• Chiavasso: un bene confiscato accoglie richiedenti asilo
    Dodici richiedenti asilo sono accompagnati nel loro percorso in Italia in un bene confiscato. Un tempo di proprietà di un soggetto che si è macchiato del reato di usura, oggi è gestito dalla Cooperativa Mary Poppins che il 20 settembre ha festeggiato un anno di attività della comunità. ... Read more »
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Festa dei Vicini 2017: il racconto nelle comunità di Acmos

Un nuovo anno è iniziato nelle comunità di cohousing di Acmos. E come da tradizione i volontari hanno aderito alla “Festa dei Vicini“, arrivata alla 11esima edizione nella Città di Torino.
Nelle 4 comunità (Tessitori, Filo Continuo, Sorgente e Buena Vista) sono state organizzate delle feste per condividere con gli inquilini la bellezza di vivere e condividere gli spazi comuni.

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Assemblea Soci 2017: questo è Acmos Attack!

Alcune semplici indicazioni per costruire l’assemblea soci perfetta.
Seguite il tutorial Acmos Attack per partecipare all’assemblea soci di inizio anno.

Vi aspettiamo Sabato 23 settembre, dalle ore 9.00, nella sala polivalente di Via Leoncavallo a Torino.

 

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Acmos per la Festa dei Vicini. Tutti gli appuntamenti nelle comunità

La festa dei Vicini è un appuntamento importante per chi ha deciso di vivere in comunità nei progetti di cohousing.

Come ogni anno, nelle comunità di Acmos, i ragazzi che vivono quotidianamente quegli spazi decidono di festeggiare insieme agli inquilini la Festa dei Vicini.

Ecco tutti gli appuntamenti in programma domenica 17 settembre.

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Al servizio di chi?

di Simone Bongiovanni, dal Libano

Un tappeto di scarpe sparse sul pianerottolo accoglie il nostro arrivo alla visita di oggi; dal numero e dalle forme si può intuire che deve trattarsi di una famiglia numerosa e con molti bambini. Non facciamo in tempo a fare una stima delle presenze nell’appartamento che la porta ci si spalanca davanti. Nella penombra del corridoio scorgiamo piccole sagome che corrono con passo insicuro da una stanza all’altra, eccitate da questa visita mattutina. Una ragazzina sui 13 anni ci fa strada all’interno della casa, facendoci accomodare in una piccola stanza arredata in modo modesto. Lì due donne ci accolgono con i consueti salamelecchi, mentre uno stuolo di bambini fa irruzione nella stanza incuriosito dalla venuta dei due ospiti stranieri.

A fare da contrasto a questa scena di confusione, su un materasso in un angolo, giace coricato faccia alla finestra un bambino. È visibilmente stanco e indossa la classica canottiera a righe nere e verdi da profugo, una di quelle che si possono comprare per un dollaro in molti negozi. Ha 9 anni e il suo nome significa letteralmente Servo di Dio, un nome comune nella cultura araba e dal significato profondo. È in Libano da ormai quattro anni, arrivato con i due fratelli maggiori, con la madre affidataria e i sette figli di lei. Il padre è disperso da qualche parte in Siria, mentre la madre biologica è morta a causa della guerra. In casa questo lo sanno tutti, tranne Servo di Dio. La notizia potrebbe aggravare le sue delicate condizioni di salute, perciò il bambino vive in una beata quanto necessaria ignoranza. Servo di Dio è affetto da leucemia da ormai due anni: come se la perdita dei genitori e l’esilio forzato non fossero già un peso gravoso per un bambino di appena 9 anni. La costante stanchezza di Servo di Dio è perciò dovuta alle medicine e ai trattamenti a cui è sottoposto settimanalmente. Le cure che gli vengono somministrate in un ospedale di Tripoli costano 200.000 LBP a trattamento, circa 130 $, che per intenderci equivalgono all’affitto mensile dell’appartamento in cui vive la famiglia. Un costo che risulterebbe gravoso anche per una comune famiglia libanese, immaginate per una famiglia di esuli siriani in cui solo due uomini possono lavorare e le bocche da sfamare sono molte.

