L’Italia e il reato di tortura

 

tortura

Approfondimento del Centro Studi scritto da Cinzia Blasi

Genova, luglio 2001. Scuola Diaz.

«[..] nessuno riesce a fermare la furia cieca che si scatena nella scuola, nessuno riesce ad evitare il massacro.. E negli occhi rimane solo l’orrore del sangue e quel sangue urla… E ora, se chiudo gli occhi, quello che vedo è l’impronta rossa di due mani sul muro bianco delle scale… e mi sembra di vederlo questo ragazzo che ancora cerca di resistere mentre viene trascinato verso nuovi orrori da implacabili mani feroci. E se lo metto bene a fuoco posso leggere nei suoi occhi il panico che, ancora oggi, si scambia nei miei. Solamente urla e sangue, non ricordo altro.»

Alessandra Ballerini, La vita ti sia lieve

«Chi è stato torturato rimane torturato. […] Chi ha subito il tormento non potrà più ambientarsi nel mondo, l’abominio dell’annullamento non si estingue mai. La fiducia nell’umanità, già incrinata dal primo schiaffo sul viso, demolita poi dalla tortura, non si riacquista più.»

Jean Améry

 

 

«Deve essere qualificato come tortura». Così stabilisce, all’unanimità, La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in relazione a quanto accaduto alla Diaz durante il G8 di Genova, definito da Amnesty International “La più grande sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”.

La decisione arriva in seguito al ricorso presentato da Armando Cestaro (n. 6884/2011, caso Cestaro c. Italia) , manifestante vittima delle terribili violenze delle forze dell’ordine che fecero irruzione nella scuola la notte del 21 luglio 2001, al quale l’Italia dovrà risarcire i danni morali per l’orrore subito.

Nel riconoscere come accoglibili e fondate le ragioni di Cestaro, la Corte afferma che «le violenze della scuola Diaz sono state perpetrate con uno scopo punitivo, di rappresaglia, volte a provocare l’umiliazione e la sofferenza psichica e morale delle vittime». Nessun nesso di causalità è quindi ravvisabile tra la condotta dei manifestanti e l’uso della forza da parte della polizia: «i maltrattamenti sono stati inflitti in modo completamente gratuito». I giudici di Strasburgo si spingono ancora oltre, affermando come i responsabili materiali dei terribili fatti in oggetto non siano mai stati identificati e quindi restino impuniti, ravvisando tra le ragioni la mancata collaborazione alle indagini da parte della polizia, la quale ha potuto «impunemente rifiutare di fornire alle autorità competenti la cooperazione necessaria all’identificazione degli agenti implicati negli atti di tortura». Ciò è stato possibile non per la negligenza della giurisdizione nazionale, ma per un problema definito dalla Corte come “strutturale” del nostro ordinamento: la legislazione penale italiana si è rivelata «inadeguata all’esigenza di sanzionare gli atti di tortura e priva di misure dissuasive per prevenirne efficacemente la reiterazione.»

 

 

Nel nostro ordinamento, infatti, il reato di tortura non esiste.

Ma la tortura è praticata in Italia e non lo dimostrano solo i fatti della Diaz e di Bolzaneto.

In un articolo del 2012 pubblicato su Il Manifesto, Susanna Marietti (coordinatrice nazionale dell’associazione Antigone) ne ripercorre tragici esempi a partire dagli anni ’70, perché «la tortura in Italia ha una storia antica. E già sarebbe sufficiente se avesse una storia e basta. Ce l’ha, ampia e radicata, sistemica e articolata»: sono le storie di Giuseppe Gullotta, delle sevizie di poliziotti nel corso di interrogatori di brigatisti e sospetti tali, quelle più recenti di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi1, quelle meno conosciute di Carlo Saturno e dei detenuti del carcere di Asti. 2

 

 

Eppure il divieto di tortura è sancito dal diritto internazionale, considerato inderogabile anche in condizioni di emergenza e in situazioni eccezionali, in convenzioni sui diritti umani e trattati cui l’Italia ha aderito: la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra del 1949, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948 (che dispone, all’art. 5 «Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o punizioni crudeli, inumani o degradanti.»), la Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950 («Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti», art. 3), il Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966, la Convenzione ONU del 1984 contro la tortura ed altri trattamenti e pene crudeli, inumane e degradanti, lo Statuto di Roma istitutivo della Corte penale internazionale del 1998 e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 2000.

