Il diritto di contare

Virginia, primi anni ’60: Katherine Johnson (T. P. Henson), Dorothy Vaughan (O. Spencer) e Mary Jackson (J. Monae) lavorano alla Nasa, come impiegate. Nulla di strano, ma le tre donne sono nere e siamo nell’America ancora segregazionista, nonostante l’epoca delle lotte dei diritti civili e le marce del Dottor King. Katherine ha capacità matematiche fuori dal comune, Dorothy è un’eccellente responsabile del suo ufficio, Mary vorrebbe essere un ingegnere aerospaziale. A tutte e tre sono negati i riconoscimenti e le promozioni che meriterebbero. Nel frattempo, la corsa allo spazio (e alla Luna) si riflette sulle loro vite e, soprattutto, professioni. Quando Katherine viene chiamata a far parte del team che deve redigere i calcoli matematici necessari, per permettere ai veicoli spaziali di spedire un uomo nell’orbita terrestre, toccherà con mano le difficoltà: ostilità malcelata, razzismo ostentato, freddezza dei suoi colleghi, quasi tutti uomini e, ovviamente, bianchi. Il suo capo Al Harrison (K. Costner), uomo pragmatico e intelligente, però, capisce che prima dei pregiudizi contano i risultati. Caparbiamente Katherine conquisterà la sua fiducia, accelerando indirettamente un processo di scardinamento della diffidenza. L’obiettivo è mandare in orbita John Glen (G. Powell), astronauta sornione e dal sorriso irresistibile: ma per farlo, tutti si dovranno misurare con una parità che c’era solo sulla carta, quando nei fatti tutto era ancora rigorosamente separato, per bianchi e persone di colore. Compresi i bagni. E anche dalla lotta per andare alla toilette con dignità, sarà un passaggio cruciale di questa battaglia.

Ispirato a fatti veri, che cambiarono la storia della corsa allo spazio (come si evince dai titoli di coda), “Il diritto di contare” è un bel film americano, classico nella sua impostazione, che ci racconta una storia misconosciuta. Terzetto di interpreti infallibile, con la Spencer forse sopra le altre, e un Costner in un ruolo da comprimario, che recita con efficace sobrietà. Una volta tanto, il titolo italiano non letteralmente tradotto, è azzeccato: può alludere al contare i numeri, ma soprattutto al contare come individui, donne in primis, a prescindere dal colore della pelle. Le figure nascoste del titolo originale sono loro, che compirono una piccola impresa, sullo sfondo di un’America ancora bigotta e sessista, nella sua stragrande maggioranza. La storia sentimentale di Katherine, donna vedova e con tre figlie, è un espediente narrativo di leggerezza. Tre candidature agli Oscar (film, sceneggiatura e la Spencer), tutte andate a vuoto. Doppiaggio italiano non all’altezza, ma glielo si perdona. E’ uno di quei film che ti commuove e ti fa ridere, una boccata d’ossigeno per il corpo e lo spirito, non solo l’8 marzo!

09/03/2017
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