27 gennaio 2026 – Giornata della Memoria: ricomporre gli argini

Il 27 gennaio del 1945 l’Armata Rossa apriva i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz. Un’immagine che ha simboleggiato la fine di uno degli orrori più grandi della storia dell’umanità. Ottantuno anni fa si concludeva una delle pagine più nere dell’Occidente e, da quell’abisso, nascevano delle promesse: mai più la disumanizzazione, mai più la negazione della dignità, mai più la persecuzione fondata su origini, idee politiche, religione, orientamento, condizioni di vita.

 

La Giornata della Memoria nasce per tenere come monito lo sterminio di milioni di ebrei e, con loro, di tutte le persone considerate “diverse” dal progetto nazista. Vale la pena chiederci cosa sia per noi oggi Memoria: non solo commemorazione, ma profonda comprensione di un periodo storico che ci ha lasciati con un’eredità civile da custodire. Significa quindi spostare l’attenzione al presente, allenare la capacità di riconoscere i segnali di pericolo per la democrazia quando si manifestano e impegnarsi per prevenire il ripetersi di alcuni eventi.  

 

In queste settimane abbiamo assistito a eventi che hanno scombussolato la vita della nostra città, in ultimo lo sgombero dello stabile di corso Regina 47, occupato da Askatasuna a Torino, con la militarizzazione di un intero quartiere e la repressione violenta dei manifestanti. Un’operazione condotta mentre era in corso un percorso di dialogo istituzionale per trasformare quello spazio in un bene comune della città.

 

Oltre all’episodio in sé, per i cui modi resta necessaria la condanna, è preoccupante la progressiva normalizzazione della forza come unico strumento di governo del conflitto sociale. La repressione è ormai un marchio di fabbrica: criminalizzare e screditare chi protesta, chiudere spazi storici di aggregazione informale, soffocare il conflitto sociale invece di affrontarne le cause. Una scelta securitaria e muscolare che, in assenza di risposte credibili alle discriminazioni strutturali, preferisce colpire chi si organizza dal basso invece di intervenire alla radice dei problemi

 

Colpisce, ancora una volta, la selettività di questa repressione e la disparità di trattamento: gli interventi non si concentrano su spazi e realtà ricondotte all’estremismo di matrice neofascista, come CasaPound a Roma, bensì all’antagonismo politico di sinistra, in spazi che rappresentano e hanno rappresentato per decenni anche  luoghi di socialità, cultura, mutualismo. 

 

Non si tratta di sottovalutare l’importanza della legalità o della necessità che le istituzioni chiedano conto di responsabilità. Si tratta di denunciare un’azione politica istituzionale che usa questi argomenti come alibi per un’eliminazione violenta del dissenso e della socialità che lo nutre, impoverendo culturalmente la società tutta. Per chi come noi ha a cuore l’eredità morale e politica successiva ai fatti che il Giorno della Memoria evoca, e per chi sostiene quindi il valore di un sistema democratico, liberale, repubblicano e costituzionale, questi fatti sono particolarmente gravi. Sono gravi anche perché  si collocano in un contesto europeo e mondiale di retrocessione e crisi dei sistemi democratici e di alleanze internazionaliste di figure e movimenti xenofobi autoritari e imperialisti.

 

Qualcosa in queste settimane si è mosso. Diverse persone e realtà, con collocamenti politici anche distanti, hanno sentito la necessità di denunciare quanto accaduto, ciascuna secondo la propria sensibilità, e di rispondere costruendo un’assemblea nazionale e aderendo al corteo nazionale convocato il 31 gennaio a Torino. È un segnale importante che indica la gravità dei fatti che si stanno succedendo e l’adesione a queste iniziative è oggetto di un vivo dibattito: chi le governa? Qual è la prospettiva? Quando si costruiscono reti solidali tra esperienze così differenti, ci sono ragioni diverse che possono prevalere: l’azione da un lato può esser più forte, e il richiamo morale che mobilita le persone è alto. Allo stesso tempo si corre il rischio di essere strumentalizzati, di favorire tensioni e polarizzazioni che possono diventare alibi per una risposta repressiva ancora più decisa. Indipendentemente da cosa ciascuna persona e realtà deciderà di fare, riteniamo però che non sia sufficiente occupare le piazze e che alla mobilitazione debba seguire una risposta politica seria e continuativa: lasciare il terreno delle istituzioni in mano a chi lo usa per normalizzare l’erosione dei diritti e l’uso della forza come strumento politico, tradisce la lezione civile del Giorno della Memoria, e rende il pluralismo democratico e il dissenso più fragile e facilmente isolabile. 

 

Non abbiamo certezza di dove porteranno i movimenti e le agitazioni di queste settimane e di questi mesi, ma pensiamo che oltre allo scendere in piazza sia per noi urgente interrogarsi su come costruiamo un fronte democratico comune che abbia presupposti condivisi, e che tenga insieme le differenze di approcci e sensibilità. Cosa significa oggi arginare la deriva individualista e autoritaria che ha così grande consenso – nelle scuole, nei quartieri, nelle istituzioni ? Come si tradurranno queste mobilitazioni in un lavoro politico duraturo, capace di incidere diffusamente a livello culturale e anche negli spazi istituzionali? 

 

Tenere insieme questo doppio binario tra lavoro politico negli spazi istituzionali e nelle organizzazioni sociali formali e informali non è facile, e nonostante richieda molti compromessi è una scelta di efficacia e lungimiranza, non di rinuncia. Più che mai allora serve costruire connessioni e alleanze: tra chi lavora nei movimenti e chi agisce nelle istituzioni, tra chi in modo diverso condivide l’obiettivo di salvaguardare lo stato di diritto e allargare spazi di libertà, giustizia e democrazia. 

 

Evitando paragoni storici impropri e forzati, continuando a dedicare questa Giornata alla memoria delle vittime, quelle morte e quelle sopravvissute, e allo studio e alla comprensione di quei fatti, per noi il 27 gennaio continua a parlare al nostro tempo, a interrogare profondamente le nostre vite e le nostre organizzazioni e a impegnarle in esperienze continuative e compromettenti di partecipazione democratica attiva e consapevole.

27/01/2026
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