Verso le elezioni, riassunto delle puntate precedenti: 1992-2001

Questa è la prima parte di un approfondimento, a cura del Centro Studi Streben, per inquadrare sinteticamente gli ultimi 25 anni di storia italiana, in vista delle elezioni del 4 marzo prossimo.

 

Il 17 febbraio 1992 Mario Chiesa, socialista milanese e presidente del Pio Albergo Trivulzio, venne arrestato in fragrante, mentre intascava una mazzetta. L’episodio, in apparenza marginale (Craxi, leader del Partito Socialista, minimizzò, definendo Chiesa un mariuolo!) era invece la prima crepa in un sistema che, di lì a qualche mese sarebbe imploso, travolgendo quarant’anni di storia repubblicana, oltre che buona parte del blocco di potere che aveva governato l’Italia dal 1948. L’inchiesta della procura di Milano prese il nome di “Mani Pulite” e il suo uomo simbolo fu il magistrato Antonio di Pietro (che si sarebbe poi dato alla politica, con risultati alterni), componente del pool che indagava sui reati, composto da magistrati quali Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo, Francesco Saverio Borrelli, Ilda Bocassini e Gherardo D’Ambrosio. L’epoca che passerà alla storia come “Tangentopoli”, per una serie di inchieste collaterali, mise alla luce un fitto intreccio di corruzione, tra potere politico ed economico, in cui erano coinvolti molti dei principali partiti. Il tutto avveniva all’indomani di sconvolgimenti sul piano mondiale, i cui riflessi avevano condizionato pesantemente anche gli assetti italiani (il Muro di Berlino era caduto nel 1989, l’Urss implosa nel 1991) e nell’anno in cui Cosa Nostra spingeva l’attacco al cuore delle Istituzioni al suo apice, con le stragi di Capaci e via d’Amelio e le morti dei magistrati simbolo della lotta alla mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con relative scorte.

Nel 1993, per la prima volta nella storia italiana, divenne premier un indipendente, l’ex governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi: il suo governo giurò il 29 aprile mattina, ma la sera stessa quando la Camera dei deputati negò l’autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi, accusato di tangenti, i ministri del Pds e dei Verdi si dimisero per protesta. Il giorno dopo Craxi, il leader del Psi che era stato presidente del Consiglio a metà degli anni ‘80, fu pesantemente contestato all’uscita dall’Hotel Rapahel a Roma.

Le monetine lanciate a Craxi erano il preludio simbolico e plastico dello sbriciolamento di un sistema di potere: dopo quasi 50 anni di governi democristiani e affini (con l’esclusione di Craxi stesso, che però governo anche con i voti della Dc), sembrava scontato un trionfo delle sinistre. Il Pds (cioè l’evoluzione del Pci dopo il crollo dell’Urss) era considerato favorito dopo l’implosione della Democrazia Cristiana.

Nel frattempo, dopo i referendum del 1993, la legge Mattarella modificò la legge elettorale, passando da un sistema proporzionale, sostanzialmente in vigore da quarant’anni, a uno maggioritario.

La Prima Repubblica, nell’espressione giornalistica, cedeva il passo alla Seconda, pur senza alcun cambio della Costituzione: Craxi fuggiva alla giustizia rifugiandosi in Tunisia, Andreotti sarebbe stato processato a Palermo per mafia, storici leader politici sfilavano nei processi, arrampicandosi sugli specchi, per giustificare il sistema di tangenti nel quale erano affogati miseramente.

 

In vista delle elezioni del 1994, tuttavia, la sorpresa fu la celeberrima discesa in campo di Silvio Berlusconi, imprenditore lombardo, fondatore di Publitalia e Fininvest (oggi Mediaset), presidente del Milan Calcio, editore e proprietario di giornali. Fino ad allora il Cavaliere (come era stato soprannominato dalla stampa per l’onorificenza ricevuta nel 1977) era noto soprattutto per aver introdotti i canali commerciali nella televisione italiana, anche grazie a due decreti a sua tutela emessi sotto i governi Craxi (di cui era amico personale), fino alla legge Mammì del 1990, che permise al gruppo Fininvest di stare sul mercato, quasi senza concorrenza. Pochi erano a conoscenza dei trascorsi del celebre imprenditore lombardo che ora si gettava nell’agone politico: l’iscrizione alla P2 (tessera 625), gli ambigui rapporti con mafiosi (Vittorio Mangano, assunto come stalliere nella villa di Arcore) o  loro  interlocutori (su tutti Marcello Dell’Utri, poi condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, a 7 anni di reclusione e attualmente in carcere), ma anche l’origine stessa della fortuna del suo impero economico. Era semplicemente, e ci avrebbe giocato su a lungo, l’uomo (o l’imprenditore) che si è fatto da sé. Berlusconi si candidava a guidare uno schieramento di centrodestra, che metteva insieme la Lega Nord di Umberto Bossi e il Movimento Sociale Italiano- Alleanza Nazionale: una coalizione che contava quindi al suo interno gli (ex?) fascisti missini e i secessionisti del nord. Una coalizione che puntava a raccogliere i voti della diaspora democristiana, approfittando del periodo di crisi dei partiti e di una classe dirigente allo sbando, puntando su un modello rassicurante, la cui parola d’ordine era ottimismo, agitando lo spauracchio del comunismo (nonostante la fine dell’Urss), presentandosi con l’homo novus alla guida.

