie in queste settimane questa fetta di America Latina, non posso esimermi dal battere forte sulla pentola dalla finestra, non posso non leggere e ascoltare le notizie, non posso riflettere, non posso non fare la mia parte, perché ormai tutto questo è parte di me e il cambiamento parte anche da me.

 

 

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