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Indagati per aver aiutato i migranti. Il caso di “Ospiti in arrivo”

Sono accusati di favoreggiamento della permanenza di stranieri presenti illegalmente in Italia per trarne ingiusto profitto ed invasione di edifici. Sette volontari dell’associazione “Ospiti in Arrivo” hanno ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini da parte della Procura di Udine, per fatti risalenti agli inizi del 2015. Udine, città del Friuli Venezia Giulia, dall’inverno rigido e impietoso, all’epoca dei fatti contestati ha visto l’arrivo di migranti provenienti dalla rotta balcanica, in maggioranza cittadini pachistani e afgani.

Persone in fuga, arrivate in una città senza strutture e servizi per accoglierli. Così, un gruppo di cittadini attivi, ha deciso di dar loro una mano. Hanno distribuito coperte e pasti caldi, alleviando le difficoltà di queste persone. In sostanza hanno fatto quello che la città non era in grado di garantire.
Ma per queste azioni, che potremmo – senza difficoltà alcuna- annoverare nella solidarietà umana, è stata aperta un’indagine, conclusa con le accuse prima citate. Nessuno per ora è a processo, ma il rischio che questa interpretazione della magistratura rappresenti un precedente pericolo per quanti operano per aiutare i migranti è concreto.
Per capire meglio la questione e la dinamica andiamo posto alcune domande a Laura Gubinelli, presidente dell’Associazione “Ospiti in arrivo”.

 

Quando nasce la vostra associazione e cosa è accaduto a Udine a cavallo tra il 2014 e il 2015?

Nell’estate del 2014, di fronte all’arrivo nella nostra città di decine e decine di migranti provenienti dalla rotta balcanica, inizia la nostra attività. Inizialmente eravamo una decina di persone, cittadini attivi che non hanno girato lo sguardo di fronte a quanto stava accadendo di fronte a noi. Questi migranti, in maggioranza provenienti da Pakistan e Afganistan non avevano nulla e noi abbiamo cercato di dare aiuto ed accoglienza. All’epoca Udine era impreparata a dare risposte al fenomeno migratorio. A queste persone, arrivate in un Paese straniero, stremati da lunghi viaggi, abbiamo fornito delle coperte, per sopportare le temperature rigide dell’inverno, beni di prima necessità e cibo. Erano come invisibili per la città e trovavano rifugio in luoghi di fortuna, in assenza di un sistema istituzionale di accoglienza. Numericamente il fenomeno è cresciuto nel tempo: da 30/40 persone ci siamo ritrovati a fornire cibo, in un parco pubblico, anche a 100 persone.

 

Che tipo di informazioni avete dato ai migranti presenti nella vostra città?

Dovete tenere a mente che queste persone sono arrivate a Udine, fuggendo da un territorio lontano per motivi umanitari, e non parlano la nostra lingua, quindi per loro conoscere i passaggi per avviare le pratiche necessarie all’ottenimento dello status di richiedente asilo è difficile, se non impossibile. Mi sembra una cosa normale e umana. Abbiamo fornito informazioni basilari a chi ci aveva dimostrato la volontà di intraprendere il percorso per l’ottenimento della protezione umanitaria, in un una città che si era trovata sprovvista di fronte all’arrivo dei migranti.
In tutto questo periodo noi abbiamo costantemente informato e ci siamo relazionati con le istituzioni, con l’obiettivo di risolvere questa emergenza per evitare di lasciare queste persone in mezzo ad una strada, ma i processi per mettere in moto strutture e servizi di accoglienza hanno tempi molto lunghi.

 

Cosa vi contesta la magistratura?

E’ arrivato un avviso di conclusione di indagini preliminari in merito ai fatti che vi ho appena raccontato. Le contestazioni vanno dall’aver trovato un luogo per questi soggetti, fornito loro del cibo e di aver accompagnato 30 soggetti presso la Caritas. In sostanza nel fascicolo di accusano di aver favorito l’immigrazione clandestina, proprio per aver fornito informazioni e aiuto ai migranti.
Non voglio giudicare il contenuto delle carte, e se mai ci sarà un processo ci difenderemo dalle accuse. Ma siamo convinti di non aver fatto nulla di male, anzi: abbiamo solo aiutato delle persone in difficoltà.

 

Qual è la situazione ad Udine, oggi?

Oggi Udine, come Gorizia e Pordenone, sono mete di transito per migranti in cerca di protezione umanitaria. Gli arrivi sono diminuiti rispetto all’anno passato, ma il fenomeno esiste e purtroppo ci sono ancora delle carenze.

 

Ci sono state delle dimostrazioni di solidarietà rispetto alla notizia di chiusura delle indagini nei vostri confronti?

Abbiamo ricevuto attestati di solidarietà dai cittadini di Udine, ma non solo. Una petizione su change.org ha raggiunto 5mila sottoscrizioni e giornalisti di testate nazionali, come Fabrizio Gatti, hanno raccontato la nostra esperienza.
Credo che il punto da focalizzare non sia tanto la nostra vicenda giudiziaria, ma chiediamoci perché sono nate tutte queste associazioni. Perché esiste un vuoto, esistono delle carenze, risposte mancanti che le istituzioni non sono ancora riuscite a dare. Inoltre, credo che questa vicenda debba far riflettere tutti, in particolare modo tutti coloro che operano nel sociale, nell’ambito dell’accoglienza e dell’aiuto dei migranti che, dopo questo fatto, potrebbero essere a rischio di indagini giudiziarie.

