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Casa Asilo si racconta

Sono arrivati da pochi mesi in Italia e da qualche settimana sono ospitati in Cascina Caccia, sulle colline di San Sebastiano Da Po, in un bene confiscato alle mafie. Si tratta di dodici richiedenti asilo provenienti dalla Somalia che Acmos insieme alla Cooperativa Nanà ha scelto di accogliere: “E’ un progetto di accoglienza, ma anche di convivenza – racconta uno dei curatori del progetto, Andrea Sacco –  siamo giovani italiani che vogliono convivere con chi arriva da altri paesi”

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Nebbia in agosto

Ernst Lossa (I. Pietzcker) ha tredici anni, nella Germania nazista in guerra: è un ragazzino irrequieto, insofferente alla disciplina, senza una madre e con un padre venditore ambulante e senza residenza fissa. Passa da un istituto all’altro, finchè giunge all’ospedale psichiatrico di Kaufbeuren. Il direttore, dottor Veithausen (S. Koch) guida la clinica con pazienza e dedizione, anche se di quando in quando deve “spedire” i pazienti più mal messi, lontano dall’ospedale e ben presto si capisce per cosa: programma di eutanasia dei più deboli. Sono le direttive che arrivano da Berlino: i malati psichici, i disabili, gli epilettici, o comunque i più costosi degenti sulle casse del Reich devono essere eliminati. Veithausen ha degli assistenti, tra infermieri e alcune suore. Una di queste inizia a sospettare, dopo la fine dei viaggi dei malati considerati “terminali”, che in realtà il direttore abbia iniziato a praticare l’eutanasia all’interno stesso dell’ospedale, con discrezione e cercando di non destare allarmismo tra i pazienti. La suora cerca di opporsi, mentre Ernst si scopre generoso e altruista verso chi è più sfortunato di lui. La guerra incombe, ma anche questo non ferma il programma nazista, nella sua allucinata follia eugenetica.

Storia vera di Ernst Losse, assassinato nel 1944, come gli oltre 200mila “diversi” eliminati dai nazisti, tra il 1939 e il 1945. Bella sceneggiatura, su una pagina poco raccontata al cinema della barbarie hitleriana, musiche funzionali, ottima direzione degli attori: gli interpreti dei giovani pazienti della clinica sono tutti bravi, straordinario Pietzcker che dà a Ernst una credibilità umana notevole; bella prova anche per Koch (“Le vite degli altri”), abile nel rendere bene l’ambiguità del suo personaggio.

E’ un film che parla di molti temi, sotto il segno della banalità del male: senso di colpa, obiezione di coscienza, cecità bieca e obbedienza vigliacca sotto il regime di Hitler, condiscendenza immorale e complicità meschina negli omicidi dei più inermi. I titoli di coda raccontano la fine dei protagonisti, a guerra conclusa.

Mette i brividi e fa riflettere. Da guardare, non solo perchè è quasi il 27 gennaio.

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Repubblica di Donetsk a Torino: un pericolo per l’Europa. Conferenza Stampa

Questa mattina a Torino, presso la sede dell’Associazione Radicale Adelaide Aglietta, si è svolta la conferenza stampa di presentazione dell’interrogazione parlamentare sull’apertura di un centro di rappresentanza della Repubblica Popolare di Donetsk. Un’iniziativa lanciata dalla società civile torinese e da alcuni parlamentari piemontesi del Partito Democratico.

Guarda il video della conferenza stampa.

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The Founder

Ray Kroc (M. Keaton) vende frullatori in giro per gli States. Siamo nel 1954 e gli affari non gli vanno bene per nulla. Si imbatte, quasi per caso, nei fratelli McDonald, a San Bernardino, ideatori e gestori di un chiosco che vende hamburger, ma senza camerieri o servizio: tutto insacchettato, con tanto di bibita con bicchiere e cannuccia. Roba avveniristica, per l’epoca, ma i fratelli Mac e Dick ne vanno fieri e l’idea in effetti funziona. Ray, sull’orlo del tracollo della sua attività, capisce subito che l’idea dei McDonald può funzionare su più vasta scala: li convince a iniziare un’attività di affiliazione, per moltiplicare questo modello di ristorazione. Per farlo, non guarderà in faccia nessuno: costringerà, con progressione inarrestabile, i fratelli a compromessi diversi dall’accordo iniziale, ipotecherà la casa, metterà in crisi il matrimonio con sua moglie (L. Dern). Quindici anni dopo, ormai, sarà un uomo miliardario, avendo esportato il marchio, in giro per l’America e non solo.

