Le prime nomine della nuova UE

a cura del Centro Studi Streben

Dopo il voto del 26 maggio per il rinnovo del Parlamento europeo gli osservatori avevano espresso le loro valutazioni sulle conseguenze che i risultati elettorali avrebbero avuto sul futuro degli equilibri politici interni alla Ue e sulle politiche che ne sarebbero seguite.

I dati condivisi erano l’aumento della partecipazione al voto e dei suffragi sovranisti, ovviamente, e la frammentazione sia del fronte sovranista che di quello europeista.

Il primo fronte risultava infatti diviso in tre gruppi parlamentari (senza contare che gli ungheresi di Orban siedono nel gruppo popolare) con posizioni diverse, basti pensare ai rapporti con la Russia.

Il secondo fronte, da sempre costituito dalla coalizione tra socialisti e popolari, si era indebolito perché i due partiti avevano perso la maggioranza assoluta ed ora avevano bisogno dell’appoggio di altri gruppi, liberali e/o verdi: anche qui, su molti dossier, le opinioni erano divergenti.

Sul futuro dell’Unione iniziavano invece le divergenze tra gli analisti. A parte gli attendisti, che aspettavano le prime mosse della nuova governance europea per pronunciarsi, alcuni mostravano un moderato ottimismo: l’elevata partecipazione al voto e la necessità di rispondere alla minaccia sovranista avrebbero convinto la nuova maggioranza europeista ad abbandonare l’immobilismo degli ultimi anni e a riprendere il cammino sulla strada di una integrazione europea.

I pessimisti, invece, osservavano che il risultato delle elezioni avrebbe cambiato ben poco. Infatti per rispondere al successo dei sovranisti e rilanciare la Ue si dovrebbero dare delle risposte ai problemi sollevati dai sovranisti: ad esempio fare in modo che i processi decisionali siano più democratici in modo che i cittadini non avvertano le istituzioni come lontane ed estranee; difendere e migliorare il “modello sociale europeo” in modo da garantire protezione sociale ai cittadini penalizzati dalla globalizzazione; invertire le politiche economiche ispirate all’austerità.

Per i pessimisti il fronte europeista, che presenta divisioni sia all’interno dei partiti europei che tra gli Stati, dimostra di non avere risorse politiche e personalità in grado di uscire dall’immobilismo. In particolare, dopo la crisi finanziaria del 2008 e quella migratoria del 2015, gli Stati e i loro governi attraverso il Consiglio della Ue hanno aumentato il loro potere decisionale rispetto alla Commissione, invertendo la tendenza verso una maggiore unità e riportando l’Unione ad essere più un patto tra Stati che una comunità.

In sostanza, per gli osservatori pessimisti, alle elezioni non c’è stato uno scontro tra sovranisti ed europeisti ma tra sovranisti “hard” e sovranisti “soft”, questi ultimi ben rappresentati da Germania e Francia.

Il recente vertice del Consiglio europeo ha proposto come candidata alla presidenza della Commissione europea la popolare tedesca Ursula Von der Leyen, il belga liberale Charles Michel alla presidenza del Consiglio europeo, la francese Christine Lagarde alla Bce e il socialista spagnolo Josep Borrell come Alto rappresentante.

Come si può vedere, una suddivisione degli incarichi che rispetta gli equilibri tra i principali Stati e i principali gruppi parlamentari e che tradisce il principio del cosiddetto Spitzenkandidat, secondo il quale la nomina a presidente della Commissione spetta al candidato del gruppo parlamentare che ha ottenuto più voti alle elezioni o comunque, in subordine, ad un candidato scelto dal Parlamento. Invece il Consiglio europeo, espressione degli Stati, ha preso la decisione infischiandosene del Parlamento (che dovrà comunque approvare la nomina).

I funesti presagi dei pessimisti hanno qui trovato una prima conferma: l’esecutivo europeo è stato nominato facendo strame di un principio democratico che era stato recentemente introdotto per avvicinare i cittadini all’istituzione, e l’Unione conferma la sua natura di organismo fondamentalmente intergovernativo; proprio la scelta intergovernativa è ciò che ha paralizzato l’Unione negli ultimi anni.

Una seconda conferma è venuta dai primi passi mossi dalla Von der Leyen: ha accettato il voto favorevole alla sua nomina dei sovranisti polacchi ed ungheresi senza nemmeno una formale presa di distanza e poi ha rilasciato delle dichiarazioni concilianti verso le scelte illiberali di Kaczynski e Orban.

I mesi che verranno ci diranno di più sulla linea politica che la nuova presidente della Commissione sceglierà di seguire.

 

#1-Il ministro del Tesoro della Ue

 #2- Brexit e profughi

#3-Il rinato impero asburgico contro i migranti

#4-La disintegrazione dell’Unione europea

#5 – Frontiere e nazionalismi

#6- Bruxelles “cuore” d’Europa

# 7 – Profughi: la nostra ignavia da Evian a Bruxelles

#8 – Un manuale antiretorico dell’Unione europea

#9 – Ventotene 2016

#10 – Orban e il referendum ungherese

#11 – Populismi ed euroscetticismi

#12 – L’unione a più velocità

#13 – Populismo, euroscetticismo, sovranismo

#14 – Il populismo 2.0 in Europa

#15 – Il dicembre 2017 dell’UE

#16 – Il gennaio 2018 dell’Unione Europea

#17 – DiEM25, Varoufakis e il “terzo spazio” in Europa 

#18 – Il settembre 2018 dell’UE

#19 – Governo italiano e Brexit: due problemi per l’UE

#20 – Profughi: la nostra ignavia da Evian (1938) a Bruxelles (2015)

04/09/2019
Articolo di