 

 

Ed è proprio la Convenzione ONU, ratificata dall’Italia con la legge n. 489/1988 a dare all’art. 1 una definizione di tortura («qualsiasi atto con il quale sono inflitti ad una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate») e a prevedere l’obbligo per gli Stati di legiferare affinché qualsiasi atto di tortura sia espressamente e immediatamente contemplato come reato nel diritto penale interno.

Ma nonostante gli obblighi internazionali, la previsione dell’art. 13.4 della Costituzione («E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà»), il riconoscimento del reato di tortura nei principali ordinamenti europei, le numerose sollecitazioni da parte di organizzazioni della società civile (da Amnesty International ad Antigone), le diverse proposte di legge succedutesi nel tempo, il nostro paese non ha ancora tradotto tale divieto in un’ipotesi di reato sancita dal codice penale.

La recente sentenza della Corte Europea sembra però aver dato una scossa all’iter di approvazione della proposta di legge n. 2168, che introdurrebbe nel titolo XII (Delitti contro la persona), sezione III (Delitti contro la libertà morale) del codice penale gli articoli 613-bis e 613-ter, concernenti i reati di tortura e di istigazione del pubblico ufficiale alla tortura. La proposta, approvata in prima lettura al Senato nel marzo 2015, è stata approvata dopo l’esame degli emendamenti il 9 aprile alla Camera e dovrà tornare a Palazzo Madama.

L’art. 613- bis così dispone:

«Chiunque, con violenza o minaccia ovvero con violazione dei propri obblighi di protezione, di cura o di assistenza, intenzionalmente cagiona ad una persona a lui affidata, o comunque sottoposta alla sua autorità, vigilanza o custodia, acute sofferenze fisiche o psichiche al fine di ottenere, da essa o da un terzo, informazioni o dichiarazioni o di infliggere una punizione o di vincere una resistenza, ovvero in ragione dell’appartenenza etnica, dell’orientamento sessuale o delle opinioni politiche o religiose, è punito con la reclusione da quattro a dieci anni».

Sono previste inoltre specifiche circostanze aggravanti: se a commettere il fatto è un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio la pena va dai 5 ai 12 anni; se dal fatto deriva una lesione personale grave, le pene sono aumentate di un terzo, della metà «in caso di lesione personale gravissima». La pena dell’ergastolo è prevista se si è provocato volontariamente la morte della persona offesa.

L’art. 613-ter punisce invece l’ istigazione a commettere tortura commessa dal pubblico ufficiale o dall’incaricato di pubblico servizio, nei confronti di altro pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio. La pena prevista è quella della reclusione da 1 a 6 anni, la quale si applica a prescindere dalla effettiva commissione del reato di tortura, per la sola istigazione.

La proposta interviene inoltre sul codice penale stabilendo che le dichiarazioni ottenute attraverso il delitto di tortura non sono utilizzabili in un processo penale e raddoppia i termini di prescrizione per tale delitto.

 

 

Tra le critiche maggiori alla proposta3, modificata nei diversi passaggi parlamentari, quelle relative alla configurazione della tortura come “reato comune” e non “proprio” del pubblico ufficiale e l’introduzione di un dolo specifico (« […] al fine di ottenere, da essa o da un terzo, informazioni o dichiarazioni o di infliggere una punizione o di vincere una resistenza, ovvero in ragione dell’appartenenza etnica, dell’orientamento sessuale o delle opinioni politiche o religiose […]»), che lascerebbe fuori l’ipotesi più atroce, quella della tortura priva di qualsivoglia motivazione; a sollevare tali perplessità è lo stesso Luigi Manconi, senatore del PD e primo firmatario della proposta presentata nel giugno del 2013, sostenendo contestualmente, però, che “qualsiasi persona sennata non può astenersi dal votare a favore del pur discutibile e pur limitato testo all’esame della camera. Pena l’ennesimo affossamento dell’introduzione del reato di tortura nell’andirivieni parlamentare.”. Come è vergognosamente accaduto negli ultimi ventisette anni dopo la ratifica nel nostro paese della Convenzione ONU, facendo persistere il vuoto normativo.

