Il processo ai Chicago 7

A Chicago, nel 1968, migliaia di persone manifestarono in occasione della Convention del Partito Democratico, che doveva decidere lo sfidante di Nixon per le elezioni, dopo l’omicidio di Bob Kennedy ai primi di giugno. A sfilare fu quella faccia di America contraria alla guerra in Vietnam: pacifisti, capelloni, radicali di sinistra, obiettori di coscienza, studenti universitari. Ci furono scontri con la polizia e molti feriti. Un anno dopo, i 7 leader della protesta, insieme a uno dei fondatori delle Pantere Nere, finirono a processo con l’accusa di aver fomentato la rivolta e cercato il conflitto con i poliziotti. A difenderli un avvocato fuori dagli schemi (M. Rylance), ad accusarli un procuratore (J. Gordon-Levitt) dubbioso, ma fedele al suo dovere, a presiedere il procedimento un bizzarro giudice (F. Langella). Più le settimane avanzano e più il processo sembra viziato dal pregiudizio di colpevolezza degli imputati. Nel frattempo i flashback rievocano i giorni concitati delle proteste dell’anno prima.

Aaron Sorkin (Oscar per la sceneggiatura di “The social network”) racconta un pezzo di storia americana, misconosciuto ai più: lo fa in un film molto parlato, con un cast stellare (ci sono anche, tra gli altri, E. Redmayne e M. Keaton), un buon ritmo narrativo e risvolti umoristici (la quasi totale mancanza di rispetto verso l’autorità degli imputati). Lo fa con piglio da liberal americano, ma in controluce questa storia parla di questioni cruciali: il diritto alla protesta e a un giusto processo, quello di manifestare e di dissentire, la manipolazione del potere e la deviazione della giustizia, la lotta per l’uguaglianza e contro la guerra. Non a caso uno degli apici del pathos è nella scena finale che precede la sentenza.

In Italia in sala in lingua originale, ma è una produzione Netflix: a metà mese sarà disponibile sulla piattaforma on line.

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