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# 8 Diario Europeo – Un manuale antiretorico dell’Unione europea

A cura del Centro Studi di Acmos

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Il Meridiano d’Europa di quest’anno ci ha aiutati a migliorare la nostra conoscenza di un Paese come l’Ungheria che è attualmente una “frontiera” della Ue. E sappiamo come interpreta questo ruolo: la motivazione ufficiale della scelta di costruire il muro di 175 km al confine con la Serbia è che solo proteggendo la frontiera esterna della Ue si può mantenere la libera circolazione delle persone nell’area Schengen. Dunque dovremmo, in qualche modo, essere “grati” (sic) all’Ungheria che, svolgendo questa funzione di gendarme, garantisce a tutti noi una fondamentale libertà quale è quella di muoversi senza impedimenti all’interno dell’Unione.

 

L’orientamento assunto dall’Ungheria di fronte alla questione dei rifugiati e più in generale rispetto ai migranti, e soprattutto i toni usati dal primo ministro Orban, rimandano ad una tappa importante dell’integrazione europea, quale il cosiddetto “allargamento a Est” del 2004, che ha visto l’ingresso di alcuni Paesi ex socialisti (Ungheria, Polonia, Slovacchia, Lettonia, Estonia, Lituania, Repubblica Ceca e Slovenia).

 

La storia di questi Paesi e le motivazioni che li hanno spinti ad aderire all’Unione erano diverse dalla storia e dalle motivazioni dei Paesi fondatori, anche se già questi ultimi non potevano dirsi in tutto e per tutto eredi del Manifesto di Ventotene: la crisi dei migranti ha fatto esplodere le contraddizioni.

 

Prendendo spunto da queste contraddizioni vale la pena di interrogarsi sulla storia dell’integrazione europea affrontando la lettura di testi che riflettono criticamente su di essa.

Un paio di mesi fa è stato pubblicato dalla Manifestolibri il testo di Luciana Castellina Manuale antiretorico dell’Unione europea, dal sottotitolo Da dove viene (e dove va) quest’Europa.

L’autrice è stata tra i fondatori dell’esperienza politica e giornalistica de Il Manifesto e in particolare è stata parlamentare europea per più legislature.

 

In questo testo ripropone un suo scritto del 2007 pubblicato in occasione dell’anniversario della firma del Trattato di Roma del 1957, in cui presenta, prima, una storia delle nuove istituzioni europee e, poi, una rassegna su “Le sinistre e l’integrazione europea”. A questo vecchio libro viene premesso un nuovo saggio intitolato “2007-2015. Il tempo dell’emergenza”, che integra la storia delle vicende europee ripartendo dal 2007, anno in cui si fermava la precedente trattazione.

 

Ciò che ha spinto la Castellina a scrivere è che la storia dell’integrazione europea è stata narrata “con tale agiografica esaltazione, da coprire con un velo pietoso la sua vera storia”. Questa affermazione spiega la scelta di quella espressione “Manuale antiretorico” che dà il titolo al volume. Per fare un solo esempio, l’autrice sostiene che quasi nessuno si accorse, nel 1957, della nascita della CEE: basta consultare i giornali dell’epoca e le memorie scritte dai protagonisti politici di quel tempo; per non parlare dei federalisti europei che la definirono un “mostricciattolo” e di Altiero Spinelli che la disconobbe pubblicamente.

Alla narrazione “retorica” la Castellina contrappone una lettura “critica”: in questo articolo isoliamo alcune delle tesi che costituiscono lo scheletro del suo ragionamento.

 

Da sempre due interpretazioni si confrontano sull’origine della Comunità europea: per alcuni nasce come creatura statunitense negli anni della guerra fredda (e già il piano Marshall ne è in qualche modo l’anticipazione), per altri nasce dall’intento degli europei di avere un peso maggiore nei confronti degli Usa. La Castellina sembra propendere per la prima pur riconoscendo la complessità della questione: dagli accordi di Bretton Woods  (che gettano le basi del sistema di relazioni monetarie internazionali), in cui gli Usa cercano di imporre una politica liberista che sarà incorporata nei Trattati europei, alla creazione della Ceca (Comunità europea dell’acciaio e del carbone) volta a recuperare il potenziale bellico della Germania in funzione antisovietica, la regia è nelle mani del gigante atlantico. Oggi, tramontato il pericolo sovietico, l’impronta americana sull’Unione europea si può vedere, per la Castellina, proprio nelle scelte attuali dell’Unione che tendono a costituzionalizzare il neoliberismo, cioè il principio dell’economia di mercato e della libera concorrenza. Nei Trattati europei si abbandonano i principi dello Stato sociale presenti nelle costituzioni europee: si abbandona così la tradizione europea per il modello Usa che disconosce i diritti sociali.

 

Negli ultimi 10 anni, inoltre, la Ue ha accelerato il suo cammino verso un modello istituzionale post-parlamentare e post-democratico. Sono stati creati nuovi organismi e meccanismi amministrativi privi di legittimazione democratica: ne è un esempio la cosiddetta “Troika” (composta da un rappresentante della Commissione europea, uno del Fondo monetario internazionale, uno della Banca centrale europea) che prende importanti decisioni in ambito economico e di cui il Parlamento europeo ha invano cercato di dimostrare l’illegittimità istituzionale. Persino il Tribunale costituzionale  federale tedesco ha sostenuto la non democraticità delle decisioni del Consiglio Europeo dei Ministri perché in esso siedono solo gli esecutivi, cioè i rappresentanti della maggioranza e non dell’opposizione (non vi è la dialettica prevista dai regimi parlamentari), concludendo che la Germania non può accettare un eccessivo trasferimento di sovranità alle istituzioni della Ue in quanto questa non è dotata di un sufficiente grado di democraticità. La conseguenza, per la Corte tedesca, è che, allo stato attuale, sono i parlamenti nazionali che devono avere l’ultima parola sulle decisioni assunte a Bruxelles in sede intergovernativa.

