Pietre d’inciampo. L’opera che parte dal basso

pietre d'inciampo

 

 

Il 14 gennaio, in piazza Castello 161, alle h.10:00, sono state postate le prime pietre d’inciampo (Stolpersteine) dell’anno, una piccola parte del monumento diffuso e partecipato ideato e realizzato dall’artista tedesco Gunter Demnig per ricordare le singole vittime della deportazione nazista e fascista.

Il 15 e il 17 gennaio verranno posate le altre Stolpersteine in sette circoscrizioni torinesi. Le pose rappresentano un momento commovente di memoria per gli spettatori di questi minuti significativi nella nostra città.

 

Abbiamo chiesto al Direttore del Museo diffuso della resistenza, della deportazione, della guerra, dei diritti e della libertà Guido Vaglio di parlaci dell’iniziativa.

Qual è stato il ruolo del Museo diffuso della resistenza in quest’opera?                 

Il Museo Nazionale della Resistenza in quest’iniziativa ha ricoperto il ruolo di organizzatore e di primo posatore per Torino. Il progetto va avanti da molti anni e in tutta Europa sono ormai più di 50.000 le pietre che sono state posate.

Noi a Torino ci siamo rivolti alla Comunità Ebraica di Torino, al Goethe-Institut Turin e all’Associazione Nazionale Ex Deportati (Aned) e insieme abbiamo avviato il progetto e portato per la prima volta Demnig a Torino, nel gennaio 2015, anno in cui sono state posate le prime 27 pietre. Quest’anno ne sono previste altre 40.

 

Quali sono le caratteristiche del progetto? E come si differenzia da molti altri?

La caratteristica propria del progetto è l’assenza di posizioni predefinite o decise dalle istituzioni: sono i parenti e gli amici dei deportati a richiedere solitamente la posa di una pietra, in alcuni casi, che posso essere quelli in cui non ci sono più discendenti o parenti e amici stretti, sono state la comunità stessa o l’ANED a richiedere la posa di una pietra.

Tutte le richieste sono state vagliate da un comitato scientifico che si è occupato di ricostruire i dati e le documentazioni, che in alcuni casi sono abbastanza ricche, mentre in altri quasi inesistenti.

La pietra viene sempre posata davanti all’ultima abitazione scelta liberamente dal deportato: l’anno scorso c’è stata un’eccezione riguardante la pietra dedicata a Teresio Fasciolo, che al momento dell’arresto era studente all’istituto Avogadro, luogo davanti al quale si è deciso di posare la pietra, con l’incisione QUI STUDIAVA, dato che non si era riusciti a ricostruire dove fosse esattamente la sua abitazione all’epoca.

 

Qual è stato il ruolo delle scuole in questo progetto?   

Sia l’anno scorso che quest’anno dieci classi hanno adottato altrettante pietre e quindi i ragazzi hanno svolto un lavoro di ricerca e ricostruzione della biografia incontrando spesso anche i parenti delle vittime.

I Ragazzi hanno presentato o presenteranno nelle prossime settimane attraverso uno spettacolo, un video, un testo o una mostra fotografica la conclusione del loro percorso.

Le pietre posate ieri in Piazza Catello erano in ricordo della famiglia Colombo sulle quali hanno lavorato i ragazzi dell’Istiuto Steiner, ricostruendo una storia molto toccante che racconta di una famiglia proprietaria di un negozio in via Garibaldi, deportata a causa della denuncia alla Gestapo, di un loro collaboratore attirato dalla taglia che avrebbe ricevuto e dalla possibilità di prendere in gestione il negozio, cosa che avvenne.

Questa vicenda è molto Interessante proprio perché mette in luce anche il coinvolgimento di molti Italiani nel genocidio.

 

Vuole concludere con qualche dichiarazione in particolare?

Sì, certo, vorrei concludere dicendo che è il secondo anno di vita di questo progetto a Torino e siamo molto contenti che tra il primo e il secondo anno le richieste siano cresciute. Ci auguriamo inoltre che si possa andare avanti, proprio perché in questo progetto ciò a cui siamo più affezionati e che più ci interessa oltre alla caratteristica del monumento diffuso in tutto il territorio, senza dubbio in linea con quello che è il Museo, è la nascita dal basso ovvero dalla richiesta della popolazione .

Aldilà dell’atto del posare la pietra, ciò che è importante è il meccanismo che porta a mette in moto una serie di ricerche, di ricostruzioni e anche di scoperte su storie spesso dimenticate, dando anche a chi non è tornato, e quindi non ha avuto neppure una degna sepoltura in Italia, un piccolo segno di memoria: una tomba simbolica a chi non l’ha avuta.

 

Fotografie di Valentina Azer, 14 gennaio 2016

Demnig

 

 

pietre d'inciampo Torino

 

 

 

 

 

 

torino

 

 

pietre inciampo

16/01/2016
Articolo di