Un tavolo per raccontarci

Un semplice tavolo può essere un bel modo di raccontarsi, di raccontare come vedi il mondo e come vuoi che cambi.

In Casa Acmos, qua in via Leoncavallo, nel quartiere Barriera di Milano, nelle strutture dell’ex fabbrica Ceat il tavolo è grande, formato da tre plance che compongono un disegno, e riempie gran parte della sala. Attorno a questo tavolo si siedono ogni giorno tante persone, perlopiù giovani. Ci si siedono i tredici residenti fissi della comunità, che provengono da paesi e continenti diversi, e le cui storie si sono incrociate qui per scelta o per necessità. Intorno a questo tavolo si siedono i gec, gruppi di educazione alla cittadinanza. Oltre a incontrarsi settimanalmente ognuno di questi gruppi di ragazzi ogni anno per due settimane si trasferisce tra queste mura mettendo in discussione le proprie abitudini quotidiane, abbracciando le scelte e le esigenze della comunità, quindi di tutti e di ciascuno. Questa è anche la sede dell’associazione e allora tanti altri lavoratori e volontari si fermano per uno spuntino e una chiacchierata. Il venerdì attorno al tavolo si aggiungono dodici ragazzi somali, per la scuola d’italiano del mattino e per il pranzo dopo il momento di preghiera in moschea. A volte capita che ci siano classi e studenti, a volte amici di altre associazioni da altre parti d’Italia e del mondo. Si parla italiano, inglese, pular, somalo, arabo, spagnolo, talvolta piemontese, ma si parla anche tanto anche attraverso gesti, sguardi e sorrisi.

Si beve acqua del rubinetto, e il cibo in tavola è selezionato: è conseguenza di un menu definito, pensato per venire incontro alle esigenze di tutti, per non avere un’impronta ecologica troppo pesante e per permettere una spesa intelligente che non produca troppi sprechi. Pochi prodotti di origine animale, tanta frutta e verdura, e tanta fantasia dei cuochi che si alternano nei turni ai fornelli, per salvare quel che sta andando a male, per ridare vita agli avanzi o ai regali e per sbizzarrirsi con i pochi ingredienti a disposizione. Il giovedì si mangia lo stew, piatto nigeriano, il lunedì sera il mafe gardè, salsa tipica gambiana fatta di burro d’arachidi, il martedì un piatto a sorpresa della cucina romena.

Tutti sono parte della vita intorno al tavolo, che è sempre in cambiamento. Quest’anno per esempio ogni gec si prende a cuore un prodotto, ne studia la filiera e poi fa una scelta critica per l’acquisto, individuando produttori e fornitori che rispettino i diritti dell’ambiente e dei lavoratori. Alla fine dell’anno il tavolo e la dispensa saranno molto diversi.

Capita anche che questo tavolo si sposti: da quest’anno ogni mercoledì sera si trasferisce in un dormitorio per senza fissa dimora, dove si condivide con gli ospiti il momento conviviale della cena preparata in Casa Acmos con cibo invenduto di un supermercato che altrimenti andrebbe buttato.

Dopo cena poi, dopo aver sparecchiato e sistemato tutto, intorno al tavolo si siedono i ragazzi e gli animatori, talvolta qualche ospite, per discutere e confrontarsi su se stessi, su quel che ci sta accadendo intorno, dalla nostra città all’Africa, passando per il Medio Oriente, su quello che vorremmo succedesse e su come agire perché avvenga. È vero che siamo costantemente iperconnessi e abbiamo infinito accesso alle informazioni, ma certi fenomeni –la povertà e la disoccupazione, la corruzione e le disuguaglianze, le discriminazioni e la violenza, le migrazioni e lo sfruttamento, il reperimento e l’uso delle risorse, l’inquinamento e i cambiamenti climatici- spesso sembrano troppo grandi e complessi e questo diventa un alibi per non farsi carico della responsabilità di agire.

La sfida di questo tavolo di un’ex fabbrica di periferia è con umiltà provare a riconciliare l’uomo tra gli uomini e l’uomo con l’ambiente in cui vive, tenendo insieme il passato e il futuro, le esigenze quotidiane e la visione globale. La sfida è soprattutto tenere insieme riflessione e concretezza attraverso scelte consapevoli e azioni coerenti.

Casa Acmos è nata quindici anni fa proprio per questo. Non a caso proprio accanto al tavolo sulla parete sta un manifesto che mette al centro la sovranità, la tenacia nel sognare e l’impegno quotidiano. I pilastri che propone – la nonviolenza come modo di affrontare le relazioni in una dimensione di accoglienza, la formazione permanente e l’attenzione ai consumi– sono direzioni e linee guida imprescindibili, ma ogni gruppo poi sceglie come metterli in pratica nel momento storico in cui vive, con gli strumenti che ha.

La vita quotidiana è il primo banco di prova, per dimostrare che le riflessioni sono praticabili, se c’è la volontà, con i limiti della realtà. Occorre volerlo e organizzarsi, mettendo in gioco prima di tutto la propria vita.

Sul manifesto accanto al tavolo ci sono i volti di Rita Atria e Tina Motoc, vittime innocenti di mafia, ma anche e soprattutto vittime di solitudine, per ricordare che la discriminante è sempre quanto un percorso di questo genere riesce a essere inclusivo: non a caso la porta in Casa Acmos è sempre aperta.

13/11/2017
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