Agenzie di rating e strani “errori tecnici”

Lo scorso 19 gennaio la guardia di finanza ha perquisito la sede milanese dell'agenzia di rating Standard & Poor's. L'ordine è partito da un ufficio della Procura di Trani, quello del pm Michele Ruggiero. Pochi giorni dopo è toccato a un'altra agenzia, Moody's. Il 24 gennaio infine è stato il turno di Fitch. Le ipotesi di reato per le tre agenzie di rating più importanti del mondo sono di aggiotaggio, manipolazione del mercato e abuso di informazioni privilegiate.

Nello specifico, Standard & Poor's avrebbe emesso, a inizio luglio, giudizi negativi sulla manovra finanziaria italiana a mercati aperti e prima ancora che la legge stessa assumesse forma definitiva. Moody's, lo scorso giugno, avrebbe indicato il nostro sistema bancario tra quelli a più alto tasso di rischio, a causa della vicinanza con la Grecia. Fitch, infine, avrebbe rivelato l'imminente declassamento del giudizio sui titoli del debito italiano, facendo abuso di informazioni che non poteva possedere. La Procura di Trani ritiene i giudizi emessi e i comportamenti tenuti dalle agenzie privi di fondamento ma generatori di conseguenze gravi. Ormai lo abbiamo imparato tutti: al declassamento segue la perdita di fiducia da parte degli investitori, la fuga dei capitali e la svendita dei titoli di debito a tassi di interesse sempre più alti, tendenti all'insolvibilità dunque alla bancarotta.

Tenendo presente che le agenzie di rating sono pagate generalmente dagli stati, dalle imprese e dalle banche per dare giudizi su titoli e prodotti finanziari emessi dai loro clienti è necessario, per capire cosa si è inceppato, sapere che nell'azionariato di queste agenzie compaiono le grandi società di gestione dei fondi di risparmio americani - Capital World Investment è contemporaneamente il primo azionista di Standard & Poor's e il secondo maggiore socio di Moody's – finanziarie, istituti di credito e società per investimenti. Questi enti sono dunque azionisti delle agenzie di rating, ma contemporaneamente si avvalgono dei loro giudizi per comprare obbligazioni su un qualunque mercato. Potremmo dire altrimenti: chi deve giudicare è pagato dallo stesso soggetto che attende il giudizio. In Italia, fenomeni come questo vengono riuniti sotto l'etichetta “conflitto di interessi”.

Qualcuno deve essersene accorto.

Nel 2010 sono stati Adusbef e Federconsumatori a segnalare il comportamento oltremodo predittivo di Moody’s in merito alle banche italiane e quello di S&P, pochi mesi dopo, per il declassamento del nostro debito, che provocò una sensibile alterazione del prezzo dei titoli di Stato.

Da allora l'attenzione richiamata dalle agenzie non è stata più solamente quella degli investitori, a Trani qualcuno si è incuriosito.

A essere sinceri anche il nostro interesse si è attivato. Pur tra gravi lacune in campo economico e finanziario abbiamo monitorato il rating. In ovvia buona fede. D'altronde non potevamo dubitare della credibilità di un'azienda, prendendo l'esempio di S&P, che nel solo 2010 ha fatturato 1,7 miliardi di dollari e che dà lavoro a circa 10.000 dipendenti.

In ovvia buona fede, ripeto. Fino a quando, il 10 novembre del 2011 Standard & Poor’s ha declassato il debito francese. Quello che ci ha stupito non è stato il declassamento in sé, che in quei giorni andava così di moda, bensì il fatto che S&P abbia subito ammesso di aver inviato “per sbaglio” ad alcuni suoi clienti un messaggio che annunciava il taglio del rating transalpino, aumentando “con esattezza” la pressione sui titoli di stato fino a raggiungere il massimo dall'introduzione dell'euro.

S&P ha spiegato in una nota che si è trattato di un "errore tecnico".

Noi abbiamo titubato.


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Scritto sabato 28 gennaio 2012 | Da Toni Castellano | Categorie: Approfondimenti, NEWS

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