 

Il deficit democratico dell’Unione fa tutt’uno con l’assenza di un “popolo europeo”. L’impegno è stato finora concentrato sulla costruzione delle istituzioni europee e non della “società europea”: mancano corpi intermedi (associazioni, partiti, sindacati, media) in cui il popolo si esprima e attraverso cui si formi un’opinione pubblica europea (pensiamo ai partiti che sono solo una rete di partiti nazionali, all’assenza di un comune sistema radiotelevisivo). Una vera cittadinanza europea può esistere solo sulla base del senso di appartenenza ad una comunità: tale senso di appartenenza non potrà essere esclusivo perché esiste, potente, il senso di appartenenza nazionale ma deve comunque avere un connotato forte che impedisca che quello nazionale prenda il sopravvento risultando l’unico a contare (come purtroppo sperimentiamo in questi anni di crisi). Senza “cittadini europei” può risultare vano anche rafforzare i poteri del Parlamento di Strasburgo.

 

Ciò che manca è l’individuazione chiara, e la valorizzazione, di ciò che è specificamente europeo: per la Castellina lo è la storia dell’Europa come “traduttrice di valori” contro le identità rigide; lo è il Welfare e la resistenza a ridurre ogni dimensione umana alle priorità dell’economia. L’esempio paradigmatico di ciò che è Europa possiamo rintracciarlo nella sua gastronomia: “Sebbene in ognuno dei suoi Paesi, e anche in ogni sua regione, i cibi siano diversissimi, in tutti c’è un analogo gusto per la diversità, in tutti il mangiare non è solo nutrizione ma occasione sociale, e attorno al cibo si scandiscono gli eventi della vita. La mcdonaldizzazione stenta ad affermarsi, sebbene produrre mille formaggi anziché uno sia assolutamente antieconomico. La totale riduzione degli alimenti a merce, insomma, non è stata ancora possibile. Così come la competizione non è riuscita ad essere la sola regola che governa la società”.

 

Crediamo che un’iniziativa come il Meridiano d’Europa vada proprio nella direzione auspicata dalla Castellina: lavorare, attraverso l’educazione alla cittadinanza europea, alla creazione di un “popolo europeo”, di una “società europea” al cui interno possa nascere un movimento transnazionale di cittadini che operi per il rinnovamento in senso democratico delle istituzioni europee.

 

#1-Il ministro del Tesoro della Ue

 #2- Brexit e profughi

#3-Il rinato impero asburgico contro i migranti

#4-La disintegrazione dell’Unione europea

#5 – Frontiere e nazionalismi

#6- Bruxelles “cuore” d’Europa

# 7 – Profughi: la nostra ignavia da Evian a Bruxelles

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Apriti Europa! Due giorni per parlare di diritto d’asilo e accoglienza

di Antonello Castellano, Camilla Cupelli e Davide Pecorelli

In occasione della Giornata mondiale del rifugiato il Coordinamento regionale Non Solo Asilo e l’associazione Mosaico, insieme a molte realtà dell’associazionismo torinese, hanno organizzato “Apriti Europa!”: due giornate di approfondimento, di arte e di musica, per riflettere insieme su quanto l’Europa rappresenti ancora un rifugio per richiedenti asilo e rifugiati.
Si è discusso, attraverso l’organizzazione di incontri con diversi ospiti, dei passi necessari affinché l’Europa continui a sostenere percorsi di integrazione ed accoglienza.
Ecco il racconto della due giorni organizzata al parco del Valentino.

 

COMUNICATO STAMPA DEL COORDINAMENTO NON SOLO ASILO

 

In occasione della Giornata mondiale del rifugiato, il Coordinamento Non Solo Asilo chiede con forza che il Ministero dell’Interno rispetti la legge 146 del 17 ottobre 2014, che al comma 2 recita:

“Entro il 30 giugno di ogni anno, il Ministro dell’interno, coordinandosi con il Ministero dell’economia e delle finanze, presenta alle Camere una relazione in merito al funzionamento del sistema di accoglienza predisposto al fine di fronteggiare le esigenze straordinarie connesse all’eccezionale afflusso di stranieri sul territorio nazionale di cui al comma 2. La prima relazione deve riferirsi al periodo intercorrente tra il novembre 2013 e il dicembre 2014. La relazione deve contenere dati relativi al numero delle strutture, alla loro ubicazione e alle caratteristiche di ciascuna, nonché alle modalità di autorizzazione, all’entità e all’utilizzo effettivo delle risorse finanziarie erogate e alle modalità della ricezione degli stessi.“

Preso atto dell’importante novità che questa legge rappresenta, fornendo al Parlamento e quindi a tutti i cittadini uno strumento di riflessione e verifica sul sistema d’accoglienza italiano, vogliamo ribadire la fondamentale tempestività con la quale questa legge va rispettata.