Storia vera di Ray Kroc, interpretato da un Keaton nuovamente memorabile (dopo la performance di “Birdman”): un uomo che incarna alla perfezione il sogno americano, la quintessenza del self made man: per il suo obiettivo è pronto a tutto, la sua parola d’ordine è perseveranza; non importa se nella sua corsa travolgerà qualcuno (cosa che effettivamente accade), l’obiettivo è più importante. Può essere meschino, vigliacco, cinico, spietato, feroce e disonesto, ma non si può non volergli bene. Merito anche del regista John Lee Hancock, che non fa il santino di Kroc, ma un ritratto a tutto tondo.

Un’altra pagina dell’America profonda, con le sue contraddizioni e il suo vitalistico spirito imprenditivo.

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Centro Repubblica Popolare di Donetsk: un pericolo per il futuro dell’Europa

 

A Torino è nato un consolato di un territorio occupato militarmente nel cuore dell’Europa.

L’autoproclamata “Repubblica Popolare di Donetsk”, infatti, ha inaugurato proprio a Torino ha una sede, una rappresentanza che gli organizzatori definiscono un consolato informale. Obiettivo di questo atto è quello di costruire un percorso per il definitivo riconoscimento internazionale.

 

La nascita di questo Centro di Rappresentanza, passata sotto il silenzio generale, rappresenta un un gesto grave e pericoloso per il futuro dell’Europa, per chi crede nei valori della pace e della democrazia come unico mezzo per la convivenza pacifica tra i popoli.

Un gesto ancor più grave, perché appoggiato da rappresentanti istituzionali della destra piemontese.

 

Per questo, AcmosAssociazione Radicale Adelaide Aglietta e Fondazione Benvenuti in Italia hanno da subito espresso la propria contrarietà alla nascita di questo consolato informale che rappresenta un pericoloso precedente, simbolo di una politica che sostiene progetti che mirano alla demolizione dell’Europa e appoggia percorsi di violenza e di prevaricazione.

 

Queste preoccupazioni sono state accolte dal Parlamento Italiano che, per mano dell’onorevole PD Davide Mattiello  – e la collaborazione dei colleghi piemontesi  Antonio Boccuzzi, Umberto D’Ottavio, Silvia Fregolent, Paola Bragantini, Anna Rossomando – si sono tradotte in un’interrogazione parlamentare rivolta al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro dell’interno, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale.

Nel testo si chiede alle Istituzioni preposte se non ritengano che l’apertura di un Centro di rappresentanza della Repubblica Popolare di Donetsk in Italia sia in palese contrasto con le scelte di politica estera del nostro Paese e dell’Unione Europea; quali misure, nell’ambito delle rispettive competenze, intendano assumere rispetto a tale iniziativa.

 

Per discutere della nascita del Centro di Repubblica Popolare di Donetsk  è stata indetta una conferenza stampa, lunedì 16 gennaio alle ore 11.00 presso,Associazione Adelaide Aglietta, via San Dalmazzo 9Bis a Torino

 

Interventi:

Davide Mattiello, Parlamentare PD

Silvia Fregolent, Parlamentare PD

Umberto D’Ottavio, Parlamentare PD

Antonio Boccuzzi, Parlamentare PD

Diego Montemagno, Acmos

Silvja Manzi, Associazione Adelaide Aglietta

Lorenzo Berto, Gioventù Federalista Europea

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Sovrani

Ho messo a dura prova lo stomaco in queste ultime settimane qui a Pasto, nel sud della Colombia, dove sto lavorando da quasi un anno e mezzo. Ha fatto fatica a reggere le tante emozioni e i tanti assaggi che ho dovuto fare, grazie a un progetto che ha visto coinvolti più di 300 adolescenti e bambini della regione.