Ecco riemergere con forza la follia del pianeta Libano, così ancorato alle tradizioni eppure così desideroso di slanciarsi verso i modelli del mondo occidentale, prima tra tutti l’America capitalista e consumista. Infatti, la sanità libanese funziona esattamente come quella del paese a stelle e strisce.  Non tanto per la tecnologia o per l’efficacia delle cure, ma per l’elitaria accessibilità e i costi esorbitanti. In questo mondo perverso tutto ha un prezzo, e tutto può essere monetizzato, comprato o venduto. Che siano ospedali statali o cliniche private il risultato non cambia: il paziente non è altro che un grosso bancomat a cui attingere per ogni pastiglia, flebo, prelievo, esame o medicazione. Un grande busines della sofferenza, in cui se non puoi pagare, allora non puoi riceve cure, equazione semplice e spietata del liberismo esasperato.

Per controbilanciare questa situazione di fragilità l’UNHCR e altre ONG hanno specifici programmi con cui sovvenzionare le cure dei malati siriani, coprendo il 75% o a volte il 90% delle spese mediche. Tramite Next Care e i fondi donati da stati finanziatori, l’agenzia per i rifugiati dell’ONU fornisce aiuti economici ai profughi bisognosi. Ma non tutto viene coperto dall’organizzazione internazionale. Le malattie croniche come il cancro e la leucemia, troppo costose e con scarse possibilità di un esito positivo, sono escluse dal programma. Per i bambini come Servo di Dio l’unica possibilità è quindi quella di appellarsi ad associazioni che si occupano specificamente di malattie oncologiche infantili.

Ma come un virus inarrestabile la logica del profitto e dell’efficienza ha contaminato anche il mondo dell’assistenzialismo. Prima di sottoporre un nuovo caso a queste organizzazioni bisogna fornire garanzie sulle possibilità di guarigione e tutti i casi che presentano un alto rischio vengono rifiutati. Oppure si sceglie la logica dei grandi numeri, perciò un trapianto di midollo non verrà mai finanziato, dal momento che il costo di una singola operazione equivale a quattro cicli di chemioterapia. In questo modo in televisione e davanti ai benefattori privati vengono sbandierati numeri e statistiche grandiose, con una percentuale di successo superiore al 70%.

Intanto Servo di Dio, come molti altri bambini, è costretto a restare fuori da ogni elenco o statistica. Quella sua mamma che non è sua mamma riceve volta per volta quelle poche donazioni che riusciamo a mettere insieme, dando per qualche settimana forza a questo piccolo Servo di Dio. Pensando al suo nome, tanto comune nel mondo arabo, mi sorge incontrollato un senso di fastidio, di nausea. Ho sempre pensato ci sia una profonda dignità nel mettersi al servizio di qualcuno, che si tratti di un Dio o di qualche bisognoso. Eppure come può essere che proprio quelle organizzazioni che si proclamano al servizio dei più deboli siano le prime ad abbandonarli? Al servizio di che cosa sono veramente? Prese dall’abitudine e dal pensiero a senso unico libanese si sono lasciate contaminare da questa mentalità folle, da questa perversione in cui tutto diventa numero e il numero diventa denaro. Ricevere aiuti, in Libano, è una questione di precisione maniacale. Bisogna essere sufficientemente bisognosi da attirare l’attenzione di qualche benefattore, ma non tropo disperati da diventare un rischio sull’investimento morale. Per pochi millimetri Servo di Dio è fuori dalla categoria degli “aiutabili”, e mentre sto scrivendo gli mancano solo due mesi e mezzo di cure. Noi siamo qui nella sua stanza, cercando di capire quali risorse raschiare questa volta. In cuor nostro sappiamo che non resta che appellarsi a quel bisogno di servire a qualcuno che risiede in ognuno di noi.

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L’equilibrio

Giuseppe (M. Borrelli) è un sacerdote che vive a Roma, ma che vuole tornare nella sua terra d’origine, la Campania. Viene nominato nuovo parroco, in un comune del napoletano molto degradato. Il suo predecessore, Don Antonio, è un prete molto amato dalla sua comunità e da tutti rispettato. Giuseppe comincia il suo nuovo incarico con passione e generosità, ma ben presto si trova a scontrarsi con un contesto estremamente difficile: spaccio di stupefacenti, rifiuti tossici che avvelenano l’ambiente, criminalità che imperversa e totale mancanza dello Stato. Testardamente, nonostante i consigli che gli arrivano da più parti e la manifesta ostilità della gente, cerca di cambiare le cose, a partire dalla confidenza di una sua parrocchiana, che sospetta abusi sulla figlia bambina.

Vincenzo Marra scrive e dirige un film su un tema difficile e sbaglia quasi tutto: didascalico e pretenzioso nella narrazione, con attori che non convincono, musiche inutilmente enfatiche. Sembra quasi programmatico lo sguardo pessimista con cui racconta la vicenda del suo protagonista, martire solitario in una situazione senza un briciolo di speranza. La strada per l’inferno, si sa, è lastricata di buone intenzioni, ma si poteva francamente fare a meno di questo gratuito sacco di mattoni.

