Lezioni di finanza: il rating
Sono tempi finanziariamente incomprensibili. Uno dei concetti più faticosi è quello di rating. Alla fine di questo articolo sarete in grado di rispondere a tre domande fondamentali dell'era del default: cos'è il rating, come si calcola, e se è necessario. Andiamo in ordine.
Cos'è il rating?
Il rating è un giudizio, dato da un osservatore indipendente, sul rischio legato ad una determinata operazione. Non esiste solo il rating sugli investimenti: la valutazione può riguardare il trasferimento di titoli da una valuta ad un'altra, ad esempio. Nel caso del Rating che verrebbe da mettere con la maiuscola per l'importanza che ha assunto nelle nostre vite, si tratta di un giudizio sulla capacità di un soggetto di ripagare i propri debiti - quindi, sulla rischiosità di investimenti in società, Stati (credito sovrano) e prodotti strutturati.
Le agenzie di rating maggiori sono Moody's, Standard&Poor's e Fitch, americane, più una meno conosciuta, la DBRS, canadese. Normalmente si considera la valutazione a breve termine (rischio di default in un anno), ma le agenzie forniscono anche dati a lungo termine. Ogni agenzia ha la sua scala, ma sono traducibili l'una nell'altra. In generale, valutazioni tipo Aaa (Moody's), AAA (S&P e Fitch) sono a lungo termine, mentre P1, A2, F3 (stesso ordine) sono a breve termine.
Come si calcola?
Si tengono in considerazione vari indicatori. Con l'analisi quantitativa del bilancio, si stabilisce la capacità dell'azienda di produrre risorse per coprire i debiti. Poi ci sono le analisi qualitative: si stabilisce se l'azienda è ben inserita all'interno del mercato, se il management è capace, se gli obiettivi sono raggiungibili. Infine, i dati esterni: lo stato di salute del mercato in cui agisce, e la sua storia creditizia.
La raccolta dei dati avviene sia all'interno che all'esterno della compagnia. Dati che poi vengono sottoposti ad una commissione collettiva che fa la valutazione vera e propria e la sottopone al committente - l'azienda valutata, ed emerge una piccola crepa nel sistema - che può rigettarli e fornire ulteriori informazioni per migliorare la valutazione. Il committente-valutato può anche chiedere di non rendere pubblici i dati raccolti. Naturalmente, fino a quando qualcuno non pagherà di più per averli.
Dove sta il problema?
La nascita del rating si fa risalire ad un documento, History of Railroads and Canals in the United States, scritto da Henry Varnum Poor nel 1860 per dare indicazioni trasparenti sullo stato finanziario delle ferrovie americane. Il signor Poor era un analista finanziario, e la Standard&Poor's è un'evoluzione della sua attività. Il documento di cui sopra venne pubblicato sull'American Railroad Journal, di proprietà di suo fratello John. Che aveva fatto fortuna investendo nelle ferrovie.
Anche il signor John Moody partì dall'editoria, pubblicando i primi dati statistici dettagliati su istituti finanziari, società manifatturiere, governi. Inizialmente, l'agenzia era completamente indipendente. Dopo la crisi del 1907 le informazioni sulla rischiosità degli investimenti erano molto richieste, e pagate dagli investitori stessi: prima di mettere a repentaglio i propri soldi, volevano sapere quanto rischio correvano di perderli.
Morale: il vizio del conflitto di interessi è nelle agenzie di rating fin dalla nascita, e così anche il suo antidoto. Il problema, negli inoltrati anni Duemila, è che le agenzie di rating stesse sono pagate da chi viene valutato. In minima parte, agenzie di stampa e servizi di informazione finanziaria pagano per i dati prodotti dalle agenzie, ma allo stato attuale delle cose non ne costituiscono il reale sostentamento.
Esistono anche forme più sottili di conflitto di interessi: molti grossi operatori finanziari siedono anche nel board di agenzie di rating - talvolta, di più d'una. In questo modo, possono sfruttare le informazioni nel lasso di tempo in cui sono private o pilotare i rating in modo favorevole. Un esempio molto semplice: esiste una soglia di affidabilità sotto la quale i titoli vengono considerati, per legge, troppo rischiosi per essere detenuti da determinati investitori, che rispondono a clienti (banche, ad esempio). Quindi, se il rating scende, le banche sono costrette a vendere. Deprezzando ulteriormente il titolo.
E' necessario?
Il rating, sì, le agenzie, non è detto. Indubbiamente, le agenzie di rating hanno perso credibilità, e per dei buoni motivi. Oltre ai conflitti di interesse, non sono servite a prevedere la crisi - celebremente, Lehman Brothers aveva un rating piuttosto alto nel 2007 - e diffondono dati non richiesti sui crediti sovrani, scatenando reazioni che abbiamo potuto monitorare quotidianamente sulle prime pagine dei giornali europei.
Una soluzione prospettata da molti è l'istituzione di un'organismo promosso dalla UE, che goda di una maggiore trasparenza e indipendenza. Oppure, che le agenzie vengano finanziate da chi usa le informazioni, come accadeva nei primi tempi di Moody's e in parte ancora adesso. Al momento, nessuna delle due sembra un'alternativa credibile. La prima, per mancanza di ferme volontà istituzionali, e la seconda per mancanza di fondi.
La regolamentazione, d'altra parte, sembra una soluzione sensata. Leonardo Domenici, membro della Commissione per i problemi economici e monetari, aveva presentato in aprile una proposta che comprendeva: di sottoporre a rating le agenzie di rating, aumentare la trasparenza sui finanziamenti alle agenzie e proibire il cross-shareholding (il possesso di azioni dei giudici da parte dei giudicati). Il processo è in corso.

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