• Carcere e media: studio computazionale di una serie tv
    In un recente articolo abbiamo presentato una delle nuove prospettive di ricerca del Comitato Scientifico: l’analisi di alcune opere culturali rilevanti per la mission della fondazione attraverso l’uso di strumenti di Natural Language Processing. Lo studio computazionale delle opere letterarie Questo nuovo progetto di ricerca prende le mosse da un filone della... Read more »
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Torino for Syria: la conferenza stampa

Un concerto, organizzato da diverse realtà giovanili torinesi, in collaborazione con Hiroshima Mon Amour, per raccogliere fondi, da devolvere a Operazione Colomba, corpo nonviolento di Pace della comunità Papa Giovanni XXIII, da anni impegnata in diverse zone del mondo dove c’è un conflitto in corso.
Ieri, presso il Consiglio Regionale del Piemonte, è stata organizzata una conferenza stampa per spiegare le ragioni dell’iniziativa.
Vi aspettiamo il 2 marzo, all’Hiroshima Mon Amour, per un concerto di raccolta fondi per i profughi siriani in Libano.

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Rappresentanza di Donetsk a Torino: la risposta del Governo

La Repubblica di Donetsk non è riconosciuta dal Governo Italiano, pertanto la rappresentanza informale aperta a Torino lo scorso 14 dicembre “non potrebbe in alcuna misura godere di riconoscimento, né tantomeno di status diplomatico, né, quindi, avere alcun titolo di Rappresentanza”.

 

Così il Ministero degli Affari Esteri Italiano ha risposto all’interrogazione parlamentare di Davide Mattiello sulla vicenda di fine 2016, quando Maurizio Marrone, Consigliere di Fratelli d’Italia, aveva inaugurato in pompa magna la rappresentanza informale nella città di Torino.

A gennaio la Fondazione Benvenuti in Italia, l’Associazione Radicale Adelaide Aglietta e l’associazione Acmos avevano promosso una conferenza stampa di presentazione dell’interrogazione parlamentare in oggetto, un’iniziativa lanciata dalla società civile torinese e da alcuni parlamentari piemontesi del Partito Democratico.

 

Tra le premesse dell’interrogazione, il fatto che “la cosiddetta ‘Repubblica Popolare di Donetsk’ è un territorio occupato dell’Ucraina, che ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza e che non è riconosciuto, né dalle Nazioni Unite, né dall’Unione Europea, né, tantomeno dal nostro Paese”. Il Governo ha prontamente risposto che “sono state avviate, attraverso gli organi territorialmente competenti, delle ricerche sull’iniziativa” ma risulta che la rappresentanza non abbia “alcun rapporto con le istituzioni”. Il Governo, comunque, ribadisce che è a conoscenza di tutti i fatti in questione e che non è possibile, né per la Repubblica né per la sua rappresentanza, che esse siano riconosciute ufficialmente dal Governo Italiano.

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Jackie

Qualche giorno nella vita di Jacqueline Kennedy (1929-1994), nelle ore successive all’omicidio del marito, John Fitgerald, 35° presidente degli Stati Uniti, ucciso a Dallas il 22 novembre del 1963. Jackie (N. Portman) rilascia una lunga intervista a un giornalista della rivista “Life”, durante la quale rievoca le ore convulse immediatamente successive all’attentato a Dallas, oltre che i giorni che seguirono. Con molti flashback, si rivive lo smarrimento della donna, il suo dolore, le scelte per il funerale, il tempestoso (seppur accennato) rapporto con l’establishment, Lyndon Johnson compreso. Jackie Bouvier fu la first lady di inevitabile eleganza, la donna che aveva modificato l’arredo e lo stile della Casa Bianca, mostrandolo in televisione a tutti gli americani. E’ il momento più difficile della sua vita, consapevole che ormai sta per scivolare nell’anonimato, come una donna qualunque, seppur vedova illustre, dovendo badare ai due figli piccoli. Si rievocano i rapporti con Bob Kennedy, cognato e ministro della Giustizia.