Tranquillamente evitabile, andatevi a vedere un blockbuster, senza sentirvi in colpa.

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Baby driver – il genio della fuga

Baby (H. Elgort) è un giovanotto perennemente con le cuffie, che ascolta musica ad ogni ora. Però è anche un autista impareggiabile e spericolato, che guida auto di rapinatori di banche. Ad orchestrare i colpi è Doc (K. Spacey), cui Baby è legato da un debito passato. Dal loro sodalizio, unito a quello di altri criminali incalliti di cui Doc si serve, nascono grossi furti con relativi spettacolari inseguimenti. Ma Baby vuol smettere: per dedicarsi al padre adottivo sordomuto e a una ragazza che fa la cameriera, conosciuta in un locale. Ovviamente ci sarà qualche imprevisto.

Edgar Wright scrive e dirige un film a suo modo di genere e, al contempo, mainstream. C’è un mix di fumettistico, pulp e pellicola di supereroi Marvel, ma anche delle trovate sottili e acute: la musica che ascolta Baby che diventa un pretesto narrativo per commentare canzoni e per lasciarle come sottofondo delle scene; le cassette che lui registra a partire da conversazioni carpite qua e là; la folgorante sequenza di apertura, della prima rapina.

Hansel Elgort (qualcuno se lo ricorda in “Colpa delle stelle”?) è perfetto nel dare al suo personaggio la giusta dose di timidezza e sfacciataggine: forse solo un disc jockey e cantante come lui, poteva interpretarlo. Kevin Spacey e Jamie Foxx colorano con bravura, le figure di due gustosi comprimari. Due ore dal ritmo serrato, sbanda (se ci si concede il termine) solo un po’ nel finale, per eccesso di enfasi spettacolare, ma glielo si può perdonare.

Ogni tanto bisogna pur andare al cinema e spegnere il cervello.

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L’ordine delle cose

Corrado Rinaldi (P. Pierobon) è un funzionario di polizia, incaricato dal Ministero di trattare con le autorità libiche, per il controllo dei flussi migratori. Vive a Padova, ha una moglie e due figli, è stato nella nazionale di scherma, è un uomo meticoloso e preciso. In Libia è affiancato da due colleghi italiani (G. Battiston e F. Ferracane) e uno francese (O. Rabourdin), nelle ispezioni al centro che accoglie migranti, stipandoli come sardine in scatola, senza alcun rispetto dei diritti umani. Gli italiani ne sono consapevoli, ma non possono farci molto e il Governo sollecita risultati al più presto. Quando la ragione di Stato, il cinismo della politica, l’obbedienza agli ordini si mescoleranno con i dubbi, derivanti dall’incontro con una ragazza somala, Corrado dovrà scegliere e non senza difficoltà.

Andrea Segre, una lunga serie di documentari alle spalle, torna al tema a lui caro della migrazione, questa volta con una storia di finzione. Lo fa con una sceneggiatura efficace, sfaccettando con profondità il suo protagonista (un ottimo Pierobon), lavorando sulle sottrazioni e le allusioni, ma anche sui dettagli (la sabbia del deserto che Corrado ama, il suo maniacale senso dell’ordine, la passione per la scherma mai dimenticata). Anche il resto funziona, musiche e comprimari compresi (da citare almeno Battiston e Citran).

Presentato a Venezia nella sezione “Proiezioni speciali” e da oggi nelle sale, di scottante attualità, racconta una storia possibile, inquietante quanto amara. Siamo davvero sicuri che la finzione sia così lontana dalla realtà?

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La festa del sacrificio tra gli agnelli della guerra

Di Simone Bongiovanni, dal Libano

Oggi è la Eid, la festa del sacrificio. Oggi in tutto il mondo islamico si festeggia il mancato sacrificio di Isacco da parte del padre. Proprio come Abramo ogni famiglia musulmana si attrezza per compiere un sacrificio analogo. Montoni, agnelli o vitelli vengono acquistati per finire direttamente sulla griglia. Giusto per capirci la Eid è per importanza analoga al natale cristiano, anche se in questi casi ogni paragone è sconsigliato. È ormai da settimane che l’attesa è palpabie. Il traffico, già di per se caotico, è diventato insostenibile. Da giorni le donne sono alla ricerca spasmodica di un vestito nuovo da sfoggiare durante la festa. I bambini vivono l’attesa con trepidante eccitazione, avanzando richieste ai genitori per i doni più desiderati.

