Hammamet

Gli ultimi tempi di Bettino Craxi (1934-2000), leader del partito socialista dal 1976 al 1993, presidente del Consiglio a metà degli anni ’80, travolto da Tangentopoli e dal crollo della Prima Repubblica. Siamo alla fine degli anni ’90, ad Hammamet, in Tunisia, dove ha trovato rifugio (o come diceva lui, dove si è esiliato), Craxi (P. Favino) abita nella sua villa, insieme alla moglie. La sua salute è precaria, è tormentato dal diabete, da scompensi cardiaci e altre malattie. E’ raggiunto dalla figlia e dal piccolo nipote. Il figlio del suo amico e compagno di partito Vincenzo (G. Cederna), un ragazzo di nome Fausto si introduce nella dimora del vecchio uomo politico e viene scoperto dalle guardie del corpo. Da questo espediente narrativo di finzione, Gianni Amelio e il suo co-sceneggiatore Alberto Taraglio immaginano i dialoghi tra il giovane e l’attempato leader socialista, che rievocano il passato e la caduta di Craxi (che non viene mai citato per nome), l’accanimento dei magistrati, il complotto, a suo dire, per distruggerlo.

Cominciamo a dirlo subito: la sceneggiatura non funziona. Ha in Fausto un personaggio debole, dei buchi narrativi e dei passaggi sgangherati, contaminazioni metaforiche e oniriche che appesantiscono il tutto. E’ l’ennesimo film che parla del rapporto padri-figli, tanto caro ad Amelio e al suo cinema, ma questa volta gira a vuoto. Quindi che resta? La prova attoriale di Favino, che è magistrale: sotto il trucco pesante, ma credibile, c’è un’interpretazione straordinaria, che riesce a rievocare i gesti, gli sguardi, l’inflessione vocale, la postura di Craxi. Prima sequenza del congresso socialista all’Ansaldo di Milano molta riuscita. Per il resto è un tratteggio contraddittorio quello che si fa di Craxi, come lui stesso era. Al netto dei dibattiti politici evocati ancora di recente, sulla sua figura controversa (Beppe Sala ha proposto un convegno a Milano, per il ventennale della morte che sarà a giorni), resta un film mancato e spiace.

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