Pablo Larrain, pluripremiato regista cileno, sceglie una storia conosciutissima, ma la affronta da una traiettoria particolare: quanto davvero Jackie vuole svelare con l’intervista della verità, quanto vuole alimentare il mito del defunto marito e del sogno (“Camelot”) che incarnò in quegli anni tumultuosi di conquiste civili e tragedie collettive, il Vietnam su tutti? Discutibile finchè si vuole, per la scelta dei dialoghi e delle sfumature della protagonista, resta certamente un film anomalo. Premiato a Venezia per la sceneggiatura, ci regala una memorabile interpretazione della Portman, in odore di Oscar. Ne è passato di tempo da quando esordì sul grande schermo, nei panni di un’adolescente innamorata di uno spietato sicario tenero e goffo.

Sicuramente una pellicola fuori dagli schemi, con molti pregi e qualche leziosità di troppo forse. Ultima apparizione del compianto John Hurt (1940-2017).

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Quale lavoro? – L’assemblea di metà campagna

Quale lavoro?  Questo è il titolo della Campagna nazionale per la cittadinanza 2016/2017.
Sabato 18 febbraio, durante l’assemble di lancio della seconda metà della campagna sono stati presentati i dati della fase preliminare dell’inchiesta, dal tema scuola-lavoro,  che ha visto coinvolti i Gec (gruppi di educazione alla cittadinanza) del movimento. Ne abbiamo parlato e discusso con la Dott.ssa Adriana Luciano e Donata Canta della CGIL.

L’assemblea si è conclusa con la testimonianza di Ettore Bianchi e Alessandro Ciquera volontari del progetto Operazione Colomba, attiva ormai da anni nei campi profughi siriani in Libano.

Ci siamo dati appuntamento il 2 marzo 2017 alla Serata di raccolta fondi a sostegno dei profughi siriani – TORINO FOR SYRIA–  che si terrà all’Hiroshima Mon Amur e che avrà come ospiti alcuni artisti, più o meno noti, della scena musicale torinese.

 

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Manchester by the Sea

Lee Chandler (C. Affleck) è un uomo solitario e taciturno, attaccabrighe con chi lo guarda troppo, vive a Boston e si arrabatta con piccoli lavori di manutenzione, per gli inquilini di quattro stabili, neve da spalare in inverno compresa. Quando il fratello Joe (K. Chandler) muore, Lee si trova costretto a tornare nella natia Manchester by the Sea, dove apprende che Joe gli ha lasciato, nel testamento, il compito di essere il tutore del figlio sedicenne Patrick (L. Hedges). Lee è riluttante, ma si sente in dovere di seguire la volontà del fratello defunto, anche se tornare nella sua città di origine lo costringerà a fare i conti col suo passato.

Kenneth Lonergan, sceneggiatore e drammaturgo, porta sul grande schermo una storia di fragilità e dolore, nella dimensione più privata e frustrante. Zio e nipote si vogliono bene, ma non sanno prendersi vicendevolmente le misure, si scontrano e cercano di andare avanti insieme. Lee vive il senso di colpa enorme del suo passato e tornare indietro non sarà facile: a mano a mano che la vicenda procede, si capiscono le ragioni della sua esistenza da recluso che si è inflitto, della sua incapacità di esternare. E’ la storia, fondamentalmente, di persone che nel vivere la sofferenza umana, attuale o passata che sia, cercano di resistere e di dare un senso alla propria vita. Lonergan descrive con occhio lucido e mai retorico questa traiettoria: è un film di silenzi, di sguardi dolenti, di ellissi e dissolvenze. I ricordi più dolorosi sono spesso privi di dialogo, affidati alle note struggenti dell’Adagio di Albinoni. Ottima direzione degli attori, Casey Affleck ha già portato a casa un Golden Globe e un Bafta. 6 nomination agli Oscar, di cui tre per gli interpreti.

Nè leggero, nè istantaneo, come per definizione sono i percorsi carsici della catarsi.

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La “voucherizzazione” dei precari della giustizia

Il lavoro quotidiano dei tribunali italiani è reso possibile da un “esercito” delle “toghe onorarie”. Senza il loro lavoro, la macchina della giustizia italiana sarebbe ferma. Ma chi sono questi giudici? Ce lo racconta Paola Bellone, portavoce nazionale del movimento sei luglio.

La Riforma della Giustizia inasprisce ulteriormente le condizioni di lavoro dei magistrati onorari. In che modo? Ce lo spiega ancora Paola Bellone.

