Lusi: nel momento sbagliato
Una decina di giorni fa la Procura di Roma ha chiesto al Senato l’autorizzazione all’arresto in carcere per Luigi Lusi, l’ex tesoriere della Margherita. Accusato di aver intascato circa 25 milioni di euro provenienti dai rimborsi elettorali. Secondo il procuratore aggiunto Alberto Caperna e il sostituto Stefano Pesci che hanno chiesto e ottenuto dal giudice l'ordinanza di custodia cautelare, sussiste il pericolo di inquinamento delle prove già ottenute. Nel frattempo un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari ha bloccato in casa Giovanna Petricone, moglie del senatore Lusi e i due commercialisti, Mario Montecchia e Giovanni Sebastio, braccia (lunghe) dell’ex membro del Partito Democratico.
Insomma, Lusi non si trova in carcere, e nonostante la magistratura voglia tutelare le indagini mandandocelo, a decidere la sua dimora sarà la Giunta delle Autorizzazioni a Procedere del Senato, a cui la richiesta di arresto è stata inoltrata.
Se qualcuno sta leggendo, sappia che per i comuni cittadini non esiste nessuna giunta che autorizzi. La magistratura si muove autonomamente.
Per tutelare il corretto funzionamento delle Camere e l'autonomia del Parlamento rispetto agli altri poteri la Costituzione prevede saggiamente che le richieste di arresto (o altre limitazioni della libertà personale: perquisizioni, ispezioni, etc.) per deputati o senatori vengano esaminate (accettate o respinte) dalle competenti giunte per le autorizzazioni: ne ha una la Camera dei deputati e un’altra il Senato, rispettivamente formate da 21 e 23 membri.
L’operato di questi organi riflette spesso le necessità politiche (e il peso degli schieramenti cui l’indagato appartiene), come anche la grandezza del pesce che la magistratura è riuscita a pescare.
Per Lusi siamo in attesa ma leader di partito (come Rutelli, Bersani e Casini) hanno già annunciato il loro “sì” all’arresto. Serve una ripulita.
Poco prima di Lusi, il 16 aprile del 2012, una ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari veniva richiesta per il senatore Sergio De Gregorio, coinvolto nell'inchiesta della procura di Napoli sulla gestione irregolare dei contributi per l'editoria destinati al quotidiano l'Avanti, il cui direttore era Valter Lavitola. Lo scorso 9 maggio la giunta delle immunità del Senato ha autorizzato gli arresti domiciliari per il senatore De Gregorio. Berlusconi non è più capo del governo italiano e le inchieste legate a lui, lentamente, procedono.
Ancor prima, il 12 gennaio 2012, l'aula della Camera bocciava, con voto a scrutinio segreto chiesto dal Pdl, la richiesta di arresto nei confronti di Nicola Cosentino per associazione a delinquere di stampo mafioso, riciclaggio, corruzione e falso. La giunta per le Autorizzazioni aveva espresso parere favorevole con un voto di scarto. Cosentino, con alcuni processi ancora aperti, siede oggi in Parlamento.
Il 22 dicembre 2011 la Giunta delle immunità al Senato riceveva una seconda richiesta di arresti domiciliari per il senatore Alberto Tedesco (ex Pd ora gruppo misto). Mittente il Tribunale di Bari. Il processo è quello sulla malasanità in Puglia. Palazzo Madama respingeva anche la seconda richiesta.
Nell’estate del 2011 i meccanismi parlamentari sulle autorizzazioni a procedere risultarono “quasi visibili”. Il deputato Alfonso Papa, parlamentare del Pdl coinvolto nell’inchiesta sulla P4, finiva in carcere a luglio e poco più tardi, a settembre, veniva salvato Marco Milanese: stesso partito, stessa inchiesta di Papa, ma ancora fondamentale per sostenere la maggioranza del governo Berlusconi, sgretolatasi in poco più di 2 mesi di caldo estivo. Alla Camera i voti per Milanese furono, favorevoli all’arresto 306, contrari 312. Berlusconi si disse soddisfatto e pronto per le riforme.
Per finire, Nicola Di Girolamo (Pdl) fu accusato nel 2008 di falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla sua identità, falsità ideologica. Il senato non concesse l’autorizzazione a procedere all'arresto. Nel 2010 la richiesta al Senato venne riformulata. Di Girolamo era coinvolto in una seconda inchiesta sul riciclaggio di capitali della ‘ndrangheta. Accusato di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e al reimpiego di capitali illeciti e violazione della legge elettorale con l'aggravante mafiosa, evitò il rito della votazione e si dimise.
Uno come Belsito, che non è un parlamentare, risulta ampiamente sacrificabile e l’autorizzazione al sequestro dei suoi documenti non è dovuta passare per la Giunta per le Autorizzazioni, ma è stato sufficiente il via libera del presidente della Camera, Fini.
Nel periodo di massima critica all’operato prodotto negli ultimi trent’anni dai partiti politici italiani e dei tentativi di riorganizzazione e apparente pulizia, che fine farà Luigi Lusi?

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