Lo scorso anno, al 30 giugno 2015, non era stata prodotta alcuna relazione; abbiamo dovuto attendere fino al Marzo 2016 per poterne prendere visione. La prima relazione è da considerarsi inutile per gli scopi che si prefigge, ovvero una fotografia istantanea del sistema d’accoglienza, per almeno due motivi: i dati ormai vecchi di quasi due anni, e quindi non rispondenti alla realtà; la struttura dei dati stessi, in quanto, relativamente ai CAS, i dati erano aggregati per Province e mancava l’elenco completo di tutte le realtà coinvolte nel “sistema straordinario”.

Auspichiamo quindi che:

  • Entro il 30 giugno 2016 il Parlamento italiano possa prendere visione della nuova relazione, contenente dati aggiornati e l’elenco completo di tutti i soggetti che, tra SPRAR e CAS, hanno ricevuto fondi pubblici;
  •  la relazione diventi oggetto di discussione del Parlamento e della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Sistema d’accoglienza;

Come rete di associazioni e cooperative sentiamo la necessità di trasparenza sulla gestione dei fondi, che sono assolutamente necessari per una corretta gestione dei flussi migratori e dell’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, affinché ci sia la massima chiarezza e si possa comprendere chi lavora al meglio e chi lucra solamente sulla pelle delle persone.

20 giugno 2016

Il Coordinamento Non Solo Asilo

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Tutti vogliono qualcosa

Vi ricordate di Richard Linklater? Quello del clamoroso “Boyhood”, per intenderci. O della trilogia di “Before sunrise”, “Before sunset” e “Before midnight”. Nelle sale è uscito il suo ultimo film, scritto, diretto e prodotto. Nel Texas del 1980, il giovane Jake si iscritto all’Università, è un giovanissimo lanciatore di baseball nella squadra del college. Finisce a vivere in una casa assurda, abitata da altri suoi compagni di gioco. Tra matricole e “veterani”, i giorni (pochi) passano in fretta, in attesa dell’inizio dei corsi e degli allenamenti per la stagione sportiva, nella maniera più frivola possibile: feste e divertimento, con lo scopo di conquistare ragazze e bere molto alcool. Tra una serata a ballare disco music, o in un locale country, o a party in maschera, il tempo scivola via veloce e spensierato. Sullo sfondo, l’inizio degli anni ’80, ancora sotto l’effetto della sbornia del decennio precedente, i fantasmi che verranno ancora troppo lontani (l’epoca di Reagan e dell’Aids).

Con una colonna sonora accattivante, un’ambientazione accurata negli abiti e nelle acconciature (il baffo alla Freddy Mercury che spopola!), Linklater firma una pellicola leggera, che non si prende troppo sul serio, in cui i personaggi, quasi sempre sgangherati e a volte irresistibili, sono ritratti con affetto e simpatia. Il baseball resta una cornice, si vede solo un allenamento, pur venendo costantemente evocato. Il rito di passaggio all’età adulta, ancora lontana da venire, è il pretesto per raccontare una sospensione temporale: il futuro è lontano e non conta, c’è solo il presente, c’è sola la vita adesso, che va vissuta senza inquietudini, con il massimo risultato di divertimento edonistico.

Seguito ideale de “La vita è un sogno”, del 1993, dello stesso regista.

Nulla a che vedere con i demenziali prodotti sulla vita universitaria americana, che a volte ci vengono propinati al cinema. Linklater fa cinema intelligente, anche senza ambizioni sociologiche o cadenze drammatiche.

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Una porta aperta attraverso la musica

Articolo di Maurizio Stranisci Valentina Azer
Venerdì 17 giugno allo ZAC! ad Ivrea si è tenuto l’evento conclusivo del progetto Porta Averta, nato da una collaborazione tra Acmos e la cooperativa Mary Poppins. Da quando è partito a novembre, ha visto dei ragazzi accolti dallo sprar imparare a suonare e a cantare insieme ad Andrea Gaudino di Acmos.
Durante la serata i ragazzi hanno potuto suonare dei pezzi, sia in inglese che in italiano, prima dell’apericena multietnico preparato dallo ZAC!.

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Energia rinnovabile: il caso del grattacielo San Paolo

Di Carolina Maria Scarrone

Scegliere l’energia rinnovabile come carburante per il nostro pianeta suscita ancora oggi posizioni contrastanti.

Se da un lato si pensa che l’investimento in questo tipo di risorsa energetica sia troppo costoso per le tasche di uno stato in piena crisi economica come il nostro, un’altra scuola di pensiero vede nelle rinnovabili non solo il futuro della società, ma soprattutto quello del nostro pianeta.

 

Qual è la grande differenza tra le rinnovabili e le risorse fossili? L’energia verde ha il grosso vantaggio di essere a impatto zero, quindi di non influire negativamente sull’ecologia del sistema. Anzi non essendo in alcun modo inquinante, appoggiarsi completamente su un impianto energetico di questo tipo, significherebbe rispettare il pianeta e ritrovare l’equilibrio dell’ecosistema.

 

Le rinnovabili sono vantaggiose anche sotto un punto di vista economico: far fondamento su di esse significa, infatti, svincolarsi dalla dipendenza dei fornitori esteri di petrolio e appropriarsi di un’autonomia economica.

Inoltre vi sarebbe un’importante effetto sull’occupazione con ricadute positive nei settori della progettazione della e ralizzazione di strutture ecosostenibili.

