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Terra Madre Salone del Gusto 2016

Tra il 22 e il 26 settembre 2016 si è tenuta la prima edizione all’aperto di Terra Madre Salone del Gusto. Oltre a tanti stand italiani, presenti anche diversi Paesi del Mondo con i loro prodotti tipici e le loro storie. Abbiamo chiesto loro di raccontarci cosa significa per loro Terra Madre e cosa si porteranno a casa da quest’esperienza.

Ne è nato un collage di immagini e parole in tante lingue diverse, per ricordarci il senso di questa manifestazione, che ha visto tutta la città di Torino coinvolta nell’evento.

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Finalmente in pace

250.000 morti, 50.000 desaparecidos, 8 milioni di vittime, questo il prezzo di un conflitto che devasta la Colombia da ormai 52 anni.

Lunedì 26 settembre 2016, entrerà nella storia come il giorno in cui finalmente la pace è arrivata, una giornata storica, emozionante.

 

Ma partiamo dall’inizio. Perché c’era una guerra? Chi la stava combattendo?

Nel 1964 nacquero le FARC ( Forze armate rivoluzionarie della Colombia), un’organizzazione guerrigliera di stampo comunista, sorta da esperienze di autorganizzazione contadina, nella città di Marquetilia, nella Colombia centrale.

L’idea era quella di sovvertire l’ordinamento statale e creare una democrazia popolare socialista.

 

I tentativi di reprime questa forza, da parte del governo, hanno portato la creazione di un movimento di guerriglia “mobile”, l’unico modo per sfuggire a una lotta impari contro l’esercito, fino a quando nel 1998 l’allora presidente Andrés Pastrana, ha concesso un territorio indipendente ai guerriglieri.

Santos, l’attuale presidente, non è stato infatti l’unico a provare a trovare un accordo con la guerriglia, Pastrana aveva concesso loro un territorio proprio con l’intento di “scendere a patti”, mossa che è risultata invece controproducente. In quegli anni le Farc si sono rafforzate maggiormente arrivando a quasi 280000 arruolati.

 

Altro tipo di politica ha utilizzato invece il Presidente Uribe, cercando di schiacciare militarmente la guerriglia durante i suoi 8 anni di governo.

Dal 2012, sono stati aperti all’Habana i negoziati di pace, frutto di una trattativa segreta iniziata già in precedenza da Manuel Santos, che prima di essere presidente era stato Ministro della difesa del governo Uribe.

 

Gli accordi vertono su 5 punti principali :

  • Riforma rurale integrale
  • La costruzione della pace
  • Deposizione delle armi
  • Droghe illecite
  • Vittime del conflitto

 

Dopo anni di trattative, Manuel Santos e Timoleón Jiménez, capo delle Farc, si sono stretti la mano, emozionando un paese in cui varie generazioni non hanno mai conosciuto una condizione di pace.

Quest’anno, ho vissuto in una parte della Colombia un tempo considerata “zona roja” (zona rossa), perché snodo strategico tra la parte amazzonica e la parte che si affaccia sull’Oceano Pacifico. In Nariño è infatti ancora visibile un alto livello di militarizzazione ma la situazione è definibile “tranquilla”.

 

Ho voluto quindi ascoltare le parole emozionate di un’amica colombiana, perché mi trasmettesse la sensazione che si può sentire nel vivere un momento storico di tale portata:

“Non è stata una guerra cittadina, fatta di bombardamenti e palazzi rasi al suolo, le campagne sono state al centro di atti terribili e i suoi abitanti a pagare il prezzo più alto. Moltissime famiglie hanno visto sparire i propri figli, arruolati a forza dalle Farc, senza sapere dove siano finiti, molti altri hanno dovuto abbandonare le proprie case per paura”

 

Le vittime di questo conflitto sono moltissime, non si contano solo i morti ma anche i famigliari dei ragazzi arruolati, scomparsi, le vittime di furti e di stupri, chi ha subito un sequestro o delle minacce.

Le Farc, come altri gruppi guerriglieri presenti sul territorio, con varie ispirazioni politiche, si sono serviti di sequestri, estorsioni e di narcotraffico per potersi sostentare, creando terrore e aumentando una produzione di coltivazioni illecite gestite direttamente o indirettamente. “Sarà difficile per molti perdonare, ma è possibile. Alcune famiglie hanno bisogno della pace, per poter dialogare con chi sa dove sono seppelliti i propri figli scomparsi”.

