La rivoluzione vien mangiando

di Simone Bauducco

È imbarazzato il premio Nobel per la Letteratura Dario Fo mentre recita di fronte alle migliaia di contadini di Terra Madre “La fame dello Zanni”, una storia del 1500 su un contadino che assalito dalla miseria e dalla fame sogna di mangiare se stesso.  Pochi minuti prima la fisica indiana Vandana Shiva ha appena raccontato che ancora oggi in alcune regioni del suo paese i contadini di suicidano perché non riescono a pagare i debiti. Storie che in questi cinque giorni sono state protagoniste al Lingotto di Torino dove per cinque giorni le comunità mondiali del cibo si sono ritrovate insieme per proseguire quel percorso iniziato nel 2004, quando nacque Terra Madre.

Ad otto anni e una crisi economica di distanza, l’intuizione di Carlo Petrini sembra essere stata quella giusta: “Dalla crisi si esce con la cooperazione e con il recupero della centralità dell’economia reale” predica Petrini.  È quello che provano a fare quotidianamente i produttori della rete di Terra Madre: non chiudendosi nella tradizione, senza spirito conservazionista, ma piuttosto rivisitando i saperi di una volta, integrando gli aspetti sostenibili con le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie 2.0.

Le sfide da affrontare sono molteplici: prima fra tutte la questione della fame sulla quale il Direttore Generale della Fao Josè Graziano da Silva ha posto l’accento durante la cerimonia d’apertura: “Ogni anno nel mondo un terzo della produzione globale di cibo viene perduta o sprecata. Quanto basta per sfamare 500 milioni di persone senza aggiungere ulteriore pressione sulle risorse naturali. Non avrebbe senso cambiare il modo di produrre il nostro cibo se continuassimo a consumare come facciamo oggi. Serve un nuovo grande passo nella lotta alla malnutrizione”.  L’ex Ministro alla Sicurezza Alimentare del governo Lula ritiene quest’obiettivo prioritario e lancia l’appello alle comunità del cibo: “E’ importante lavorare insieme unendo gli sforzi e le esperienze per cancellare la fame dalla terra nel tempo delle nostre vite. Per sconfiggere definitivamente la fame è necessario, tra le altre cose, agire per porre fine allo spreco e alla perdita di cibo”. Ed è proprio il cibo l’oggetto su cui si è concentrata la speculazione delle grandi industrie negli ultimi anni. Basta pensare alla crisi alimentare del 2008, che ha anticipato quella economica-finanziaria.  L’innalzamento artificioso dei prezzi dei principali alimenti, tra cui il mais, generato dal comportamento speculativo delle aziende energetiche che sfruttavano il mais per produrre biocarburanti, ha infatti causato un aumento del numero di poveri. Oggi, dopo la speculazione sul cibo, non resta che quella sulla terra. Una vera e propria corsa all’acquisto di terre fertili in particolare nel continente africano. "Questo tipo di speculazione sta distruggendo intere comunità di produttori e mettendo in crisi le economie locali. Ci sono distese enormi, anche di 100 mila ettari, coltivate a monocolture, che vengono esportate all’estero, invece che rispondere ai bisogni delle popolazioni locali", spiega Stefano Liberti, autore del libro Land Grabbing. Sono dunque le comunità locali a pagare il prezzo più alto di questo fenomeno.  “Siamo preda degli investitori e i governi locali li facilitano, perché i capitali stranieri fanno comodo" racconta la colombiana Liliana Marcela Vargas Vásquez, dell’Asociación de Trabajo Interdisciplinariio. Le fa eco Mwanahamis Salimu, di Oxfam Tanzania: "In Africa sono già stati venduti agli speculatori 203 milioni di ettari, pari a 8 volte la superficie del Regno Unito. E molti dei produttori sfrattati sono donne, che lavorano e tirano su da sole intere famiglie. Private delle loro terre, non hanno più risorse per acquistarne altre: in Africa la società sta facendo passi indietro, piuttosto che avanti".

 Le battaglie contro il land grabbing e per la riduzione della fame nel mondo sono solo piccoli esempi delle sfide che la rete di Terra Madre sta portando avanti in questi anni assumendo sempre di più un ruolo politico: “All’inizio ci consideravano solamente come un fenomeno di folclore – conclude Carlo Petrini – poi hanno iniziato a vederci come un fenomeno culturale o al massimo sociale, ma non hanno ancora capito che il nostro movimento ha un ruolo che è soprattutto politico”.




Scritto martedì 30 ottobre 2012 | Da Simone Bauducco | Categorie: Approfondimenti, NEWS

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