 

Per parlare del tema abbiamo deciso di guardarci intorno, partendo proprio dalla nostra città.

A Torino svetta il nuovissimo grattacielo della banca San Paolo, inaugurato il 10 Aprile del 2015, non senza polemiche.

Ma in pochi sanno che questo edificio si colloca tra i primi dieci nel mondo per la categoria “new construction ”, grazie la sua eco-compatibilità e grazie le proprie grandiose dimensioni.

 

Il palazzo si erge su 38 piani di cui 27 sono dedicati agli uffici, i restanti sono stati occupati da una mensa, un asilo nido, una serra, un ristorante, un auditorium e altri intrattenimenti.

È completamente ecosostenibile, tanto da essere stato denominato “il palazzo che respira da solo”: la climatizzazione è regolata sia dalle pareti a “doppia pelle”, che trattengono il calore d’inverno e lo fanno defluire d’estate, sia dall’energia geotermica del sottosuolo; l’illuminazione, quasi completamente a led, è resa possibile da un fitto apparato di pannelli fotovoltaici, ed è regolata in conformità a quella naturale proveniente dall’esterno, in modo da ridurre al minimo gli sprechi energetici.

L’acqua piovana è raccolta, depurata e utilizzata per l’irrigazione delle zone verdi e per le cassette di cacciata dei bagni.

 

Renzo Piano con questo progetto ha reso dimostrato come sia possibile, quando lo si desidera, abbandonare le risorse fossili a favore di quelle rinnovabili.

Questo progetto  per torino rappresenta un passo verso il futuro, utile a promuovere una nuova mentalità che da un lato ci prepara ad un futuro in cui le risorse di energia non rinnovabile saranno esaurite e dall’altro ci impronta ad amare e rispettare il pianeta in cui viviamo.

 

William Shakespeare diceva “chi semina amore raccoglie felicità”: se ha ragione lui, ci basta solo amare un po’ di più il nostro pianeta per essere completamente realizzati.

 

 

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Torino abbraccia le vittime di Orlando

Di fronte alla tragedia che ha colpito la città di Orlando, la città di Torino si è radunata davanti al municipio per esprimere il cordoglio per le vittime e per ribadire la volontà di difendere i diritti civili delle persone.

Ecco il video del sit in organizzato dalla Città di Torino  a seguito dei fatti di sangue di Orlando.

#‎WeStandWithOrlando‬

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Assemblea Soci di Acmos. Nuova presidenza e nuovi obiettivi

Acmos è una comunità capace di modificarsi, per accettare le nuove sfide che la storia propone.
E’ in questa ottica che è stata rinnovata la presidenza dell’Associazione, per dare nuovo slancio all’azione a livello nazionale del nostro movimento.
Sono stati eletti Elisa Ferrero come Tesoriere, Giacomo Molinari alla carica di Vicepresidente, mentre Diego Montemagno ha assunto il ruolo di Presidente.
L’assemblea di sabato ha rinnovato anche il Consiglio Direttivo di Acmos ed i nuovi soci.
Abbiamo raccontato in questo video la giornata storica che il nostro movimento ha vissuto.

 

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Borgo Onorato antirazzista

Circa due settimane fa a Borgo Onorato, Parma, uno spazio dove si trovavano accolti alcuni migranti è stato violentemente attaccato. Riportiamo l’intervista di Benvenuti in Italia a Chiara Marchetti, referente di CIAC onlus a Parma, per capire meglio la situazione.

 

Innanzitutto, da quando esiste CIAC? Di cosa si occupa?

Il CIAC (Centro immigrazione asilo e cooperazione onlus) si costituisce a Parma nel gennaio 2001, dopo diversi anni di attività più informali di cooperazione e accoglienza legate ai conflitti nei Balcani. Tra gli obiettivi principali di CIAC c’è sempre stata la tutela dei diritti degli stranieri, quindi anche del diritto d’asilo, e oggi continua ad essere un luogo di elaborazione e sperimentazione di pratiche innovative nell’ambito dell’accoglienza, della presa in carico e della tutela di migranti e rifugiati, in stretta sinergia con altri soggetti pubblici e del privato sociale che operano sul territorio. Negli ultimi anni per esempio ha lavorato molto nella promozione delle relazioni interculturale e di un maggiore coinvolgimento della comunità locale, attraverso i progetti sperimentali “Rifugiati in famiglia” e “Tandem” (co-housing tra giovani rifugiati e studenti universitari italiani).

Fin dalla sua creazione CIAC è ente partner e gestore di progetti SPRAR (Sistema Nazionale di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) nel territorio della Provincia e attualmente coordina le attività dei progetti TERRA D’ASILO, realizzato in partnership con 26 comuni della Provincia e con capofila Fidenza e UNA CITTÀ PER L’ASILO, che ha per capofila il Comune di Parma, per un numero complessivo di 150 posti.

