Eutanasia: morire in esilio

In Italia non è possibile far ricorso all’eutanasia. Non esistono leggi che regolamentano il “fenomeno”, nonostante siano molti gli italiani che decidono di mettere fine alla propria esistenza, perché non la ritengono più tale.

La “morte volontaria clinicamente assistita”, così viene definita, è però legale a poche centinaia di chilometri dal confine italiano. Lo è in Svizzera, dove non sono rari i casi di italiani che vanno Oltralpe per morire.

Morire perché affetti da malattie gravi, degenerative, che non possono essere curate in alcun modo e che rendono la quotidianità insopportabile.
Nella storia recente del nostro Paese alcuni casi di “suicidio assistito” hanno guadagnato le prime pagine dei giornali, alimentando lo scontro tra chi difende la sacralità della vita ad ogni costo e chi non riconosce più la vita in un corpo malato, straziato da dolori lancinanti, “aggrappato” a macchine che alimentano il respiro, in modo artificiale.

Esiste un diritto alla morte, se la medicina stessa stabilisce che non c’è via di scampo se non la fine dolorosa e inesorabile?

È una domanda che ci siamo posti, alla quale la politica non ha ancora dato risposta, nonostante gli italiani (tanti o pochi che siano, non è questo il punto) lo domandino.

Abbiamo così deciso di intervistare Emilio Coveri, presidente di Exit Italia, realtà nata nel ’96 che ha lottato per introdurre in Italia il testamento biologico e che, oggi, dà assistenza – a chi lo richiede –  fornendo indicazioni in merito a  quali associazioni in Svizzera sono disposte a praticare il suicidio assistito.

Vi proponiamo l’intervista realizzata, convinti sia un tema sul quale riflettere.

25/03/2016
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