Ed infine la mattina della Eid è arrivata. Per me che sono cresciuto in una famiglia cristiana, la sensazione e proprio tale e quale alla mattina di Natale, dimenticando per un attimo i 31 gradi esterni. I bambini vengono a bussare alla nostra porta alle prime luci del sole, spronando il nostro risveglio con voci euforiche. Piccole principesse ingioiellate e giovanotti dai vestiti nuovi di pacca accolgono la nostra scapigliata uscita dalla tenda, una vera festa per i nostri occhi. Intanto già da qualche ora sentiamo il rumore di fuochi d’artificio esplosi nei campi circostanti, intervallato dal canto del muezzin della moschea vicina. Passeggiando per il campo è un costante susseguirsi di auguri, baci umidicci e abbracci calorosi. Kul sane intu bikheir (Che tu possa stare bene tutto l’anno) è l’augurio più adeguato alla situazione di festa, a cui è buona educazione rispondere con w intu bikheir (anche tu possa stare bene). Intensi profumi provenienti delle cucine in attività promettono generosi banchetti. Durante tutto il giorno parenti e amici vengono in visita al nostro campo, conferendo al tutto un’insolita atmosfera famigliare.

In questo clima di festa è facile cadere nella tentazione della normalità. È facile essere abbagliati da questa irrazionale felicità. È davvero troppo facile convincersi che infondo queste tende, questo campo, possano essere diventate la nostra casa o perlomeno la casa dei siriani. Oggi è la Eid, la festa del sacrificio, e noi siamo tra gli agnelli sacrificati a questa sporca guerra. Le famiglie del campo vivono la festa come l’ennesima condanna del proprio esilio, le gioie della festa sono legate a filo doppio al dolore suscitato dalla lontananza dalla propria terra. Facebook e Whatsapp sono i soli modi per mandare auguri a parenti lontani, anche loro in paesi stranieri o bloccati in Siria: così vicini eppure così lontani. Immaginate il dolore provocato dalla costrizione all’esilio, dall’impossibilità di abbracciare i propri amici e famigliari in un giorno di festa.

Il Padre di M. ci racconta di questa sofferenza. Qui i padri prendono il nome del primogenito maschio, diventando per tutti Abu .. (Il padre di ..). Ma M. non c’è più, morto insieme allo zio sotto una bomba nella provincia di Homs. Nell’esplosione Abu M. è rimasto gravemente ferito all’addome, perdendo l’uso di alcuni organi. Ancora oggi a 5 anni di distanza sente i dolori di quella ferita, anche in un giorno di festa come oggi. Il dolore fisico si unisce a quello dello spirito, alla nostalgia di casa. Ci racconta del Eid prima della guerra, delle gite fuori porta al mare, delle grigliate di carne con i parenti e gli amici. Ora, come tutti, il Padre di M. spera di poter viaggiare, di andarsene. Sogna di fuggire da questo ovile di sacrificati alla guerra.

Oggi è la Eid, la festa del sacrificio. Nella concezione religiosa il sacrificio è un dono per il divino, nella speranza di ottenere in cambio benevolenza. Quella che si combatte oggi in Siria è una guerra umana, fatta da potenze interne e straniere, in un groviglio che di sacro non ha niente. Ma la parola sacrificio ha anche un altro significato. Un sacrificio è anche una privazione, una rinuncia o un abbandono. Come quello a cui sono stati costretti milioni di siriani a causa di questa guerra.

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A Ciambra

Pio, 14enne rom, vive con la sua numerosa famiglia, nella comunità detta “A Ciambra”, nella piana di Gioia Tauro. Beve, fuma, ruba, in mezzo a un’umanità contorta, compressa tra la desolazione e il vitalismo sfrenato. Fa amicizia con un africano più grande di lui, altrettanto immerso in situazioni borderline. Pio è un animale irrequieto, cerca di scansare i guai, nella sua vita in cui cresce troppo in fretta, ma non sempre ci riesce.

Jonas Carpignano firma una pellicola forte, prodotta tra gli altri da Martin Scorsese. Bracca i personaggi nella propria quotidianità (siamo al limite del documentario, del resto non ci sono attori professionisti), in un ambiente reale che sarebbe stato impossibile ricreare nella finzione. Non c’è spazio, nella storia, per il riscatto o la catarsi, tutto si rivela ambivalente: la tenerezza confina con la violenza, la solidarietà con il tradimento, la collettività con la solitudine. Non si vede luce in fondo al tunnel e nemmeno speranza.