Il passo è urgente e non più prorogabile”, ha ricordato Davide Mattiello nel suo intervento alla Camera durante la discussione parlamentare.

Perché è l’etimologia stessa della parola tortura a mostrarne la sua irriducibilità al principio di legalità: «Tortura» viene dal verbo «torcere», che esprime l’atto del piegare con la forza, deformandolo, un corpo (accade nella tortura come punizione) ma anche una volontà (accade nella tortura giudiziaria). Nel suo stesso nome è già incluso il concetto di «torto», che è alla lettera l’opposto di «diritto». Anche semanticamente, quindi, risulta addirittura inconcepibile «allo stesso tempo essere sottomessi al principio di legalità e agire da torturatore». Nello Stato di diritto, dunque, la tortura non ha mai cittadinanza né può ambire ad ottenerla4.


1Nell’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Bologna, che ricostruire gli eventi che portarono alla morte di Aldrovandi, si legge:

la vittima […] veniva affrontata dai quattro odierni condannati, insieme, armati di manganelli […], mediante pesantissimo uso di violenza personale. Il giovane veniva, in definitiva, percosso in diverse parti del corpo, proseguendo i quattro agenti la loro azione congiunta, anche quando il ragazzo (appena diciottenne) era ormai a terra, e nonostante le sue invocazioni di aiuto («…basta…aiutatemi…»); fino a sovrastarlo letteralmente di botte (ed anche a calci) e con il peso del proprio corpo, ed in definitiva esercitando materialmente una tale pressione sul tronco del ragazzo, oramai a terra, per tenerlo immobilizzato, (peraltro continuando anche in tale frangente a percuoterlo, ed anche con il manganello), da provocarne uno stato prolungato di ipossia posizionale e lo schiacciamento del cuore […] fino a provocarne in definitiva la morte.

2 Andrea Pugiotto, nel suo scritto Repressione penale della tortura e costituzione: anatomia di un reato che non c’è , in merito a tali fatti scrive: “Il Tribunale penale di Asti, con sentenza pronunciata il 30 gennaio 2012, all’esito di una meticolosa e approfondita istruttoria ha ritenuto provato, «al di là di ogni ragionevole dubbio», l’esistenza nel carcere cittadino, di «una prassi generalizzata di maltrattamenti posti in essere verso i detenuti più problematici». Due di essi, «hanno subìto non solo singole vessazioni, ma una vera e propria tortura, durata per più giorni e posta in essere in modo scientifico e sistematico»: spogliati completamente e rinchiusi in una cella senza vetri alle finestre (chiuse solo dopo circa un mese con del cellophane ), priva di materasso per il letto, di lavandino e di sedie o sgabelli, i due detenuti venivano lasciati uno per due mesi e l’altro per venti giorni, nel primo periodo totalmente nudi nonostante il clima invernale, con il cibo razionato (per una settimana solo pane e acqua). Durante tale periodo venivano ripetutamente insultati e percossi, in particolare durante la notte in modo da non lasciarli dormire, con seguito di gravi lesioni per uno dei due, al quale veniva anche strappato con le mani il “codino” che il detenuto si era fatto ai capelli.

3Tralasciando le polemiche politiche, dall’astensione al voto del M5S, alla Lega («Tra i black bloc e le forze dell’ordine non abbiamo dubbi: stiamo tutta la vita con le forze dell’ordine) che ha votato contro fino a quelle di esponenti di NCD che hanno paventato il rischio della “criminalizzazione” della polizia.

4Andrea Pugiotto, Repressione penale della tortura e costituzione: anatomia di un reato che non c’è, in Diritto penale contemporaneo.

21/04/2015
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