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Un re allo sbando

Il re del Belgio Nicolas III è in visita in Turchia. Accompagnato dal suo staff, composto da tre persone, e da un regista che deve girare un documentario sul sovrano, per rilanciarne l’immagine pubblica. Mentre si trovano ad Istanbul, arriva la notizia della separazione della Vallonia dal resto del Belgio, fulmine a ciel sereno che tutti coglie di sorpresa e impone al re di tornare in patria il più in fretta possibile. Ma una serie di impedimenti bloccano la partenza immediata e Nicolas e i suoi attendenti, sempre seguiti dalla telecamera, fuggono al servizio di sicurezza turco e si imbarcano in un viaggio che li porterà in Bulgaria e in Serbia, con la speranza di arrivare in patria.

A metà strada tra la favola fantastica e il racconto grottesco, con episodi surreali e un umorismo forse troppo nordico per noi italiani, “Un re allo sbando” è una curiosa riflessione sulla solitudine di un monarca moderno: uomo schivo e spesso taciturno, Nicolas è costretto dall’etichetta e dal cerimoniale, dalla moglie e dal Premier, dai suoi collaboratori e dalla sua indole, ad accettare le altrui imposizioni. Bel paradosso per colui che è per antonomasia un capo, o per lo meno lo è stato in secoli passati, anche in maniera assoluta. Prigioniero dei suoi doveri, il re troverà modo di guardare alla vita con occhi nuovi, durante le peripezie del viaggio.

A tratti sgangherato, quasi onirico, sicuramente originale, forse incomprensibile fino in fondo, di certo spiazzante. Se amate il cinema on the road e le storie in salsa di provocazione, anche metaforica, dovete guardarlo!

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Hiroshima: aula studio in collaborazione con Acmos

Un nuovo progetto, un nuovo spazio, una nuova sfida per il nostro movimento.
I ragazzi del GecQuerie gestiranno un’aula studio all’interno di Hiroshima Mon Amour, inaugurata ufficialmente oggi. Questo percorso nasce dalle riflessioni scaturite della Campagna Nazionale per la Cittadinanza 2015-2016 “Think City” rispetto alla partecipazione giovanile in città e ai luoghi di aggregazione e di svago che questa fornisce.
L’aula studio sarà aperta nei pomeriggi di martedì, mercoledì e giovedì dalle ore 14.00 alle ore 18.00 in via Carlo Bossoli 83.
Venite a trovarci, studiate insieme a noi.

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Educazione linguistica: una riflessione sul Gruppo di Firenze

Sabato 4 febbraio il Gruppo di Firenze, un’associazione di docenti che si batte per “la scuola del merito e della responsabilità”, ha lanciato un appello al Presidente del Consiglio e al Ministro dell’Istruzione affinché sia affrontato il problema dell’educazione linguistica all’interno della scuola dell’obbligo. A loro parere, infatti, le carenze linguistiche degli studenti universitari (grammatica, sintassi, lessico), sono “appena tollerabili in terza elementare”. Questo appello è stato condiviso da più di seicento persone appartenenti al mondo della scuola, dell’università e della cultura ed è stato rilanciato dai maggiori media nazionali, provocando un dibattito anche molto acceso tra addetti ai lavori e non. Con questo articolo vorremmo spiegare perché queste soluzioni possano essere potenzialmente peggiorative per il sistema scolastico nazionale.

 

1. le richieste presenti nell’appello sono già all’interno delle attuali Indicazioni Nazionali

Le Indicazioni Nazionali per il Primo Ciclo sono un documento redatto e licenziato nel 2012 da una commissione guidata da Marco Rossi Doria. All’interno di esse sono presenti i traguardi di apprendimento che gli studenti devono aver raggiunto alla fine del terzo anno della Scuola Secondaria di Primo Grado (la vecchia Scuola Media). Il Gruppo di Firenze vorrebbe che queste indicazioni fossero riformulate per dare maggior rilevo “all’acquisizione delle competenze di base, fondamentali per tutti gli ambiti disciplinari”. Un proponimento sacrosanto, che però è già presente nei documenti attuali. Il capitolo delle Indicazioni Nazionali dedicato all’apprendimento della lingua italiana si apre infatti con questa premessa (Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, p. 28):