 

Saperi e Sapori”, questo il titolo della proposta. Recuperare dei prodotti tradizionali delle differenti zone e inventare delle ricette per riportarli sulle tavole dei contadini, per fare in modo che i semi non vengano persi, per cambiargli il sapore e renderli appetibili.

 

Lo schema di lavoro era rigido e oggetto di un punteggio, che i giudici avrebbero preso in considerazione per eleggere la miglior ricetta di questa terza edizione del concorso. Venti gruppi partecipanti, appartenenti a frazioni di 10 municipi intorno a Pasto, composti ognuno più o meno da 15 ragazze e ragazzi delle età più variabili.

 

Ogni gruppo un responsabile, con il compito di presentare il progetto al gruppo, fare un laboratorio di orto famigliare, far scegliere al gruppo due prodotti tradizionali e aiutarlo a sperimentare varie ricette fino ad arrivare alle due definitive da presentare al concorso.

 

Il mio ruolo è stato quello di accompagnare tutti e 20 i gruppi e registrare con loro interviste, immagini dei vari laboratori e i frutti delle loro ricerche sui prodotti scelti. L’equipe di lavoro, nella Ong, è molto ristretto, per cui non mi sono limitata a fare “il mio” ma mi sono reinventata cuoca, ho tenuto laboratori sull’importanza dell’orto e della sovranità alimentare e soprattutto ho cercato di essere una motivatrice, spingendo i gruppi a togliersi la paura di parlare in pubblico, di fronte a una telecamera e cercando di valorizzare il loro lavoro.

 

Un bel privilegio poter vedere gli sforzi di tutte queste piccole e stupefacenti persone. Sono rimasta più volte a bocca aperta nel sentire le risposte che mi venivano date nelle interviste, “la zucca l’abbiamo scelta perché abbiamo scoperto che fa bene allo stomaco delle mucche, aiuta le persone diabetiche e addirittura è un anti cancerogeno”, 9 anni e una parlantina invidiabile.

 

“Abbiamo scelto i fagioli perché sappiamo che ci sono almeno 12 specie che prima qui si coltivavano, adesso ne sono rimaste solo due, non vogliamo che si perdano anche queste”, “Il mais veniva chiamato dagli indigeni grano d’oro, perché è un alimento molto nutriente e quindi prezioso”.

 

Dopo 3 mesi di viaggi, per potere visitare tutti i gruppi e svolgere i laboratori previsti, è arrivato, domenica scorsa, il tanto atteso giorno dell’incontro, in cui si sarebbero scoperti i vincitori.

 

Ero agitata come alle lauree dei miei amici, “speriamo non si sbaglino, che non si dimentichino niente”.

 

I tre giurati, dell’Università di Nariño, avevano il difficile compito di valutare le ricette e assegnare un punteggio ad ogni gruppo, in base alla presentazione fatta, al gusto e alle informazioni fornite sui prodotti tradizionali. Un processo così lungo però non è valutabile solo per un piatto, il voto dei  giurati infatti aveva un peso del 40% sul punteggio totale dei gruppi, mentre il 60% spettava a noi dell’equipe.

 

Per decide, il giorno prima, ci siamo riuniti e con un’attenta analisi abbiamo eletto quelli che per noi erano i vincitori. Per fortuna il giudizio dei giudici non si è scostato molto dal nostro e sono stati premiati i gruppi che più se lo meritavano.

 

Dopo una mattinata di assaggi e domande, nel pomeriggio è arrivato il verdetto con il podio, seguito da urla e abbracci.

 

Dalla semina, alla raccolta, alla tavola. Tutti i partecipanti, anche più piccoli, hanno idea di quando è tempo di raccogliere il mais, di quando piantare la zucca, di come usare le erbe aromatiche che crescono nei loro orti. Una fortuna, quella di essere sovrani dei propri piatti, un’esigenza fatta scelta e consapevolezza, che bisogna sperare non si perda, almeno in questo piccolo spicchio di Colombia.