La gioiosa macchina da guerra, come fu definito invece lo schieramento dei partiti di sinitra, nella convinzione di sbaragliare gli avversari, fu travolta dal fenomeno Berlusconi, che vinse le elezioni e divenne presidente del Consiglio nell’aprile di quell’anno. Le sinistre unite, guidate da Achille Occhetto, ultimo segretario del Pci e fautore della transizione verso il Pds, pagarono lo scotto di rappresentare un modello di potere superato dai fatti recenti, in cui apparivano inevitabilmente compromesse, seppur in dimensione decisamente minore.

Il Governo Berlusconi tuttavia avrà vita breve, pur manifestando le prime avvisaglie dell’ossessione giudiziaria del suo Premier: in novembre Berlusconi ricevette un avviso di garanzia, nell’ambito di un’inchiesta sul suo gruppo imprenditoriale; il mese dopo la Lega Nord passò all’opposizione, facendo così mancare alla Maggioranza i voti per governare. Berlusconi fu costretto a dimettersi e per la prima volta nella storia repubblicana si realizzerà un cosiddetto governo tecnico, cioè composto da personalità esterne alla politica attiva e presieduto da Lamberto Dini. ex ministro del Tesoro nel primo governo Berlusconi e già direttore della Banca d’Italia. Il governo Dini avrà vita breve, appena un anno (gennaio 1994 – maggio 1995), spianando la strada alle elezioni anticipate, dopo lo scioglimento delle Camere.

In vista delle nuove consultazioni elettorali, il centrosinistra diede vita all’alleanza che prenderà il nome di Ulivo, mettendo insieme le esperienze dei Ds (evoluzione del Pds), i popolari (un pezzo degli ex dc), i verdi e altre formazioni di sinistra. L’Ulivo si alleava con Rifondazione Comunista, la costola del Pci che aveva scelto una via autonoma e più radicale. Dall’altra parte, a differenza del 1994, Lega e Centrodestra, correvano separati. Quest’ultimo elemento fu determinante per la vittoria dell’Ulivo, che porterà Romano Prodi, politico, economista e accademico, a Palazzo Chigi. Il governo Prodi, con l’appoggio di Rifondazione Comunista, rimarrà in carica circa due anni e mezzo, ottenendo l’importante traguardo di entrare nel gruppo dei paesi dell’Euro. Tra il 1997 e il 1998 vide la luce anche una commissione bicamerale, presieduta da Massimo D’Alema, con il compito di scrivere una bozza di riforma costituzionale. L’accordo prevedeva un’intesa con tra i principali schieramenti, ma all’ultimo Berlusconi mandò tutto all’aria, facendo naufragare il lavoro della commissione, che pur aveva sollevato molte critiche. All’interno della maggioranza, le frizioni con Rifondazione Comunista, in particolare su politica estera e legge finanziaria, però, porteranno a due crisi di Governo, fino al passaggio degli ex comunisti guidati da Fausto Bertinotti all’opposizione. Prodi, privo della maggioranza, rassegnò le dimissioni. Questa volta non si andò verso elezioni anticipate, ma una nuova maggioranza parlamentare sostenne un governo con a capo Massimo D’Alema (leader dei Ds), primo ex comunista nel ruolo di Premier. D’Alema guidò due governi consecutivi, con un rimpasto tra il primo e il secondo, fino alla primavera del 2000. Nel 1999 le polemiche investirono il Governo, per la scelta di intervenire contro la Serbia, che stava attuando una sanguinosa repressione nella regione del Kosovo, insieme all’alleanza della Nato. Nel 1999, inoltre, veniva eletto al Quirinale, Carlo Azeglio Ciampi, che succedeva dopo 7 anni al democristiano Oscar Luigi Scalfaro, eletto nei giorni tremendi della strage di Capaci.

Dopo la sconfitta del centrosinistra alle consultazioni amministrative del 2000, D’Alema rassegnò le dimissioni e l’ultimo anno di legislatura vide presidente del Consiglio Giuliano Amato.

Nel maggio 2001 si tornava a votare, dopo cinque anni di Governi di centrosinistra.

09/02/2018
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