“Darwin”: le motivazioni della sentenza d’appello

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Il 28 ottobre 2013 il Tribunale di Torino ha letto la sentenza d’appello del Processo “Darwin”, legato al crollo avvenuto nell’istituto di Rivoli a causa del quale, il 22 novembre 2008, ha perso la vita Vito Scafidi e sono rimasti feriti gravemente altri suoi compagni di scuola. Ribaltata la sentenza di primo grado, sono stati giudicati colpevoli tutti gli imputati, tranne Massimo Masiimo, in quanto semplice addetto ai sopralluoghi e, secondo la corte, privo di competenze tecniche necessarie (in quanto geometra).

 

In primo grado l’unico condannato era stato Michele Delmastro, addetto alla sicurezza nella Provincia di Torino. Depositate da poco le motivazioni della sentenza d’appello, invece, si evince che vengono giudicati colpevoli anche i suoi successori, Sergio Moro e Enrico Bruno Marzilli, per mancata preventiva valutazione dei rischi, da effettuarsi preliminarmente. La corte d’appello sostiene, inoltre, che tutti e tre gli imputati possedevano le competenze adeguate per svolgere il loro lavoro, in quanto tutti e tre architetti, ed avrebbero dunque dovuto effettuare un controllo per verificare la presenza di eventuali rischi, e prevenirli, compreso il tragico crollo del 2008.

Anche i tre RSPP, responsabili della sicurezza scolastica all’Istituto “Darwin” di Rivoli, ovvero Fulvio Trucano, Diego Sigot e Paolo Pieri, sono da considerarsi colpevoli per alcune ragioni specifiche. Innanzitutto, secondo la sentenza, non hanno effettuato i controlli necessari per la preventiva valutazione dei rischi: loro stessi non sapevano ci fosse un controsoffitto tipo “Perret” anomalo, e non erano nemmeno a conoscenza del materiale abbandonato nel controsoffitto (tubi di ghisa e mattoni), che raggiungeva così il peso complessivo di 80 quintali. I pendini presenti per reggere il controsoffitto erano molto più rarefatti di quello che sarebbe previsto per tale controsoffitto, ed erano presenti cricche visibili. Una questione sulla quale si insiste molto è la seguente: nella zona interessata dal controsoffitto in questione erano presenti numerose botole, non una sola come si evince dalla sentenza di primo grado, e nonostante la loro presenza nessuno degli imputati le ha mai aperte. Per questa ragione la presenza di cricche non può essere considerata l’unica ragione del crollo: l’inadempienza degli addetti alla sicurezza è un elemento che fa parte di una catena di cause che hanno portato al crollo. L’idea, emersa in primo grado, che sopra la botola non vi fosse un vano da considerare luogo di lavoro e per cui non vi fosse ragione per aprirla, è stata completamente ribaltata. Per effettuale una valutazione della sicurezza del vano del controsoffitto, da considerare luogo di lavoro, quelle botole si sarebbero dovute aprire, ma nessuno l’ha fatto. Infine, sempre in merito agli imputati Trucano, Sigot e Pieri, la corte ritiene che anch’essi possedessero le competenze tecniche richieste per il ruolo che ricoprivano, in quanto architetto Sigot ed ingegneri gli altri due. In ogni caso, si prosegue, se non si fossero ritenuti all’altezza del compito, avrebbero dovuto rifiutare l’incarico, permettendo alla dirigente scolastica di trovare qualcuno di più adatto al ruolo, anche avvalendosi di competenze esterne, come peraltro già successo proprio al “Darwin” in seguito al crollo di alcune piante.

Per queste ragioni si considera che il crollo potesse essere prevedibile, e la colpa degli imputati è quella di non essersi messi nelle necessarie condizioni di valutare il rischio propedeuticamente, e poter rimediare.

 

L’ultimo elemento toccato dalle motivazioni della sentenza riguarda le ragioni della morte di Vito Scafidi. Mentre il primo grado lasciava intendere che fosse impossibile attribuire la colpa ai tubi di ghisa abbandonati nel controsoffitto, la sentenza oggi stabilisce che la causa sia invece proprio la suddetta, in base alla perizia medica e ai ricordi dei compagni di classe, nonché al fatto che Scafidi e Macrì, i due ragazzi coinvolti maggiormente, si trovassero nella zona dell’aula dove sono stati ritrovati i resti della tubazione di ghisa, del peso complessivo di 149 kg.

In conclusione, gli imputati sono stati condannati alle seguenti pene: Delmastro 4 anni di reclusione, Moro 3 anni e 4 mesi, Marzilli 3 anni, Trucano 2 anni e 9 mesi, Sigot 2 anni e 2 mesi, Pieri 2 anni e 6 mesi, tutti condannati secondo l’art. 589 cp, omicidio colposo. Sono inoltre condannati a risarcire le spese processuali alle parti civili.

04/02/2014
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