Lo sviluppo di competenze linguistiche ampie e sicure è una condizione indispensabile per la crescita della persona e per l’esercizio pieno della cittadinanza, per l’accesso critico a tutti gli ambiti culturali e per il raggiungimento del successo scolastico in ogni settore di studio. Per realizzare queste finalità estese e trasversali, è necessario che l’apprendimento della lingua sia oggetto di specifiche attenzioni da parte di tutti i docenti, che in questa prospettiva coordineranno le loro attività. (I più interessati se vogliono possono consultare l’intera premessa a questo capitolo)

2. La confusione tra il concetto di “programma” e quello di “indicazioni nazionali”

La proposta di modifica non è tuttavia un appello generico. Il Gruppo di Firenze specifica anche il come bisognerebbe trasformare le Indicazioni Nazionali, suggerendo che esse dovrebbero “contenere i traguardi intermedi imprescindibili da raggiungere e le più importanti tipologie di esercitazioni”. Ancora una volta i traguardi ci sono già, vengono formulati nel dettaglio e si riferiscono a tre diversi passaggi del primo ciclo: la terza elementare, la quinta elementare e la terza media (Chi volesse approfondire li trova qui Indicazioni Nazionalitraguardi specifici)

In questo caso, però, Il Gruppo di Firenze aggiunge il desiderio di esplicitare le principali esercitazioni a cui gli studenti devono essere sottoposti durante il loro percorso scolastico. Emerge così un altro grosso problema di questo appello, ossia il considerare sinonimi i Programmi e le Indicazioni Nazionali. In realtà non è così. Le indicazioni nazionali sostituiscono i programmi nei primi anni del 2000 per aderire a un principio oggi ineludibile: ogni scuola è autonoma perché nasce e vive in un territorio specifico con bisogni educativi specifici. Essa deve quindi elaborare il proprio intervento didattico in modo autonomo, pur avendo degli obiettivi comuni (e specificati nelle Indicazioni Nazionali) a tutte le altre scuole. I Piani dell’Offerta Formativa nascono in questo contesto normativo. In altre parole, le Indicazioni Nazionali dicono ad ogni scuola che deve raggiungere determinati obiettivi, senza però specificare il come. I precedenti Programmi ministeriali invece erano uguali per tutti gli istituti e non tenevano conto dei differenti contesti. Proponendo delle esercitazioni da somministrare per legge, il Gruppo di Firenze vuole così ridurre l’autonomia delle singole scuole e dei docenti. Ma che significato ha obbligare una classe a svolgere determinate esercitazioni, senza conoscerne il livello e le problematiche specifici? Nessuno.

 

3. Nel documento emerge un approccio reazionario all’insegnamento della grammatica

Un ulteriore punto presente nell’appello del Gruppo di Firenze riguarda “l’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano.”

Su alcune necessità non c’è che da essere d’accordo. Tanto più che le verifiche nazionali periodiche esistono già, verificano le conoscenze grammaticali e le abilità di comprensione del testo e vengono somministrate dall’istituto Invalsi più volte durante il percorso scolastico dei singoli studenti (su quanto siano efficaci bisognerebbe scrivere un altro articolo).

Ciò che risulta stucchevole è invece la richiesta di valutare a livello nazionale il dettato ortografico e la scrittura corsiva a mano. Un provvedimento che sarebbe invalidante per migliaia di studenti. Si pensi a tutti i bambini e ragazzi con disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) o alla sempre maggiore quantità di studenti stranieri che frequentano le nostre scuole. Come potrebbero non essere penalizzati?

Questo appello, quindi, nel sottolineare un punto importante, la scarsa alfabetizzazione degli studenti universitari, sembra proporre come soluzione una scuola del “ritorno al passato” in cui solo pochi (ma buoni) studenti sarebbero degni di accedere ai luoghi della formazione accademica.

Da dove (ri)partire quindi?

Quarantadue anni fa un gruppo di linguisti pubblicava le Dieci Tesi per l’educazione linguistica democratica, un decalogo volto a riformare l’insegnamento dell’Italiano stabilendo un forte nesso tra la conoscenza della lingua e l’esercizio dei diritti democratici (cfr Don Milani). Questo decalogo ispira oggi in modo evidente le Indicazioni Nazionali, ma purtroppo è ancora distante dalla prassi quotidiana dei docenti. Forse riscoprire le Dieci Tesi e applicarle in modo più diffuso potrebbe essere un punto da cui ripartire per migliorare la didattica dell’italiano nelle scuole.