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Consolato di Donetsk: presentata interrogazione parlamentare

Torniamo a parlare dell’autoproclamata “Repubblica Popolare di Donetsk” che sul nostro territorio, propio a Torino, ha una sede, una rappresentanza.

Inaugurata lo scorso 14 dicembre nei locali della Fondazione Magellano, in via Conte Rosso 3, ha visto la partecipazione di di rappresentati istituzionali piemontesi, come Maurizio Marrone, Consigliere Regionale di Fratelli d’Italia e Gianna Gancia, capogruppo in Regione della Lega Nord.

Un consolato informale, appoggiato da una parte della politica italiana (e non potrebbe essere letta diversamente la presenza di rappresentanti della Lega Nord e di Fratelli d’Italia all’inaugurazione), di un territorio  occupato dell’Ucraina, che ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza e che non è riconosciuto né dalle Nazioni Unite, né dall’Unione Europea, né, tantomeno, dal nostro Paese.

Se una parte dei rappresentati delle istituzioni plaude all’iniziativa, un’altra, in Parlamento, chiede chiarimenti Al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro dell’interno, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale.

 

Accogliendo le preoccupazioni che noi di Acmos, insieme a Benvenuti in Italia e l’associazione Radicale Adelaide Aglieta, avevamo mosso a riguardo, Davide Mattiello, deputato PD è stato il primo firmatario di un’interrogazione Parlamentare – sostenuta anche dai colleghi piemontesi Boccuzzi, D’Ottavio, Fregolent, Bragantini, Rossomando – per chiedere se «Le Istituzioni preposte (ndr) non ritengano che l’apertura di un “Centro di rappresentanza della Repubblica Popolare di Donetsk in Italia” sia in palese contrasto con le scelte di politica estera del nostro Paese e dell’Unione Europea; quali misure, nell’ambito delle rispettive competenze, intendano assumere rispetto a tale iniziativa»

 

Le ragioni dell’iniziativa parlamentare sono spiegate da Davide Mattiello in una nota, dichiarando: «Gravissimo giocare col fuoco, mentre i popoli europei rischiano tra guerre e terrorismo. Cosa rappresenta l’auto proclamata repubblica di Donestk? La violenza che pretende di farsi legge. Cosa rappresenta l’Europa? La legge che diventa forza attraverso un processo di aggregazione volontaria di Stati che non ha precedenti nella storia dell’umanità».

 

Un atto che non può essere certo bollato come una goliardata perché questi gesti, conclude Davide Mattiello, sono un simbolo: «C’è chi vorrebbe demolire l’Europa sognata dagli esuli di Ventotene e costruita attraverso generazioni di uomini e donne impegnati per il bene comune, memori dei macelli di due guerre mondiali: c’è chi sogna un neo feudalesimo fatto di identità arroccate, guidate da duci agguerriti. Un incubo buono soltanto per chi specula sulle paure e per le organizzazioni criminali mafiose».

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Carta di Roma: media italiani e fenomeno migratorio

Come trattano il fenomeno migratorio i media italiani? Nel dicembre 2016 è uscita la nuova pubblicazione della Carta di Roma, che si occupa di monitorare quotidiani, tv e siti per offrire al pubblico un quadro della stampa italiana proprio a questo proposito. Le sezioni in cui si sviluppa il rapporto di ricerca derivano da un’analisi approfondita svolta dall’Osservatorio europeo sulla sicurezza e riportata nella Carta: l’analisi della carta stampata, svolta su 6 quotidiani nazionali (Corriere della Sera, il Giornale, l’Avvenire, l’Unità, la Repubblica, la Stampa) e l’analisi dei telegiornali delle 7 reti generaliste (Rai, Mediaset e La7).