Dall’inizio dell’Emergenza Mare Nostrum e dell’accoglienza straordinaria gestita dalla Prefettura, il CIAC ha garantito la propria collaborazione offrendo accompagnamento giuridico ai richiedenti asilo e sostenendo gli enti gestori interessati a impostare l’accoglienza secondo i criteri di qualità sanciti dallo SPRAR. È inoltre attiva da anni una rete di sportelli promossi da CIAC che offrono servizi di informazione, orientamento e consulenza sulle opportunità di inserimento e integrazione, e che sono rivolti ai cittadini di tutte le nazionalità ed alle Associazioni, agli Enti, alle Istituzioni che si occupano di immigrazione. Attualmente gli sportelli IMMIGRAZIONE ASILO E CITTADINANZA operano in 23 comuni della Provincia, oltre al capoluogo dove è attivo lo Sportello immigrazione presso il Centro interculturale. Dal 2011 CIAC promuove e gestisce lo SPORTELLO PROVINCIALE ASILO, finalizzato alla tutela giuridica, all’orientamento ed alla attivazione di strumenti di assistenza sociale per richiedenti asilo e rifugiati non inseriti in progetti di accoglienza. A partire dal 2014 il servizio si è evoluto diventando “Sportello diffuso”, con sede oltre che a Parma nei Comuni di Fidenza, Salsomaggiore, Langhirano e Collecchio.

 

Due settimane fa c’è stata un violento attacco verso gli appartamenti dove sono ospitati alcuni richiedenti asilo di Borgo Onorato. Cosa è successo?

Nella notte tra il 21 e 22 maggio c’è stato un grave attacco in un appartamento di Borgo Onorato a Parma, dove risiedono alcuni richiedenti asilo accolti dall’associazione “Svoltare”, nell’ambito degli accordi straordinari con la Prefettura: una forte esplosione, provocata da una molotov messa nella cassetta della posta, ha provocato una fiammata alta più di 3 metri, spenta grazie al solerte intervento degli abitanti, i richiedenti asilo. Si è trattato di un atto meschino, perpetrato nel mezzo della notte, che ha impresso al cuore della nostra città una ferita ben più grave della fiammata che ha incendiato lo stabile in questione. Si parla molto di sicurezza, legata al tema delle migrazioni, ma non possiamo nasconderci che episodi come questi mostrano come oggi siano spesso gli stessi migranti a essere piuttosto vittime  di atti violenti che mettono a repentaglio la loro incolumità fisica e la loro tranquillità psicologica: persone che credevano di poter finalmente dormire sonni tranquilli, di aver più nulla da temere una volta approdati nella pace di Parma, dell’Italia, dove guerra, esplosioni, attacchi, rappresaglie notturne dovrebbero far parte solo di un oscuro passato. Fortunatamente nessuno si è fatto male ma questo attentato costituisce un precedente gravissimo: mai a Parma c’era stato un episodio di simile violenza razzista, proprio nel centro della città, contro vittime inermi e indifese.

 

Il 27 maggio c’è stato un presidio cittadino per condannare l’ultimo atto di violenza contro i migranti, e per ribadire la vostra apertura ad accogliere queste persone. Come è andato questo presidio?

Il CIAC, insieme al Centro interculturale di Parma, ha sentito il dovere di convocare un presidio in reazione all’episodio di violenza. Abbiamo chiamato a raccolta tutta la città, tutte le associazioni impegnate nell’accoglienza, tutti gli altri soggetti – gruppi o individui – che pensano che Parma sia e possa ancora essere una città accogliente per tutti. Il presidio aveva per titolo proprio “PARMA ACCOGLIE! PER LA PACE E LA CONVIVENZA CONTRO OGNI VIOLENZA E RAZZISMO”: una denuncia ma allo stesso tempo una presa di parola, a testa alta, per ribadire quanto di positivo si fa oggi nell’ambito dell’accoglienza e quanto sia tutta la comunità a giovarsi della presenza di stranieri e rifugiati. Hanno aderito decine di associazioni, cooperative, singoli cittadini non solo di Parma ma di tutta Italia. Ma la cosa più bella è stata vedere che in piazza c’era la fotografia della società in cui crediamo e che vogliamo costruire: tanti richiedenti asilo e tanti cittadini italiani, che hanno scritto in tante lingue diversi sui cartelli “Noi accogliamo” e che hanno avuto l’occasione – alcuni per la prima volta – di conoscersi, di parlarsi, di scambiarsi uno sguardo da vicino.

Siamo molto soddisfatti dell’esito del presidio, soprattutto se letto insieme a un’altra manifestazione antifascista e antirazzista, che si è svolta il giorno successivo e che prendeva spunto dalla recente inaugurazione di una sede di Casa Pound a Parma e della comparsa vicino ad alcune scuole superiori di scritte contro la Resistenza, oltre che alla Marcia delle scuole per la pace, che l’ultimo giorno di scuola ha portato centinaia di studenti ad attraversare tutta la città testimoniando la centralità di una cultura di pace e di accoglienza.. Si sta riunendo un fronte compatto e allo stesso tempo variegato, che dà qualche speranza.

 

In generale, che clima si avverte nei confronti dei migranti nella vostra zona? Qual è, ad oggi, la situazione?