 

“Il fatto che le Farc possano entrare in parlamento come forza politica è un’opportunità perché riprendano i valori che le hanno portate a nascere e combattere, potrebbero rappresentare un’alternativa valida” continua la mia amica, “E’ stato emozionante vedere come in tutte le piazze delle città siano stati allestiti maxischermo e organizzati concerti per festeggiare”.

26 settembre, una data storica, a cui si aggiungerà quella del 2 di ottobre, giornata in cui i cittadini colombiani sono chiamati alle urne, per rispondere al quesito referendario sugli accordi. Un si o un no che cambierà definitivamente la storia del paese.

 

La speranza che vinca il si è fortissima, molti degli sfollati a causa del conflitto aspettano una redistribuzione delle terre e la possibilità di ricominciare con una vita dignitosa.

Meglio un accordo imperfetto che l’incertezza della pace”, ha dichiarato Manuel Santos, il presidente che sarà ricordato per aver chiuso una terribile fase del paese.

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Prima plenaria di Acmos: “Al posto tuo”, il video

Ieri, lunedì 26 settembre, si è tenuta prima plenaria dell’anno dei ragazzi di Acmos, per dialogare sul tema del lavoro, al centro della campagna per la cittadinanza di quest’anno “Quale lavoro?”.

La serata è stato anche il primo incontro della  Scuola di Politica Renata Fonte della Fondazione Benvenuti in Italia, quest’anno alla sua decima edizione. La serata ha visto come protagonista Riccardo Staglianò, giornalista e autore di “Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro”, assieme a Gianluca Gobbi di Radio Flash 97.6.
Ci vediamo il 10 ottobre alle 21.00 in via Sestriere 34 per la seconda plenaria. Intanto… Buona visione!

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Libera l’arte: un murales per Mauro Rostagno

Sono trascorsi 28 anni da quella sera del 26 settembre del 1988, quando in contrada Lenzi, a Valderice una Fiat Uno affiancò una Duna Bianca e freddò a colpi di pistola il conducente, lasciando illesa la passeggera del veicolo.

Al volante  Mauro Rostagno, sociologo, giornalista, leader di Lotta Continua, compagno, padre.

A volere la sua eliminazione è stata Cosa Nostra, ma ci sono voluti 26 anni affinché la giustizia riuscisse ad emettere una sentenza: il 15 maggio del 2014 , la Corte di Assise di Trapani ha condannato all’ergastolo Vincenzo Virga e Vito Mazzara, rispettivamente per essere il mandante il primo ed esecutore il secondo. L’iter giudiziario sta andando avanti, in questi giorni si sta celebrando l’appello.

Un lungo tempo nel quale nel quale indagini fantasiose e prive di fondamento, veri e propri depistaggi hanno impedito che si facesse piena verità intorno all’omicidio di Rostagno.

Mauro Rostagno è stato assassinato dalla mafia, per la sua attività di denuncia che conduceva dagli schermi di RTC, tv locale di Trapani.

 

Torino è la città che ha dato i natali a Mauro, dove vivono la figlia Maddalena, la compagna Chicca, il nipote Pietro e la sorella Carla.

Da anni, come Libera Piemonte e Acmos abbiamo lottato affinché alla memoria di Mauro fosse dedicato un luogo. Abbiamo lanciato una raccolta firme, promosso un mail bombing rivolto al Comune di Torino e, dopo tanto tempo, l’Amministrazione cittadina  ha dedicato un luogo alla sua memoria. Non quello che mille cittadini avevano richiesto, ma uno spazio mercatale tra via Don Michele Rua e via Vandalino.

Avevamo promesso che ci saremmo impegnati a rendere questo spazio – oggi un non luogo  – bello ed accogliente.

E così abbiamo fatto. Grazie al lavoro dei giovani del Presidio dedicato a Mauro Rostagno e la disponibilità della Parrocchia Michele Rua, abbiamo lavorato ad un bando rivolto ai giovani per la realizzazione di un murales sul muro che costeggia questa area mercatale.

Il concorso, che prende il nome di “LIBERA l’arte: un murales per Mauro Rostagno”,  si rivolge alle Scuole Secondarie di Primo e Secondo Grado, alle Associazioni e ai Gruppi. Una giuria giudicherà i lavori dei ragazzi che vorranno partecipare e un writer professionista lo realizzerà.

