Piano di Bologna
Giugno 1999, Bologna: 29 Ministri dell’Istruzione di tutta l’Europa si trovano per concordare uno Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore (SEIS), che da lì in avanti viene adottato in molti paesi. Con il nome di Processo di Bologna inizia così una fase di livellamento dell’istruzione universitaria a livello continentale volta a permettere maggiore mobilità all’interno dell’UE. Tra le norme previste, le principali sono tese a favorire un sistema di crediti valido universalmente, e al riconoscimento reciproco dei titoli di studio conseguiti in un altro Paese interno all’Unione. Subito molti Paesi si affrettano ad adeguare i propri apparati d’istruzione, anche se con notevoli differenze. Tra le principali modifiche a livello didattico, infatti, è prevista l’idea di comunità accademica: professori e studenti dovrebbero sentirsi a tutti i livelli parte di uno stesso meccanismo che li coinvolga assieme e li renda partecipi di una formazione permanente e continua. La Spagna ha presto adottato il sistema trasformando le sue Facoltà con corsi soggetti a valutazioni continue lungo l’arco dell’anno, di fatto eliminando quasi completamente l’esame finale. In Italia, nonostante la Convenzione sia stata approvata sul suolo nazionale, l’idea di comunità accademica e valutazione continua sono totalmente assenti.
La comparazione tra i due Paesi mostra notevoli differenze. I corsi spagnoli si tengono con classi generalmente meno numerose di quelle italiane, il che permette ai docenti di avere un rapporto più stretto con gli studenti. La frequenza non è quasi mai imposta, ma naturalmente è consigliata: durante l’arco del semestre si tengono mediamente tra le tre e le sei prove di valutazione, che hanno il vantaggio di riferirsi a parti del programma poco estese. Molti di questi esami, inoltre, adottano metodologie alternative: non mancano i professori che inseriscono prove legate ad esempio alla filmografia di un evento storico, e nel caso di materie come psicologia o sociologia i lavori di gruppo sono imprescindibili. L’esposizione orale e quella scritta si alternano permettendo allo studente di esercitarsi in entrambe le capacità. L’internazionalizzazione, poi, è totale: in Catalogna quasi tutti gli esami possono essere sostenuti in spagnolo, catalano o inglese, e sono molti i professori che comprendono altre lingue europee come l’italiano e il tedesco, e non hanno remore a permettere agli studenti di utilizzarle.
Anche per quanto riguarda la comparazione dei titoli l’Italia resta molto indietro. Il corrispondente della nostra laurea specialistica si chiama ovunque master, parola che in Italia significa altro. In Spagna gli studenti frequentano tendenzialmente per quattro anni i corsi, e poi scelgono se fare il master, ma la scelta di non farlo non proibisce l’accesso al lavoro. La riforma italiana del sistema universitario che ha inserito il sistema della laurea triennale più un eventuale biennio ulteriore ha tentato di venire incontro alle esigenze europee, perché tutti gli studenti all’estero escono più giovani dei nostri, ma ha decisamente deluso le aspettative.
Naturalmente, la questione ha i suoi lati negativi: a livello nozionistico, l’apprendimento non è comparabile. Mediamente un esame richiede un solo testo da studiare, più la bibliografia volontaria, mentre in Italia gli esami comportano lo studio di moltissimi tomi che volente o nolente entrano nella testa dello studente, anche se -generalmente- a discapito di altre capacità. Inoltre lo studente raramente è abituato a sostenere un esame orale davanti a molte persone, cosa che in Italia accade abitualmente e che generalmente dopo pochi mesi non rappresenta più un problema. Sicuramente il sistema spagnolo lascia anche meno spazio all’organizzazione individuale dello studente: le classi sono molto simili a quelle dei liceali minorenni italiani, dove il professore organizza lo studio e le scadenze, e dove non è richiesto molto più delle nozioni basiche. Allo studente non è richiesto organizzare il proprio tempo né il proprio studio, perché le scadenze sono scandite con regolarità e forse troppa frequenza. Le valutazioni vanno da 1 a 10, anche se come sempre molti professori non si sprecano a concedere il massimo – soprattutto nelle università autonome sparse per il Paese -, e ottenere un 5, che già è la sufficienza, non è affatto impossibile.
Non resta che attendere per scoprire quando l’Europa potrà davvero avere un sistema di scambio totale da tutti i punti di vista, e nel frattempo sfruttare le qualità del sistema di istruzione di tutti i Paesi.

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