Fotografia sporca e dai toni crepuscolari, musiche funzionali. Parlato spesso in dialetto calabrese stretto e sottotitolato.

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La guerra il giorno del mio compleanno

Questa è la mappa della Siria oggi. Oggi è il 30 agosto. Whatsapp mi sveglia con un messaggio di auguri per i miei 40 anni. Poco dopo su Skype scorrono le chat di amici e colleghi. Alcuni scrivono da una delle città segnata su questa mappa. Come se l’insignificante data di oggi fosse una piccola scusa per appigliarsi a una normalità che non esiste più. Perché la gente vive anche dentro questa mappa segnata da quei bollini rossi che non sono le previsioni del traffico di agosto, bensì i raid, attacchi e esplosioni delle ultime ore. Sebbene oggi vorrei continuare a crogiolarmi nell’abbraccio degli amici che mi scrivono, credo di dovervi chiedere qualcosa. Fatemi un regalo: leggete questa mappa.

Mi rendo conto di quanto sia difficile credere che stia succedendo in questo momento. Persino da qui, a soli 100 chilometri dal confine pensiamo al prossimo weekend turistico a Petra. Imporci poi di guardare lo scempio della guerra nella timeline di Twitter tutte le mattine sembrerebbe un voto quaresimale.

L’unica cosa che vi chiedo è piuttosto di capire questa geografia della guerra. Non per un puro esercizio intellettuale da sbandierare alla prossima discussione geopolitica al bar (anche se non succede tutte le mattine, è possibile che accada e in quel caso sarete pronti a dire la vostra). Sono convinto invece che guarderemo con occhi diversi la prossima persona che scappando da tutto questo arriva, rischiando un’altra volta la vita, sulle spiagge italiane di fine agosto. Capiremo che quella persona non c’entra nulla e che non bisogna confondere guerra, migrazione e terrorismo.

Come nel gioco del Risiko, le armate sono rappresentate per colore: in rosso le truppe di Damasco di Bashar Al-Assad appoggiate dal gruppo terrorista con base in Libano (Hezbollah), dall’Iran e dall’esercito russo che scende fisicamente in campo con navi, aerei e carri armati. In verde i gruppi ribelli, molto divisi tra loro. Alcuni frutto dell’impeto rivoluzionario che animo’ le Primavere Arabe del 2011, altri molto vicini al Al-Qaida o altri gruppi religiosi. In giallo i curdi appoggiati dagli Stati Uniti, che hanno basi militari e mezzi nel Nord-Est del paese. Il Kurdistan come Stato nazionale formalmente non esiste: una parte dei curdi abita in Turchia, altri nel nord dell’Iraq (con un referendum sull’indipendenza il prossimo mese) e altri nella Siria del nord, una delle poche zone dove è consentito un accesso sicuro alle organizzazioni internazionali. Comunque, la Turchia di Erdogan ha occupato militarmente una porzione del nord della Siria, spezzando cosi l’avanzata curda. I curdi sono infatti da anni perseguitati dalla Turchia e le loro organizzazioni sono considerate gruppi terroristi. Erdogan ha anche fatto costruire un lunghissimo muro lungo il confine tra il suo paese e la Siria. In grigio infine l’ISIL (o ISIS) che controlla con il terrore una zona che sconfina in Iraq. Il Califfato ha perso recentemente la città irachena di Mosul e sta perdendo l’autoproclamata capitale Raqqa, riconquistata dalle truppe curde con l’appoggio americano. In blu (in fondo a sinistra) le alture del Golan, territorio siriano occupato da Israele dal 1967 (Guerra dei Sei Giorni).

Cosa si capisce da questo quadro? In Siria si gioca una guerra mondiale, le cui alleanze sono a geometria variabile, il che non fa prevedere un’accordo vicino, nonostante i tentativi dell’ONU a Ginevra o quelli di Astana (la capitale del Kazakhistan che ha ospitato i colloqui di pace). L’unico recente risultato prevedeva una tregua in certe zone particoalrmente sotto tiro, ma funziona solo ad intermittenza.

Politica, ideologia e religione sono gli ingredienti di questa ricetta esplosiva. Il problema e’ che di questi tre elementi non abbiamo le chiavi. L’Europa ha una politica estera frammentata (tra i 28 paesi membri), incorente (pagando Erodgan per fermare i migranti), a corto termine (sempre in termini di costante emergenza). All’ideologia rispondiamo con un capitalismo in crisi. Alla religione con un modello laico multiculturale debole e attaccato dalle destre ignoranti.