L’obiettivo di questo concorso è quello di inaugurare la l’opera dedicata a Mauro il 26 settembre del 2017.

Vogliamo che questo spazio rinasca, che nella città in cui Mauro Rostagno è nato ci sia un luogo alla sua memoria, che ricordi ad ogni cittadino la sua storia, quella di un uomo che ha lottato – nelle sue tante “vite” – per migliorare il contesto in cui ha vissuto. La vita di un uomo, un nostro concittadino, che la mano omicida di Cosa Nostra ha interrotto.

 

Per tutte le informazioni sul concorso clicca qui

 

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Frantz

Frantz era un ragazzo tedesco, morto nella prima guerra mondiale, ucciso da un francese. Nel 1919, nella sua città natale, si presenta Adrien (P. Niney), che arriva da Parigi e va a ogni giorno sulla sua tomba. Lo nota Anna (P. Beer) giovane promessa sposa di Frantz, che vive con i genitori del fidanzato defunto. Adrien entra nella vita dei tre, pur con una certa titubanza e sotto lo sguardo ostile degli abitanti del paese, che non vedono di buon occhio un francese nella loro terra, a pochi mesi appena dalla fine della Grande Guerra. Adrien sostiene che conosceva Frantz e racconta aneddoti della loro amicizia, risalenti a prima della guerra. Ma qual è la vera natura del rapporto tra i due giovani? Scoprirlo, porterà Anna in particolare, a una serie di scelte, che a loro volta produrranno conseguenze imprevedibili.

Girato in uno splendido bianco e nero (con qualche inserto a colori), l’ultimo film di F. Ozon ritorna su temi cari al regista, mescolando come sempre l’ambiguità sottile e affascinante, la realtà e l’immaginazione, la perversa meschinità dei rapporti umani e le apparenze. Ci si chiede con i protagonisti se una bugia a fin di bene sia giustificabile. E se da questa poi non scaturiscano castelli di menzogne che potrebbero essere insopportabili.

Due protagonisti ammirevoli (P. Beer premiata a Venezia), peccato per il doppiaggio italiano che mortifica un po’ la resa degli interpreti.

Il grande assente, fantasma evocato che tutti condiziona anche da morto, è Frantz. E’ un film sui sensi di colpa e le espiazioni, l’amore e il perdono.

Non perdetelo!

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Casa Acmos, video di presentazione del nuovo anno

La nuova equipe di casa Acmos si presenta con un video, come ormai da tradizione.
I ragazzi, che vivono quotidianamente la “Casa” di tutto il movimento, iniziano un nuovo anno raccontando in un video il valore di questa esperienza comunitaria.
Buona visione!

 

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Canelli: Dolcetto amaro

Settembre tempo di vendemmia, anche in Provincia di Asti, a Canelli, comune riconosciuto per i suoi pregiatissimi moscato, barbera, dolcetto e spumante.

Il piccolo municipio era stato al centro di uno scandalo mediatico scatenato dall’Espresso nel 2013, con un’inchiesta dal titolo “La vendemmia della vergogna”, in cui si mostravano le condizioni allarmanti a cui erano costretti i braccianti, presenti sul territorio per la raccolta dell’uva. Riccardo Coletti, giornalista de “La Stampa”, ha subito pesanti minacce l’anno scorso, per aver cercato di approfondire maggiormente, sintomo di una mancanza di trasparenza nella gestione della forza lavoro e dei contratti.

 

Dopo le giornate di raccolta, alcuni lavoratori, per lo più bulgari, erano costretti ad arrangiarsi per la notte, dormendo in una piazza, sotto baracche di cartone e bancali. Delle cooperative e un sistema di paghe poco trasparenti ad aggravare la situazione, facendo trasparire uno sfruttamento della manodopera, a vantaggio di produttori e intermediari.

 

Avevamo già intervistato il Sindaco Marco Gabusi, perché ci raccontasse il suo punto di vista sulla situazione, incontrando una posizione molto dura rispetto alla presenza straniera nelle campagne dell’astigiano, posizione che non sembra aver cambiato, a suon di ordinanze che proibiscono l’accampamento su suolo pubblico e il rifiuto di collaborare, come ente pubblico, all’accoglienza dei braccianti attraverso una tendopoli.