Ci sono segnali contrastanti. Sicuramente rispetto al passato è aumentato in alcuni settori della popolazione e della politica locale un clima di diffidenza, quando non di aperta ostilità, nei confronti di stranieri in generale e rifugiati in particolare. Molto dipende dai riflessi della politica nazionale e della crisi economica, che combinati insieme favoriscono l’emergere di una sensazione di ingiustizia tra alcuni italiani: come se il rispetto dei diritti e la garanzia di servizi per i rifugiati rappresentasse un rischio, una sottrazione, una perdita per altre componenti della popolazione. Ovviamente alcuni soggetti, tra cui la Lega e Casa Pound, si fanno imprenditori di questa paura e di questo disagio e fanno presa tra molti, anche tra i più giovani. Oltre all’episodio di Borgo Onorato, bisogna ricordare che la stessa sera c’è stata un’aggressione simile, sempre con lancio di molotov, contro dei presunti spacciatori in un’altra via cittadina. E pochi giorni prima c’è stato un efferatissimo omicidio perpetrato principalmente da due cittadini italiani che hanno torturato a morte il cittadino tunisino Mohammed Habassi, colpevole di non aver pagato per diversi mesi l’affitto. Un omicidio che al di là della sua gravità in sé, a prescindere dalla nazionalità della vittima e dalle ragioni dell’aggressione, colpisce per la sua violenza gratuita e per la scarsissima risonanza che ha avuto nei media nazionali e persino locali. Come se la morte di uno straniero avesse in qualche modo meno valore.
Ma allo stesso tempo sentiamo che in tanti nella città hanno una visione diversa, continuano a credere in una società plurale e aperta. E forse questi atti di violenza e la presa di parola pubblica di componenti apertamente xenofobe e fasciste stanno inducendo tanti cittadini a uscire allo scoperto, a essere meno timidi nel professsare valori differenti e nel mettere in atto scelte di convivenza. Per esempio, sono decine le persone che si sono avvicinate al nostro progetto di accoglienza in famiglia,k tantissimi che ci chiamano per chiedere come diventare volontari. Alcune parrocchie, un’associazione e un privato cittadino hanno messo a disposizione degli appartamenti in comodato d’uso gratuito.

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Mon oncle

Nelle sale italiane è tornato il film di Jacques Tati del 1958, in versione restaurata, lingua originale e sottotitoli “Mon oncle”, seconda avventura del buffonesco signor Hulot, personaggio indimenticabile, perennemente con impermeabile, cappello e pipa in bocca. Vive in un appartamento in cima a un palazzo, che si affaccia su una piazza brulicante di vita e operosità. Spesso passa del tempo col nipotino Gèrard, che ha nove anni. I genitori del bimbo vivono in una casa avveniristica, piena di tecnologie e diavolerie meccaniche. Hulot va in giro in bicicletta, ma soprattutto osserva il mondo intorno a sè e ne coglie, con un sorriso sornione, i limiti e le piccole bellezze. Il padre di Gèrard cerca di far lavorare il cognato, pur mal sopportandolo ed essendo geloso del rapporto che ha con il figlio, nell’azienda di cui è direttore, ma non avrà grande fortuna.

Film che decretò il successo internazionale di Tati, premiato a Cannes e con l’Oscar per il miglior film straniero. Storia a tratti surreale, con tocchi di delicata umanità, oltre che stralunato umorismo. Si vede che Tati deve molto al cinema muto (Chaplin e soprattutto Buster Keaton) e alla slapstick comedy. Poco parlato, ma molto più profondo della superficie apparente: c’è una critica alla civiltà dei consumi, alla società di massa e le sue contraddizioni, alla libertà di non piegarsi al conformismo, oggi forse apparentemente scontate, piuttosto anomale per l’epoca in cui uscì.

A giugno vedremo nelle sale anche “Giorno di festa”, “Le vacanze di Monsieur Hulot” e “Playtime”.

Imperdibili!

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Blocco Agricolo in Colombia

Una fila di camion , che sembra interminabile, strombazza sulla Panamericana, la stradona latino americana, sulla quale si affaccia il mio ufficio. Rallentano il traffico mostrando la bandiera colombiana e quelle delle organizzazioni di categoria.

“Sono i camionisti che appoggiano i contadini nella protesta”, mi spiega un collega, “è un buon segnale per la lotta ma non per i blocchi, potrebbero durare settimane”.

 

Da Pasto, la città nel sud della Colombia dove sto vivendo, è difficile capire la situazione, sembra tutto scorrere come al solito, solo non si può uscire dalla città, le vie sono bloccate.

Il “paro agrario”, infatti, questo prevede: bloccare il traffico sulle vie principali, bloccare il commercio, l’arrivo di benzina e il transito di persone, per ottenere ascolto da parte del Governo.
E’ quasi passata una settimana dall’inizio dei blocchi e il bilancio è pesantissimo: 3 indigeni morti, molti feriti, anche tra le forze dell’ordine, scontri che continuano e vie bloccate.

 

Quali sono i motivi dei contadini? Chi ha invocato la protesta?

La rabbia dei contadini è stata organizzata dalla “Cumbre Agraria” (vertice agrario) un gruppo di associazioni agricole e popolari, unitesi nel 2013, anno in cui ci fu un altro grande blocco.

 

La Cumbre, sostiene che il Governo non abbia rispettato gli accordi presi con il movimento nel 2013, mentre gli esponenti dello stesso si dichiarano stupiti. Secondo il Vice Ministro dell’interno, Guillermo Rivera, il paro è ingiustificato, essendo il Governo Santos quello che più si è impegnato a dialogare con i contadini.

Nonostante il disaccordo, è lo stesso Vice Ministro ad aver affermato che “la protesta sociale è un diritto, è giusto venga rispettato e garantito”.

 

E’ proprio sulla garanzia alla protesta si stanno concentrando gli indigeni, contadini e afrodiscendenti per continuare la lotta, gli scontri con le forze dell’ordine hanno portato a 3 decessi, nonostante le cause siano ancora tutte da verificare, non è comunque accettabile. Non è accettabile un livello di scontro così rischioso.

