Sovrani

Ho messo a dura prova lo stomaco in queste ultime settimane qui a Pasto, nel sud della Colombia, dove sto lavorando da quasi un anno e mezzo. Ha fatto fatica a reggere le tante emozioni e i tanti assaggi che ho dovuto fare, grazie a un progetto che ha visto coinvolti più di 300 adolescenti e bambini della regione.

 

Saperi e Sapori”, questo il titolo della proposta. Recuperare dei prodotti tradizionali delle differenti zone e inventare delle ricette per riportarli sulle tavole dei contadini, per fare in modo che i semi non vengano persi, per cambiargli il sapore e renderli appetibili.

 

Lo schema di lavoro era rigido e oggetto di un punteggio, che i giudici avrebbero preso in considerazione per eleggere la miglior ricetta di questa terza edizione del concorso. Venti gruppi partecipanti, appartenenti a frazioni di 10 municipi intorno a Pasto, composti ognuno più o meno da 15 ragazze e ragazzi delle età più variabili.

 

Ogni gruppo un responsabile, con il compito di presentare il progetto al gruppo, fare un laboratorio di orto famigliare, far scegliere al gruppo due prodotti tradizionali e aiutarlo a sperimentare varie ricette fino ad arrivare alle due definitive da presentare al concorso.

 

Il mio ruolo è stato quello di accompagnare tutti e 20 i gruppi e registrare con loro interviste, immagini dei vari laboratori e i frutti delle loro ricerche sui prodotti scelti. L’equipe di lavoro, nella Ong, è molto ristretto, per cui non mi sono limitata a fare “il mio” ma mi sono reinventata cuoca, ho tenuto laboratori sull’importanza dell’orto e della sovranità alimentare e soprattutto ho cercato di essere una motivatrice, spingendo i gruppi a togliersi la paura di parlare in pubblico, di fronte a una telecamera e cercando di valorizzare il loro lavoro.

 

Un bel privilegio poter vedere gli sforzi di tutte queste piccole e stupefacenti persone. Sono rimasta più volte a bocca aperta nel sentire le risposte che mi venivano date nelle interviste, “la zucca l’abbiamo scelta perché abbiamo scoperto che fa bene allo stomaco delle mucche, aiuta le persone diabetiche e addirittura è un anti cancerogeno”, 9 anni e una parlantina invidiabile.

 

“Abbiamo scelto i fagioli perché sappiamo che ci sono almeno 12 specie che prima qui si coltivavano, adesso ne sono rimaste solo due, non vogliamo che si perdano anche queste”, “Il mais veniva chiamato dagli indigeni grano d’oro, perché è un alimento molto nutriente e quindi prezioso”.

 

Dopo 3 mesi di viaggi, per potere visitare tutti i gruppi e svolgere i laboratori previsti, è arrivato, domenica scorsa, il tanto atteso giorno dell’incontro, in cui si sarebbero scoperti i vincitori.

 

Ero agitata come alle lauree dei miei amici, “speriamo non si sbaglino, che non si dimentichino niente”.

 

I tre giurati, dell’Università di Nariño, avevano il difficile compito di valutare le ricette e assegnare un punteggio ad ogni gruppo, in base alla presentazione fatta, al gusto e alle informazioni fornite sui prodotti tradizionali. Un processo così lungo però non è valutabile solo per un piatto, il voto dei  giurati infatti aveva un peso del 40% sul punteggio totale dei gruppi, mentre il 60% spettava a noi dell’equipe.

 

Per decide, il giorno prima, ci siamo riuniti e con un’attenta analisi abbiamo eletto quelli che per noi erano i vincitori. Per fortuna il giudizio dei giudici non si è scostato molto dal nostro e sono stati premiati i gruppi che più se lo meritavano.

 

Dopo una mattinata di assaggi e domande, nel pomeriggio è arrivato il verdetto con il podio, seguito da urla e abbracci.

 

Dalla semina, alla raccolta, alla tavola. Tutti i partecipanti, anche più piccoli, hanno idea di quando è tempo di raccogliere il mais, di quando piantare la zucca, di come usare le erbe aromatiche che crescono nei loro orti. Una fortuna, quella di essere sovrani dei propri piatti, un’esigenza fatta scelta e consapevolezza, che bisogna sperare non si perda, almeno in questo piccolo spicchio di Colombia.

12/01/2017
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