La carta stampata

Secondo l’analisi in questione, Il fenomeno migratorio conferma la propria centralità nel corso del 2016, come già emerso nel 2015. Sono 1.622 le notizie dedicate al tema dell’immigrazione (il 10% in più rispetto all’anno precedente).

Il fenomeno rimane costantemente presente sulla carta stampata: non risulta infatti correlato solamente a eventi di cronaca o episodi particolari e lo dimostra il fatto che sono solo 12 le giornate in cui non compare nessuna notizia al riguardo sui quotidiani analizzati. Brexit, le tragedie in mare di giugno, la vicenda del burkini e il delitto di Fermo sono alcuni dei casi topici che hanno in parte attirato l’attenzione dei media, anche se la consistenza delle notizie è rimasta relativamente costante senza picchi eccessivi.

 

È l’accoglienza (con il 34%), in ogni caso, il tema attorno al quale si sviluppano più articoli e titoli di giornali, anche se il tema è in calo rispetto all’anno precedente. Sono più visibili, invece, rispetto al 2015, i racconti dei viaggi: muri, frontiere, sbarchi.

 

Molto importante è, però, un altro dato: si rileva infatti, nella Carta, la comparsa di toni sarcastici e liquidatori nei confronti di migranti e rifugiati, anche se sembra essere solo il Giornale ad utilizzarli. Ciononostante, la dialettica “noi/loro” rimane presente in maniera consistente in diverse testate.

Sembra essere l’Avvenire il giornale con più titoli sul tema: 349. Seguono La Stampa e il Giornale (con 306 e 268 titoli), La Repubblica (con 245), l’Unità (234) e il Corriere della Sera (con 220 titoli).

Telegiornali prime time

Per quanto riguarda i telegiornali prime time, anche su questa tipologia di media la Carta di Roma segnala che nel 2016 l’attenzione è rimasta molto alta. Sono presenti infatti 2.954 notizie in 10 mesi, in lieve calo (-26%) rispetto al 2015. Anche qui, come nella carta stampata, sono solo 8 i giorni in cui non è presente alcun servizio sul tema e i picchi di concentrazione e attenzione sono molto rari.

C’è un altro dato molto interessante rilevato dall’osservatorio: “non esiste una correlazione tra il numero delle notizie e l’aumento della paura verso gli immigrati: una elevata esposizione del fenomeno – come nel 2015 o, in misura minore nel 2013 – non corrisponde a un incremento dell’insicurezza nei confronti degli immigrati, anzi si assiste a un incremento della paura nei confronti dei migranti in ragione delle associazioni con il terrorismo di matrice jihadista, da un lato, e con le difficoltà dell’accoglienza e dell’integrazione”.

Nel 33% dei servizi sono presenti politici italiani a commentare le notizie (oltre a esponenti delle istituzioni europee, intorno al 20%). Questo dato permette di evidenziare come sia trattato il fenomeno migratorio: si tratta prevalentemente di servizi con dichiarazioni e commenti, anche se non sempre legati all’attualità. Molto bassa è invece, secondo l’Osservatorio, la presenza della voce dei migranti stessi (lo spazio si limita ad essere il 3% del totale dei servizi).

Il primo tema trattato è quello dell’accoglienza (36% dei servizi, un dato simile a quello della carta stampata) seguito dalla cronaca dei flussi migratori (27%) e dalla criminalità e sicurezza (24%), temi che in totale occupano quasi il 90% dell’agenda complessiva.

 

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Il cliente

Emad (S. Hosseini) e Rana (T. Alidoosti), marito e moglie a Teheran, sono costretti a cambiare appartamento, perchè il palazzo in cui vivono sta crollando. Ne trovano uno nuovo, senza sapere che la precedente inquilina, era una donna di facili costumi, a detta dei vicini del condominio. Intanto stanno ultimando le prove per la messa in scena di “Morte di un commesso viaggiatore”, di Arthur Miller. Un giorno Rana viene aggredita in casa e finisce in ospedale, traumatizzata nello spirito, più che nel corpo. Forse qualcosa nella dinamica della coppia (e in ciascuno dei due) si è rotto: lui vuole trovare l’uomo che ha picchiato la moglie, lei non vuole fare denuncia e non resiste più in quella casa. Contemporaneamente le repliche dello spettacolo, tra varie tensioni, vanno avanti.