Cosa succederà? Difficile dirlo. Recentemente, il governo di Damasco ha riconquistato diverse zone, probabilmente riuscirà ad arrivare per primo ad Deir-Azzor, l’ultimo caposaldo dell’ISIS e continuerà nella morsa dell’assedio le enclavi ribelli (verdi sulla mappa). Una volta sconfitto l’ISIS -prevedibilmente nei prossimi mesi, seppure contintuerà l’onda lunga del terrorismo- le potenze regionali e internazionali si troveranno faccia a faccia, tutte preoccupate di non perdere la propria posizione. La guerra attuale con tutti i raid aerei di Usa e Russia rappresentano un cospicuo investimento che ognuno vorrà far fruttare. Se il problema tornerà ad essere di natura politica, almeno gli aiuti umanitari potranno entrare in un paese dal passato glorioso ed ora completamente in macerie. Altrimenti continueranno a parlare le armi, magari con meno clamore, come in un nuovo Iraq o in un altro Afganisthan.

Mi chiedo allora se a 40 anni possa permettermi ancora la speranza. Non quella lussuosa, segreta e in fondo ipocrita (e forse anacronistica e vana) di chi comunque spera che l’Europa continuerà ad essere un’isola di relativo benessere, ben più lontana delle sole 3 ore di volo che la separano dal Medio Oriente. Vorrei piuttosto trovare il modo di coltivare quella speranza che da la forza di andare avanti, talvolta persino di scherzare, alle persone normali scosse dai suoni dei caccia e dalle vibrazioni di un’esplosione che almeno stavolta era poco più lontano.

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Da Berlino a piedi fino a Tel Abbas

di Simone Bongiovanni, dal Libano

Si chiama Civil March for Aleppo, è nata informalmente sui social network ed è partita 7 mesi fa da Berlino. L’idea è semplice quanto ambiziosa: percorrere a piedi gli oltre 3000 Km che separano la capitale tedesca da Aleppo, città simbolo della guerra siriana. Oltre duemila persone hanno aderito all’iniziativa, percorrendo in direzione contraria la stessa rotta che i profughi siriani usano per arrivare in Europa. I partecipanti si sono dati il cambio nelle diverse tappe, attraversando Germania, Repubblica Ceca, Austria, Slovenia, Croazia, Serbia, Macedonia, Grecia, Turchia e Libano, per incontrare migliaia di persone lungo la strada, diffondendo il proprio messaggio di pace e di sostegno per la popolazione siriana.

Ma la Civil March è giunta in questi giorni ad una conclusione inaspettata. Dopo aver incontrato alcune difficoltà burocratiche in Turchia la marcia è ripartita dal sud del Libano, abbandonando ogni speranza di oltrepassare il confine siriano. Facendosi strada da Tiro a Tripoli, i marciatori hanno sfidato il traffico e il caldo libanese senza incontrare resistenze. All’alba di sabato 12 agosto, noi volontari della Colomba, li abbiamo raggiunti al porto di Tripoli: scarpe ai piedi, pronti per accompagnare la Civil March per l’ultima tappa tanto attesa. Ma tale tappa non è mai avvenuta. Dopo qualche chilometro dalla partenza, appena superato il check point di Deyr Ammar il gruppo è stato fermato dalla polizia militare, e scortato in una caserma dei servizi segreti. Dieci ore di inutile attesa, circondati da false cortesie, da stanze dai pavimenti di marmo e da poltrone imbottite, preparate come forma di rispetto verso gli ospiti internazionali, ma utili esclusivamente a rallentare il cammino della marcia. Alle 19 di sera è giunto il categorico NO al proseguo della marcia, frutto di lungaggini burocratiche e malintesi tra l’esercito e il governo libanese. Stremati e con il timore di avere l’attenzione dell’esercito addosso i marciatori sono tornati a Tripoli, dove li abbiamo salutati per tornare al campo di Tel Abbas.