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La battaglia di Hacksaw Ridge

Desmond Doss (A. Garfield) giovane ragazzo della Virginia, ha poco più di vent’anni quando gli Stati Uniti sono coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale. Suo padre è un decorato della Grande Guerra, che non ha mai fatto pace coi suoi fantasmi, è un alcolizzato, picchia la moglie, Desmond e l’altro figlio. Dopo Pearl Harbour e l’arruolamento del fratello, Desmond si innamora di una giovane infermiera ed è affascinato dalla medicina; anche lui, a un certo punto, sceglierà di servire il suo Paese, anche se con una convinzione particolare: rifiutare di imbracciare un fucile, ma prestare soccorso ai feriti sui campi di battaglia. Comincia così un duro addestramento, nell’ostilità dei suoi commilitoni, che non si fidano di quella che considerano la sua vigliaccheria, e la contrarietà dei suoi superiori, che cercano di deferirlo presso la Corte Marziale. Si ritroverà nella battaglia di Okinawa, uno degli ultimi teatri di guerra nel Pacifico, nel maggio 1945, quando il fronte in Europa era ormai finito. Nella sanguinosa presa di Hawksaw Ridge, contro i giapponesi, Desmond, aiutato dalla sua tenacia e dalle sue convinzioni religiose, compierà qualcosa che assomiglia un miracolo: salvare 75 compagni feriti, nell’inferno di fango, lacrime, sudore e sangue. A fine della guerra, il presidente Truman lo decora con la Medaglia d’Onore, massima onorificenza militare conferita a un obiettore di coscienza.

Film bellico anomalo, che vede il ritorno alla regia di Mel Gibson (“Braveheart”, “Apocalypto”, “La Passione di Cristo”), che per una prima metà racconta, con divagazioni sull’infanzia del protagonista, il lungo preludio al massacro di Okinawa. Nella seconda ora si tuffa a capofitto nella fisicità dello scontro, tra i proiettili e le bombe, senza risparmiare scene truculenti, come la guerra è in effetti. Alterna momenti più riusciti, a pagine meno entusiasmanti, con un Garfield protagonista di grande bravura. Un film che non è memorabile, che racconta un storia quella sì, memorabile. Gibson sa rendere con efficacia plastica il conflitto nella sua crudezza, ma indulge in una retorica religiosa, un po’ destroide e anche manichea (perfidi giapponesi) che pervade la storia e ne rallenta il ritmo.

Imperfetto, indubbiamente, ma con un suo fascino di interesse, non fosse altro per la straordinaria “parabola” umana di Desmond Doss.

Candidato a 6 premi Oscar, tra cui film, regia e Garfield protagonista.

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Radici e ali: le parole e i gesti dell’integrazione

“Radici e ali: le parole e i gesti dell’integrazione”, questo il titolo dell’incontro organizzato all’Istituto Plana  grazie alla collaborazione tra il progetto Scu.ter di Acmos e la scuola torinese.

Un’assemblea partecipata da circa 100 studenti per parlare di integrazione e dialogo.

A dialogare con i ragazzi sono stati Brahim Baya, Portavoce dell’Associazione Islamica delle Alpi e Farhad Bitani, giovane afgano che ha scritto nel libro “L’ultimo lenzuolo bianco” la storia della sua vita, quella di un bambino cresciuto nella violenza e nell’odio, che ha saputo riconoscere il valore delle differenze culturali, della libertà.

Due musulmani chiamati a dialogare con i giovani per parlare di Islam, terrorismo, religione.

Un incontro ricco di spunti, partecipato dagli studenti, che ha sottolineato il valore delle differenze, possibilità per la nostra società e non certo un limite.

Abbiamo intervistato i relatori della giornata.

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Ricerca precaria

Questa mattina a Palazzo Lascaris, il Gruppo Regionale del PD insieme al Coordinamento Ricercatori Precari Non Strutturati ha chiesto all’Università di Torino di aprire un dialogo per rivedere il piano di reclutamento dei nuovi ricercatori. “Il rapporto tra studenti e docenti sta diventando sempre più critico – spiega Angela Ambrosino, ricercatrice non strutturata – mentre il piano di reclutamento è insufficiente. Noi calcoliamo che ci vorrebbero circa 300 nuovi ricercatori per reggere il carico”.