A rispondere alle dichiarazioni del Ministro è Cesar Jerez, leader di Cumbre Agraria : “1100 ore di negoziazioni, pochissimi minuti di accordi”. Poche parole per esprimere la filosofia che sta dietro a questi giorni di lotta, non si nega l’intendo di dialogo ma gli scarsi risultati a cui esso ha portato.

 

Il movimento di protesta ha riassunto in 8 punti le richieste per il Governo, alcune riprese dal paro del 2013 rimaste incompiute:

-Terra, territori collettivi e gestione territoriale
-Economia del settore agricolo
-Miniere e energia
-Coltivazioni di cocaina, marijuana e papavero
-Diritti politici, garanzie per le vittime del conflitto e giustizia
-Diritti sociali
-Rapporto campagne-città
-Pace

 

Le comunità indigene chiedono che siano rispettate le forme di governo proprie, in quanto a salute, giustizia, istruzione. I “resguardos” indigeni (presidi), secondo legge, dovrebbero avere piena autonomia in questo senso, ma manca ancora molto perché sia una realtà effettiva nel paese.

I contadini chiedono inoltre una riforma agraria integrale, in grado di ridistribuire le terre in questa fase di post-conflitto. Terre sempre più vuote, i giovani scappano e il sistema economico non permette una valorizzazione delle piccole produzioni. I contadini auspicano un ritorno all’agroecologia, all’utilizzo dei semi tradizionali, per spezzare la catena di dipendenza dalle multinazionali dei pesticidi e dei semi importati.

 

Il problema delle miniere illegali è fortissimo qui in Colombia, le licenze vengono concesse senza approvazione delle comunità, che assistono impotenti un deturpamento dell’ambiente, delle acque, dei boschi. Una concertazione di quante e quali licenze emettere, è l’obbiettivo da raggiungere secondo le istanze espresse del Cumbre.

Le coltivazioni di cocaina, marijuana e papavero, sono per moltissimi contadini una scelta obbligata, una garanzia di entrata che altre produzioni non possono superare.
La produzione però non è solo destinata al mercato illegale, le piante sono essenziali anche per i rituali e per la medicina tradizionale. Il perseguitare i contadini non può essere una soluzione, vanno offerte delle valide alternative e tollerate le piccole produzioni per le comunità che le necessitano.

 

In generale i contadini chiedono di poter partecipare, alla costruzione della pace e alla costruzione delle politiche che riguardano loro e i loro territori. I costi militari in Colombia, superano quelli sociali, ci si aspetta una lenta smilitarizzazione, anche delle basi straniere, per cominciare a costruire la pace con politiche differenti.
La mia amica e collega Chiara, si trova in questo momento nel Cauca, un’altra regione del Paese, dove il paro si fa sentire in maniera più forte e dove le comunità indigene hanno subito le 3 morti per la protesta.

La chiamo per chiederle di raccontarmi la situazione nella zona e le ragioni delle comunità indigena Nasa, che nel municipio di Toribio gestiscono un centro di formazione. Il motivo principale della mobilizzazione è l’autonomia.

 

Le comunità indigene nei propri territori chiedono di poter avere un governo proprio e una gestione propria di salute, giustizia e istruzione. “Sulla carta” l’autonomia già è effettiva ma una mancanza di fondi e una consolidazione delle proposte rallentano il processo.

Lunedì scorso si sono riuniti tutti i resguardos del Cric (presidi del consiglio regionale degli indigeni del Cauca), mercoledì sono stati ricevuti i ministri per le contrattazioni ma gli scontri hanno aggravato la situazione. La richiesta della possibilità di una protesta pacifica senza polizia, non è stata accolta e le tre morti hanno accesso ancora di più la protesta.

 

“Sono partiti alcuni bus con persone pronte a fermarsi molto per la protesta. Avevano coperte, legna, cibo, alcuni però hanno rinunciato per paura” mi racconta Chiara.

Le strade sono ancora bloccate e non si sono ancora raggiunti accordi validi per entrambi le parti.

 

E’ una lotta giusta quella dei contadini, degli indigeni, degli afrodiscendenti, è la prova che si possa ancora alzare la voce contro un sistema economico che schiaccia le piccole realtà e un sistema politico che fa il suo gioco.

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#OpenEurope: il racconto del viaggio del Meridiano d’Europa

Con 150 giovani delle scuole superiori abbiamo ragionato di Europa, integrazione, immigrazione, accoglienza.
E lo abbiamo fatto andando in Ungheria, tappa del Meridiano d’Euopa 2016 e primo paese ad erigere una barriera anti migranti nel nostro continente.
Dal 7 all’11 maggio abbiamo incontrato le realtà del luogo per capire e comprendere, per confrontarci e trovare delle risposte.
Sono stati giorni intensi di scambio e riflessioni. Un’esperienza che rinnova in noi la convinzione che l’Europa che vogliamo non è quella dei muri, ma quella della solidarietà e dell’inclusione.
Abbiamo percorso molta strada e molta ancora ne percorreremo, convinti che il cambiamento è possibile, se solo lo vogliamo.
Abbiamo cercato di raccontare questa fantastica esperienza in questo video.
Buona visione.

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L’evento di fine campagna del movimento di Acmos

Il 2 giugno alla bocciofila Graziano si è conclusa la campagna per le cittadinanza di Acmos. Una giornata di festa animata con momenti di gioco, balli e tornei di calcio per stare insieme e condividere come movimento le esperienze dei gec durante l’anno sociale.

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