Asghar Farhadi (premio Oscar per il film straniero per “Una separazione”) indaga i rapporti umani con feroce precisione: è una storia che tiene insieme i vuoti, i non detti, i rimorsi e, allo stesso tempo, le insistenze vigliacche, le divagazioni dolorose, le coazioni a ripetere. Quello che spesso non riescono a dirsi i personaggi, finisce per esplodere sul palco del teatro, dove gli sfoghi delle emozioni represse prevalgono. E’ una storia che parla di molti temi: senso di colpa, giustizia, vendetta, espiazione, perdono, dignità. Il finale costringe i protagonisti, e di riflesso noi spettatori, a mille domande, di fronte alla situazione che ribalta i ruoli di vittime e carnefici.

Due premi allo scorso Festival di Cannes: migliore sceneggiatura a Farhadi e miglior attore per Hosseini.

Amarissimo.

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Caro Mimmo Lucano, sei l’esempio della Calabria che resiste

Caro Mimmo Lucano, siamo i 17 ragazzi della Carovana Arance frigie che hai incontrato a Riace il 13 novembre 2016, durante il nostro viaggio alla scoperta della filiera dell’arancia, che ci ha portati a incontrare tante e diverse realtà che costituiscono la Calabria oggi.

È stato un viaggio molto intenso, lungo e faticoso. Ma ne è valsa la pena. Abbiamo avuto modo di conoscere direttamente le realtà agrumicole che producono le arance dello Storico Carnevale d’Ivrea e di incontrare persone stupende che lottano ogni giorni contro la ‘ndrangheta sul proprio territorio, dando nuove prospettive ai bambini e ai giovani calabresi, ma non solo.

Siamo stati molto colpiti dalla conoscenza diretta di Riace e dal tuo racconto. Ci ha colpito il modo autentico con cui un’intera comunità ha saputo accogliere e, insieme, dare prospettive di futuro ai giovani calabresi e non. E’ per noi un esempio concreto della “società in cui valga la pena trovare un posto”: un mondo come luogo di tutti senza barriere e frontiere.

Ci ha colpito molto anche la grande Bellezza che ha invaso il paese e i nostri cuori: è una bellezza che si respira in ogni via di Riace, che si vede negli occhi delle persone che la vivono e che ti resta dentro. Una bellezza che è testimone dell’idea di mondo e di cambiamento che condividiamo, e che si può fare per davvero: bello e possibile!

Sei per noi un esempio della Calabria che resiste, di quella parte della Calabria che prova a trasformare i problemi in risorse e che nonostante le difficoltà è riuscita a dare soluzioni concrete e un’alternativa reale a una comunità che di speranza non ne aveva più. Importante è quello che hai fatto a Riace, ma ancor più importante è l’idea rivoluzionaria e contagiosa che hai generato e che continua a vivere in tutte le persone che come te provano a lasciare il mondo un po’ migliore e un po’ più giusto di come l’hanno trovato.

Vogliamo dimostrarti la nostra vicinanza e solidarietà per quanto accaduto nelle scorse settimane, ringraziandoti per la trasparenza con cui stai affrontando tutto questo, fiduciosi che tutto si possa risolvere per il meglio e che tu possa continuare a portare avanti quella buona politica di cui abbiamo infinitamente bisogno.