Oltre 3000 km di strada percorsi non potevano certo concludersi così, fermati da un qualsiasi burocrate libanese. L’indomani stesso, non più a piedi ma a bordo di service, i partecipanti rimasti si sono mossi in direzione di Myniara per incontrare una rappresentanza di quel popolo siriano che li ha spinti a mettersi in cammino sette mesi fa. Al campo profughi, uno tra i primi nell’Akkar, la delegazione europea è stata accolta dal lancio di fiori e riso, e dagli abbracci degli abitanti del muhayam (campo profughi nella lingua araba). Insieme, polacchi, francesi, tedeschi, siriani e italiani abbiamo camminato per qualche centinaio di metri fino ad arrivare alla scuola Maalak, preceduti dalla bandiera della Civil March sorretta da Ali e Khaled, natii di Aleppo. Pochi passi, che sono un niente in termini numerici se paragonati a quelli percorsi finora, ma che sono forse stati i più importanti dell’intera marcia. Già, perché come racconta Anna Alboth, l’organizzatrice dell’iniziativa, questa marcia non aveva lo scopo di mettersi semplicemente in cammino, ma di incontrare le persone. Così i marciatori dall’Europa e gli esuli siriani hanno potuto condividere un pasto, una tazza di the e scambiarsi qualche racconto dei loro rispettivi cammini e delle loro vite.

Il confine, perciò, non è soltanto un luogo fisico, ma può anche essere un luogo del cuore. In questi giorni abbiamo riscoperto, in quanto europei abituati ad edificare muri, come sia possibile diventare costruttori di ponti. Il gruppo dei marcianti era molto variegato ed eterogeneo, ciò che li accomunava tuttavia era il desiderio di non intraprendere un cammino esclusivamente fisico, ma soprattutto di incontrare umanità lungo la strada. Il senso della marcia è sempre stato la ricerca di relazioni più che il susseguirsi di un passo dietro l’altro. La Civil March for Aleppo, come tante altre marce che hanno fatto la storia, non finisce qui. La guerra in Siria non è ancora terminata e i siriani continuano ad aver bisogno del nostro supporto per tornare nelle loro case in giustizia e sicurezza. Nella fase conclusiva della marcia Sheik Abdo, portavoce della Proposta di pace dei profughi siriani in Libano, ha rivolto ai partecipanti un accorato messaggio: la marcia non finisce qui, fino a quando guerra e violenza domineranno la vita dei civili in Siria ci sarà bisogno che ognuno si metta in cammino per promuovere un messaggio di pace, diritto al ritorno e alla ricostruzione di ciò che è andato perduto.

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Il coro degli invisibili

Di Simone Bongiovanni, dal Libano

Dalle pareti di teli impermeabili firmati UNHCR della nostra tenda filtrano con facilità tutti i rumori provenienti dall’esterno. Un televisore acceso, il pianto di un bambino, il pallone che rotola sulla ghiaia, gli uomini seduti davanti alla tettoia che conversano come ogni sera. È il coro di un’umanità intrappolata in un paese che non gli appartiene, senza alcuna possibilità di andare avanti, né di tornare indietro. Eppure questa sinfonia scomposta è l’unica testimonianza di un popolo di invisibili, di dimenticati: è la canzone dei profughi siriani in Libano.

 

Che viva in un campo profughi, dentro un garage o in un appartamento ancora in costruzione un siriano in Libano conduce un esistenza da fantasma. Famiglie di uomini che rischiano l’arresto ogni giorno, mogli spaventate e bambini con ben poche prospettive di futuro abitano fianco a fianco a cittadini libanesi. Un milione e mezzo di ombre nel cuore del più povero stato del medio oriente, dove il caos è diventato la normalità e le regole valgono solo per chi è più debole. Qui se sei siriano le cose più semplici possono diventare le più difficili. Gli uomini non possono spostarsi liberamene per via dei check point sparsi sulle strade principali. Trovare un lavoro e molto difficile, tenerlo lo è ancora di più, dal momento che in qualsiasi momento si può essere licenziati senza alcuna sorta di garanzia. Non è possibile accedere alla sanità pubblica, perciò se diventa necessario avere delle cure bisogna rivolgersi a cliniche private dai costi spropositati. Una quotidianità intangibile che si faticherebbe a percepire se non fosse per l’economia che è in grado di muovere, riversando nelle tasche dei libanesi miliardi di Lire. Dall’affitto della terra su cui sorge la propria tenda agli acquisti fatti nei negozi locali, i siriani hanno generato in questi anni di conflitto un’economia di cui non possono beneficiare. Gli esuli della guerra sono allo stesso tempo indesiderabili e necessari per la società libanese. In campi dove prima si piantavano patate e zucchine ora crescono tende farcite di siriani, ben più redditizi e meno faticosi del lavoro agricolo. Basti pensare che qualche proprietario terriero arriva ad intascare addirittura 6000 $ l’anno, una piccola fortuna in questo folle paese.

