Dalle stragi alla riscossa civile

È difficile rievocare il clima del dopo Capaci e via d’Amelio. Perché furono settimane e mesi di smarrimento e paura, lotta alla rassegnazione e nuove scelte di impegno, anche ormai sembra passato molto più di quel quasi quarto di secolo. Ma è difficile anche perchè le stragi non si fermarono con l’annus horribilis 1992. Il 1993 si infatti si apriva certo con una duplice buona notizia, arrivata il 15 gennaio: Gian Carlo Caselli, magistrato dalla lunga carriera e uno dei protagonisti della lotta al Terrorismo italiano negli anni ’70, giunse a Palermo, per insediarsi alla guida della Procura; nello stesso giorno Totò Riina veniva arrestato, dopo decenni di latitanza, sempre nello stesso capoluogo siciliano (certo, la vicenda della mancata perquisizione del suo covo, pagina opaca e misteriosa ancora adesso, trascina da più di vent’anni sospetti e processi non ancora conclusi). Ma il 1993 vide, fatto senza precedenti, l’accelerazione stragista verso bersagli casuali e innocenti, per colpire nel mucchio e in luoghi diversi, seminando terrore. La prima bomba, il 27 maggio a Firenze, che uccise 5 persone, di cui due bambine e uno studente universitario, in via dei Georgofili, dietro gli Uffizi. Poi, due mesi dopo, il 27 luglio, bombe in contemporanea a Milano (altri 5 morti), vicino alla Padiglione di arte contemporanea in via Palestro e a Roma, in prossimità di luoghi di culto (San Giovanni in Laterano, San Giorgio al Velabro), che fecero danni alle cose e molti feriti, ma non causarono decessi. Intanto, quella stessa notte, un misterioso blackout elettrico e delle comunicazioni, isolava Palazzo Chigi, sede del Governo, tanto da far pensare all’allora premier Carlo Azeglio Ciampi, che fosse il corso un golpe.
Tutto questo, come sostengono in molti tra magistrati, giornalisti e investigatori, per costringere lo Stato alla resa e a trattare. Su cosa? Su quello che la mafia non poteva digerire e riteneva un ostacolo al suo potere: bisognava riformare delle leggi (la Rognoni-La Torre in primis, poi quella sui pentiti voluta da Falcone), rivedere la sentenza del Maxi Processo, eliminare il 41bis che aveva istituito il carcere duro per i boss, chiudere i supercarceri come Pianosa e l’Asinara, più altre questioni. E a trattare, sostiene la pubblica accusa nel processo che si è aperto a Palermo nel maggio 2013, ci furono certo i capi storici di Cosa Nostra (Riina, Provenzano, Cinà, Brusca e Bagarella); ma ci furono anche alcuni uomini politici (imputati nel procedimento Marcello Dell’Utri, Calogero Mannino e Nicola Mancino), attraverso la mediazione di alcuni alti ufficiali del Ros dei Carabinieri (Mori, De Donno, Subranni). In particolare gli uomini del Ros, secondo l’accusa, avrebbero permesso il contatto tra le due parti, anche attraverso la figura di Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo poi condannato per mafia. Infatti, ruolo chiave nella vicenda giudiziaria lo hanno le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex politico dc, ormai defunto. Il processo va avanti da quasi 3 anni ormai, con articolazioni anche diverse (Mannino, ad esempio, ha scelto il rito abbreviato e in primo grado è stato assolto) vedremo cosa riuscirà a dimostrare.
Intanto, tornando alla metà degli anni ’90, la riscossa civile riprendeva slancio, come se il boato delle stragi del 1992 avesse svegliato molte coscienze, non solo in Sicilia. Sarebbero stati anni di mobilitazioni e manifestazioni, soprattutto di giovani, nelle piazze di tutta Italia. Alcuni uomini e donne si assunsero il dovere della testimonianza e della sensibilizzazione: Antonino Caponetto, molti famigliari di vittima di mafia come le sorelle Falcone e Rita e Salvatore Borsellino, ma anche Saveria Antiochia (madre dell’agente Roberto) e Felicia Impastato (madre di Peppino). A Torino, nel 1993, nasceva Narcomafie, prima rivista ad occuparsi specificamente di organizzazioni criminali di stampo mafioso. Libera, sarebbe nata solo nel 1995, fondata da Don Luigi Ciotti e molte delle persone appena citate, certo condizionata profondamente da quella stagione. E la prima scelta di Libera fu quella di raccogliere le firme per arrivare alla modifica della normativa, in modo da poter prevedere la confisca e il riutilizzo sociale dei beni dei mafiosi (legge 109 del 1996, votata il 7 marzo). E nello stesso momento venne approvata anche la legge di contrasto all’usura (108 del 1996).
Intanto sul fronte del contrasto repressivo, grandi successi si andavano ad aggiungere: migliaia di beni sequestrati, decine e decine di grandi latitanti arrestati (i Brusca, Bagarella, Aglieri, di Matteo, i Graviano, Cancemi, La Barbera… e tanti altri), i processi al cuore del rapporto mafia politica che venivano istruiti, il più celebre certo quello contro il senatore a vita Giulio Andreotti (1919-2013), alla fine riconosciuto colpevole di rapporti con la mafia, fino alla primavera del 1980, ma prescritto all’atto della sentenza, nel 2003. Poi sarebbero arrivati i procedimenti contro Marcello Dell’Utri (condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, 7 anni di carcere in Cassazione) e, in anni più recenti, Salvatore Cuffaro ( condannato per favoreggiamento aggravato, 7 anni in Cassazione anche per lui).
Cosa resta oggi?
In un contesto complessivo che ha perduto parte di quello slancio emotivo, anche per un strategia molto più silente delle mafie, resta il lavoro svolto in questi vent’anni: l’impegno quotidiano nelle scuole, ma anche con gli adulti, che Libera ha profuso nei percorsi educativi, per discutere di legalità, democrazia, inclusione, cittadinanza; il supporto al riutilizzo sociale dei beni confiscati, che ha fatto nascere cooperative sulle terre dei boss mafiosi, che oggi producono un paniere di prodotti incredibile; il lavoro per la memoria delle vittime e il sostegno dei famigliari. Da vent’anni e più, Libera porta avanti l’intuizione alla base della sua costituzione: i morti di mafia innocenti, in questo Paese, devono essere ricordati con la medesima dignità, senza omissioni o classifiche, ma con il ricordo del nome e del cognome per tutti. Per farlo è nata la giornata della memoria e dell’impegno, in ricordo delle vittime di mafia. Un giorno dell’anno, il 21 marzo, in una località diversa, per leggere quell’elenco di più di 900 nomi, che impasta di sangue la storia del nostro Paese e che purtroppo ogni anno si allunga ancora un po’. Per questa ragione eravamo a Bologna lo scorso anno, per lo stesso motivo saremo a Messina e, in contemporanea, in 20 piazze italiane e quindi qui a Torino, il prossimo 21 marzo, tra pochi giorni. Anche per chiedere al Parlamento, di approvare finalmente la legge, in modo da istituire a livello nazionale e ufficialmente la giornata nazionale della memoria e dell’impegno. E che sia il 21 marzo, a simboleggiare la vita che rifiorisce, a primavera.

Ci vediamo in piazza.

 

Articolo di