L’odio nel cinema

A cura del Centro Studi Streben

 

Quando si parla di odio al cinema, si rischia di affrontare un argomento ampio, dove i confini sono labili e i contenuti diversissimi, e forse si rischia che all’odio si sovrappongano e si mescolino altri sentimenti e/o emozioni o azioni: il risentimento, la vendetta, la discriminazione, la collera.

Cercando di offrire degli spunti, in maniera personale ma anche arbitraria, proveremo a tracciare qualche raggruppamento tematico, ben sapendo che sarà una selezione parziale e comunque opinabile.
Odio razziale: qui il cinema si è sbizzarrito. Basti pensare a “Il colore viola” di Steven Spielberg (1985), una storia al femminile, negli Stati Uniti del sud, a inizio Novecento, tra razzismo e discriminazione; o “Mississippi burning – le radici dellodio” di Alan Parker (1989), ispirato alla storia vera della scomparsa di tre attivisti dei diritti civili, nel Mississippi del 1962, con le indagini di due agenti federali; negli ultimi anni, con letture molto diverse, il tema è tornato di attualità a Hollywood, con “Django unchained” di Quentin Tarantino (2012), rivisitazione molto personale e di fantasia dello schiavismo americano ottocentesco; “12 anni schiavo” di Steve McQueen (2013), ispirato alla storia vera di Solomon Northup, violista nero, rapito e venduto come schiavo, a metà Ottocento; “Loving” di Jeff Nichols (2016), che racconta la storia dei coniugi Loving, arrestati in Virginia per essersi sposati nel 1958, lei nera, lui bianco, in violazione alla legge della segregazione razziale.
Odio religioso: facile pensare al conflitto israelo-palestinese, con un titolo come “Private” di Saverio Costanzo (2004), dove un gruppo di soldati israeliani occupa la casa di una famiglia palestinese, costringendo tutti a una dolorosa coabitazione; o “Munich” di Steven Spielberg  (2005), che racconta l’operazione del Mossad (servizi segreti israeliani) per uccidere i responsabili della strage alle Olimpiadi di Monaco del 1972.
 Si potrebbe pensare anche allo scontro tra irlandesi e inglesi, con film come “Michael Collins” di  Neil Jordan (1996), biografia del celebre leader irlandese, protagonista della rivolta contro la Corona Britannica all’inizio degli anni ’20; o “’71” di Yann Demange (2014), che racconta di un soldato inglese intrappolato per 36 ore nell’inferno di Belfast, nel 1971.
Il cinema ha raccontato anche l’odio della guerra dei Balcani con “No man’s land” di Danis Tanovic (2001), con tre soldati, delle opposte fazioni, intrappolati in una trincea, con una mina pronta a scoppiare; o il recente “Sole alto” di Dalibor Matanic (2015), che racconta tre storie a cavallo della guerra yugoslava e oltre il suo epilogo; ma del resto quasi tutto il cinema di Emir Kusturica racconta di questo, basti pensare al celebre “Underground”, Palma d’Oro a Cannes nel 1995, che racconta la tragicomica storia di una famiglia nascosta nel sottosuolo, credendo che la Seconda Guerra Mondiale sia ancora in corso: tornerà in superficie nel 1961, con il regime di Tito al potere.
Sullo stesso schema si può leggere l’aspetto dell’antisemitismo, raccontato da decine di film sulla Shoah, ma anche da un film anomalo come “The believer”, di Henry Bean (2001), dove il protagonista è un ebreo che sceglie di diventare naziskin, divorato dai conflitti interiori; o da titoli come “This is England” di Shane Meadows (2006) storia di skinheads, vista da un ragazzino di 12 anni, nell’Inghilterra del 1983, in piena guerra per le Falkland; o “Brotherhood” di Nicolo Donato (2009), che affronta la storia d’amore omosessuale tra due naziskin nella Germania recente.
Il film per antonomasia sul tema, probabilmente, resta “L’odio” (La haine, 1995) di Kassovitz, che vinse il secondo premio al festival di Cannes e fu un exploit clamoroso, affrontando la spinosa situazione delle banlieu parigine, anticipando con acume lo scontro della ribollente società multiculturale francese.
Se consideriamo la vendetta spinta dall’odio, potremmo citare decine di titoli, ci limitiamo solo a 3, decisamente diversi. “Un borghese piccolo piccolo” di Mario Monicelli (1977), dove uno straordinario Alberto Sordi vuole vendicarsi di un rapinatore che ha ucciso il figlio durante una rapina; “In the bedroom” di Todd Field (2001), dove una normale e borghese famiglia di campagna viene stravolta dalla morte violenta dell’unico figlio; e “Oldboy” di Park Chan-wook (2003), incubo allucinato in cui un uomo viene tenuto prigioniero per 15 anni senza un motivo e medita vendetta.
E l’odio di classe? Su questo è doveroso citare tre titoli del miglior cinema italiano: “Lo scopone scientifico” di Luigi Comencini (1972), dove una borgata intera affida i suoi risparmi a una coppia di poveracci (Sordi e Mangano), che sfideranno a carte una miliardaria americana perfida e il suo segretario; “La classe operaia va in paradiso” di Elio Petri (1971), apologo grottesco sulla fabbrica, la catena di montaggio e lo scontro operai-padrone; e il monumentale “Novecento” di Bernardo Bertolucci (1976), storia di due ragazzi nati lo stesso giorno, nel 1900, uno figlio di ricchi, l’altro di famiglia contadina, le cui vicende si intrecceranno fino al 1945.
Buon divertimento!
09/11/2017
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