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Meridiano D’Europa 2017: which Europe?

27 gennaio, Giornata della Memoria in ricordo delle vittime dell’Olocausto: uno sterminio di massa e un crimine contro l’umanità. Milioni di ebrei e, con loro, tutti i “diversi” discriminati e sterminati dal disegno nazista.

Partiamo da questa data, il punto più basso della nostra umanità generatosi proprio nella nostra Europa, per raccontare il nostro viaggio di speranza, convivenza pacifica, accoglienza, inclusione.

Un viaggio che pone le basi dal ricordo e dalla memoria per arrivare ad azioni concrete. Percorriamo un meridiano che collega Lampedusa a Utoya. L’isola su cui quotidianamente sbarcano sfinite le nuove speranze europee con quella dove sono state sterminate idee di solidarietà, pluralismo e laicità.

Il Meridiano d’Europa, arrivato alla sua terza edizione, è un progetto della rete WeCare, capeggiata da Acmos e composta da Rime, Sermais, Prendi Parte, 21 Marzo, Uva, Le Discipline, ShAre, L’égalité – in collaborazione con il MIUR, Direzione Generale per lo studente, l’integrazione e il media partner de La Stampa- al fine di sviluppare la cittadinanza attiva dei giovani nelle scuole secondarie per facilitarne l’inclusione sociale in ottica Europea e per aiutarli a sentirsi parte dei valori di questo continente.

L’itinerario di quest’anno porterà circa 250 giovani, provenienti da tutta Italia, a visitare Calais e Bruxelles, dal 6 al 10 maggio.

 

A Torino, Verbania, Novara, Sarzana, Bologna, Firenze, Trieste, Foligno, Roma e Parma i giovani delle associazioni organizzeranno dei percorsi educativi di avvicinamento al viaggio in 15 scuole dello Stivale, per approfondire, con gli studenti che prenderanno parte al viaggio, le tematiche che sono al cento di questa esperienza.

 

Calais e Bruxelles sono due luoghi simbolo di quanto l’Unione Europea sia oggi più che mai lontana dal sogno dei suoi padri fondatori, apparendo agli occhi dei suoi cittadini frammentata, disgregata, incapace di prendere decisioni comunitarie. In questo panorama di incertezza e difficoltà, la retorica che sembra essere più vincente è quella dello scetticismo, dei nazionalismi e della chiusura. Per questo il titolo di questa: which Europe? Ce lo domandiamo, insieme, cercando risposte.

Calais e Bruxelles rappresentano l’emblema della disgregazione di questa debole Europa e dell’indifferenza che rischia di condurre le nuove generazioni a non sentirsi più cittadini e parte di una storia europea.

 

Calais, città al confine nord della Francia e ormai ultima frontiera d’Europa, è la città che, come Lampedusa, è diventata il simbolo di un’Europa incapace di rispondere alla sua missione storica di accoglienza e delle speranze disilluse di migliaia di migranti che affollano “La Giungla”, zona ormai diventata un campo profughi abusivo. Luogo che rappresenta il fallimento delle politiche comunitarie in materia di accoglienza e lo strumento retorico per alimentare la paura verso i migranti e le forze disgreganti.

 

Bruxelles, la città in cui le politiche dell’Unione Europea prendono forma, plasmate dagli incontri e dalle intese tra funzionari, deputati, uomini di governo e gruppi di pressione. Città multietnica, composita, sede affascinante delle istituzioni, ma anche grembo di grandi contraddizioni e frammentazioni sociali. Bruxelles, la città in cui dialogare con le istituzioni europee, che, prime tra tutti, hanno il dovere di regolare questi cambiamenti e queste forti incongruenze poiché non portatrici di interessi particolari, ma di un bene collettivo.

Abbiamo deciso di viaggiare, di incontrare, di approfondire, discutere, di proporre, di fare rete.

Vogliamo un’Europa diversa e per farlo siamo convinti di doverla creare solo attraverso la creazione di una cittadinanza europea: i giovani, le nuove generazioni sono loro il futuro.

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