Torino e il potere della ‘ndrangheta

texas-holdem-pokerC'era chi in Piemonte, tra la classe dirigente, pretendeva le prove. Una regione laboriosa, presentata, due anni fa, dalla commissione parlamentare antimafia, come zona ad alta concentrazione di esponenti mafiosi. La levata di scudi è stata repentina. Lo sdegno è stato espresso dai politici per un'affermazione considerata lontana dalla realtà dei fatti. Le prove sono arrivate, e proprio da Torino. Al palazzo di Giustizia intitolato a Bruno Caccia, si sta celebrando un processo di mafia. Alla sbarra nomi di una certa caratura criminale. I fratelli Crea, Giuseppe Belfiore e i meno conosciuti Genovese e Samà. Una storia di bische, intimidazione, gioco d'azzardo. Il titolare dell'inchiesta è il Pm Dodero, che è riuscito a ricostruire l'organigramma criminale torinese. Un vero e proprio cartello, per gestire in maniera monopolistica il mercato del tavolo verde.

Assistendo alle udienze, si può toccare con mano la marcia in più della mafia rispetto ad una semplice organizzazione criminale. L'intimidazione sul territorio, infatti, permette alla malavita di avere gioco facile nel gestire i proprio affari. In aula lo si avverte dallo sguardo dei testimoni, impauriti dalla sola presenza degli imputati. Poche parole, mezze frasi, ritrattazioni, falsità sono state pronunciate con costanza lungo tutta la fase dibattimentale. Dall'indagine Gioco Duro è uscito un quadro chiaro dello stato di salute della 'ndrangheta qui a Torino. I clan calabresi fanno affari, sono temuti e riescono a gestire fette considerevoli dell'illecito cittadino. I fratelli Crea, giovani della locride, la fanno da padroni. Hanno soppiantato, almeno secondo la ricostruzione degli inquirenti, Giuseppe Belfiore, fratello di Domenico e Salvatore, capi storici della criminalità calabrese in Piemonte. I giovani Crea sono spregiudicati, non si fanno mettere i piedi in testa da nessuno. Alla fine di maggio, il pm Dodero ha avanzato le richieste di condanna per gli imputati. In totale sono stati richiesti 46 anni di detenzione. La condanna più pesante, 12 anni, è stata chiesta per Cosimo Crea, sottolineando il ruolo di nuovo presunto capo della 'ndrangheta.

Considerare la malavita torinese relegata alla gestione di poker, dadi e macchinette sarebbe un imperdonabile errore di sottovalutazione. Un articolo di Narcomafie di maggio, scritto da Elena Ciccarello, ne ricostruisce  l'ampiezza d'azione di un'organizzazione tutt'altro che dormiente. Appalti, narcotraffico, bische, estorsione. E nomi che si ripetono da decenni: Ursini, Macrì, Belfiore. Vecchi e nuovi personaggi che tengono sotto scacco Torino, una città che per molti – per fortuna non per tutti-, è considerata lontana dalle logiche mafiose.

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Scritto venerdì 3 luglio 2009 | Da davide pecorelli | Categorie: IN EVIDENZA

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