 

Anche a Tel Abbas i problemi sono una sfida quotidiana e gli intoppi all’ordine del giorno. Lo stile di vita è modesto, per non dire disperato: la coda di persone che bussano alla nostra porta, bisognose di aiuto è costante. Fuori dalle nostre tende dalle colombe arancioni è possibile incontrare ogni genere di storia: da chi è scappato perché la sua città era stata rasa al suolo a chi ha dovuto sopportare la prigionia nelle carceri siriane, c’è pure chi ha perso la ragione a causa della guerra. Eppure uscendo dalla tenda inciampi in persone premurose, sempre curiose di sapere come stai e pronte a regalarti un sorriso. Persone che possiedono davvero molto poco, ma che sono pronte a metterlo in condivisione. Si incontrano facce stanche e segnate, ma che celano una fiera risolutezza. Il campo profughi di Tel Abbas è un piccolo villaggio coraggioso, un po’ sgangherato e chiassoso, dove anche i più piccoli sono dei grandi rivoluzionari. In questo campo dove prima crescevano patate ora si leva un coro silenzioso, è un canto tenace rivolto verso la speranza per un futuro migliore.

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Mangiastorie in tour: terza tappa in Sicilia

Il tour è giunto ormai alla terza e penultima regione, la Sicilia. Dopo aver affrontato Scilla e Cariddi, i Mangiastorie  sono approdati a Messina e si sono inoltrati nella profonda Sicilia fino a Lentini. Qui, in frazione Cuccumella, hanno incontrato la cooperativa Beppe Montana nata nel 2010 tra le province di Catania e Siracusa. I terreni confiscati alle famiglie dei Riela e Nardo sono ora coltivate a regime biologico e producono agrumi, olio, prodotti dell’orto, conserve, farine. Ma il futuro della cooperativa è ancora ricco di prospettive: il prossimo obiettivo a breve termine sarà quello di diventare una struttura ricettiva per turisti amanti delle escursioni in bicicletta. Hanno preso parte alla formazione pomeridiana sul lavoro cooperativo insieme ai giovani del campo, soci e lavoratori Coop che si sono interrogati durante la settimana sul modo di fare impresa: come farla? Con quali principi e quali strumenti? I beni confiscati in questo sono un esempio? E in serata realizzato lo spettacolo con i giovani del campo, i soci della cooperativa e qualche amico torinese.

 

Dopo una giornata di mare alla Scala dei Turchi, i Mangiastorie sono arrivati al villaggio turistico di Kartibubbo nel trapanese, bene confiscato all’imprenditore Di Giovanni. Un villaggio che conta più di 2000 posti di capienza massima, con alloggi di privati e stanze affittabili. Una parte del villaggio è oggi in disuso per la mancanza di alcuni permessi, un’altra, detta il “Kartibubbone”, è oggetto di un processo in corso in attesa che si decida il futuro di questo ecomostro. Il coordinatore del villaggio, Marco, ha deciso quest’anno, insieme a Nicola, responsabile della libreria di Kartibubbo e a Libera, in particolare a Salvatore Inguì referente di Libera Trapani, di inserire nel calendario degli spettacoli alcuni eventi legati al tema delle mafie.

 

I Mangiastorie hanno aperto questa rassegna  con il loro spettacolo generando entusiasmi, perplessità e qualche “basta!”. La serata, ricca di tensione, con i bambini immobili e curiosi, con molti adulti stupiti e molti altri contrariati, ha rotto la routine del villaggio e il silenzio che spesso avvolge le terre di mafia. E’ stata per i Mangiastorie un’emozione forte e un punto di non ritorno, che grazie a Marco, speriamo trasformi il villaggio di Kartibubbo e le terre di Matteo Messina Denaro attraverso l’arte e la letteratura.

 

Nel viaggio verso la penultima data, i Mangiastorie sono andati a Partanna per un saluto alla piccola Rita Atria sepolta nella tomba di famiglia, e poi si sono diretti ad Alcamo. Lo spettacolo-cena si è svolto al Caffè Nannini insieme al presidio di Libera Alcamo con la pasta e il vino di Libera. Durante la serata è intervenuto Francesco Citarda, responsabile della cooperativa Placido Rizzotto, sottolineando l’importanza soprattutto in Sicilia del riutilizzo dei beni confiscati.

 

I Mangiastorie, dopo esser passati da Capaci, sono ora a Palermo  in direzione Napoli e poi Latina per l’ultima data, seguiteci ancora su facebook. #mangiastorieintour

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