Con affetto e ammirazione,

i carovanieri della Carovana Arance frigie

 

 

 

 

 

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Alps

Alzi la mano chi conosce Yorgos Lanthimos! Probabilmente il nome dice ancora poco, ma forse i più ricordano il suo ultimo film “The Lobster”, inquietante parabola distopica, uscita nelle sale italiane nel 2015. Ora è arrivata la pellicola precedente, “Alps”, del 2011. La storia, per quanto sia estremamente difficile riassumerla, è più o meno questa: ad Atene, un paramedico, un’infermiera, una ginnasta e il suo allenatore costituiscono un gruppo, “Le Alpi”, con un obiettivo singolare:  sostituire sotto compenso persone appena defunte, per aiutare amici e parenti ad affrontare il dolore e l’elaborazione del lutto. Ognuno si prende il nome di una montagna, della citata catena montuosa. Monte Rosa, l’infermiera, si occupa di una ragazza che gioca a tennis, finita in ospedale in condizioni molto gravi. Il suo interesse, per la giovane tennista e i suoi cari, inizia a diventare morboso e rischia di sfuggire di mano.

Apologo grottesco delle fragilità umane, indaga con sguardo implacabile e feroce i comportamenti oscuri di ciascuno di noi, negli eccessi più assurdi: meschinità, ossessione morbosa, violenza gratuità, brutalità, vigliaccheria. Ma è anche e soprattutto una logica distorta della ricerca di sentimenti, in definitiva rivela l’estrema solitudine e vulnerabilità dei protagonisti. Per farlo, Lanthimos bracca i personaggi, spesso inquadrati di spalle, o con prospettive parziali, fuori fuoco, ma comunque sempre da molto vicino. Premio per la sceneggiatura al Festival di Venezia. Lanthimos, come ha confermato con “The Lobster”, è un nuovo sguardo anomalo del cinema (greco?), che forse fa genere a sè.

Disperato, spiazzante, pieno di fascino ambiguo.

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Carovana Arance Frigie: il video racconto

Diciassette giovani hanno percorso più 3000 km in quattro giorni, visitando alcuni luoghi chiave del nostro paese, in materia di sfruttamento del lavoro, ma incontrando anche realtà che lottano quotidianamente per la libertà e la giustizia.
Un viaggio che è la prosecuzione del Protocollo “Arance Frigie“, che ha come obiettivo quello di rendere trasparenti e verificabili i dati salienti relativi alla produzione e al trasporto delle arance utilizzate nel Carnevale di Ivrea.

di Valentina Azer, Davide Martignetti, Davide Pecorelli 

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Paterson

Lo diremo subito: se cercate un film dalla trama ricca di colpi di scena, dal ritmo serrato, dalla storia classica, forse è meglio se passate oltre. Questo è Jim Jarmusch (“Daunbailò”, “Broken Flowers”, “Ghost dog”) e fa genere a sè.

A Paterson, New Jersey, vive Paterson (Adam Driver), autista di autobus, appassionato di poesia e poeta, fine osservatore della realtà che lo circonda. Vive con la fidanzata Laura e il cane Marvin, ha un vita fatta di gesti e azioni abitudinarie: apre gli occhi poco dopo le 6, senza bisogno di sveglia, va al lavoro, torna a casa e cena con Laura, porta Marvin a fare una passeggiata e si beve una birra, nel solito bar. Nel corso delle giornate, osserva, ascolta, si ferma a riflettere, spesso scrive. Seguiamo la sua esistenza per tutta una settimana, i suoi incontri con gli altri personaggi della storia, quasi sempre altrettanto surreali.

Quello di Jarmusch è cinema anomalo e questa pellicola non fa eccezione: ricca di rimandi interni, metafore, ellissi, dissolvenze, rime, divagazioni assurde, allusioni incomprensibili forse (i gemelli?); solo lui, probabilmente, può permettersi di scrivere dialoghi curiosi su anarchici e poeti italiani, di citare Allen Gingsberg e William Carlos Williams (poeti che a Paterson ci vissero davvero). Apparentemente non succede nulla nella vicenda del protagonista, ma forse lui non sarebbe d’accordo.

Scandito dalle poesie di Paterson, che appaiono nelle scene scritte in sovraimpressione, in inglese. Rischia di apparire indigesto e dal passo lento, se non se ne coglie l’essenza profonda. Sicuramente fuori dagli schemi, a suo modo assomiglia al cinema di Kaurismaki, ha il pregio della leggerezza e il fascino dell’ermetismo. Come spesso accade alle poesie.

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