 

Per conoscere la situazione attuale abbiamo intervistato Claudio Riccabone della Caritas di Canelli e Paolo Capra della Flai Cgil, il primo impegnato nella gestione dell’accoglienza di alcuni dei braccianti, il secondo nel cercare di assicurare la regolarità dal punto di vista contrattuale.

 

Mentre un tempo i braccianti erano per lo più bulgari, questa vendemmia sta vedendo impegnati anche lavoratori senegalesi, “Arrivano tutti da altre zone del nord Italia, Milano, Lecco, Genova, avendo perso il lavoro che avevano si sono dati al bracciantato”, ci racconta Claudio.

 

A far trasparire situazioni di irregolarità lavorative nella zona era stata la mancanza di accoglienza da parte dei proprietari terrieri, cosa che dovrebbe essere obbligatoria da contratto. “Anche quest’anno ci sono persone che sono costrette a dormire all’aperto, tra i senegalesi sono almeno 25-30”.

 

La Caritas di Canelli, “Canelli Solidale”, attraverso un progetto sostenuto da 4 anni da donazioni di privati, enti bancari e pubblici, si occupa di assicurare alcuni posti letto, docce e alimentazione per tre giorni alla settimana. “Garantiamo le docce anche a chi poi non può fermarsi a dormire nella struttura, i posti sono limitati, c’è un operatore fisso e alcuni volontari che ci danno una mano”.

 

Perché l’alimentazione? “Non ci sarebbe bisogno di aiutarli in questo senso se le paghe fossero regolari”, commenta ancora Claudio.

 

Una toppa, non una soluzione, lo sforzo della Caritas di Canelli. Le cose sarebbero potute andare decisamente meglio, dal punto di vista dell’accoglienza, se solo il Sindaco avesse approfittato della legge regionale che prevede finanziamenti per creare campi di accoglienza temporanei per braccianti. “Si sarebbe dovuta trovare una struttura e agevolare noi della Caritas per la gestione dei posti letto e dei servizi igienici”.

 

Il Sindaco, quindi, da un lato nega un’accoglienza dignitosa e dall’altro ha promulgato un’ordinanza comunale che prevede multe salate per chi venga colto a dormire sul suolo pubblico o in macchina.

 

Chi non dorme nella struttura della Caritas quindi dove va? Parliamo di questo con Capra, della Flai Cigl, “L’anno scorso in alcune cascine abbandonate abbiamo notato dei via vai di macchine, i braccianti venivano prelevati la mattina presto e riaccompagnati la sera”. “Non sapere dove sono i braccianti significa non potersi occupare di loro, nella zona di confine tra le province di Asti, Cuneo e Alessandria, pensiamo potrebbero esserci delle persone che si nascondono”.

 

Questa la situazione dell’accoglienza, le aziende dovrebbero obbligatoriamente occuparsi della sistemazione dei braccianti, come è però evidente da anni, questo non accade, lasciando che di questo si occupi la Caritas o il caso. Ciò avviene nonostante la legge regionale, che non solo agevola gli enti pubblici ma permette anche ai privati di poter ospitare i lavoratori in strutture non per forza adibite all’accoglienza, purché dotate di servizi igienici.

 

E i contratti?

 

Le aziende agricole fanno dei contratti con alcune cooperative, che si occupano di assunzioni e paghe dei braccianti, per i proprietari è il metodo più comodo per non doversi occupare della gestione dei lavoratori. “Tra Asti, Cuneo e Alessandria sono nate già 40 anni fa alcune cooperative “senza terra”, composte da lavoratori specializzati nella potatura e vendemmia dell’uva, nel corso degli anni sono sorte e poi scomparse tutta una serie di altre cooperative, che fanno gola alle aziende agricole per i prezzi che propongono”, ci racconta sempre Paolo.

 

Eccoci all’altro punto fondamentale, alcune di queste cooperative fanno concorrenza sleale, abbattendo il prezzo delle paghe dei lavoratori e facendo false fatturazioni. “Nel migliore dei casi vengono segnate solo alcune delle giornate lavorative tra tutte quelle svolte,  nel peggiore non c’è proprio contratto”.

Propongo un esempio a Paolo per capire meglio: “Insomma, diciamo che, per esempio, io ho lavorato 30 giorni, ne segniamo regolarmente solo 10 e per gli altri ci aggiustiamo tra noi?” , “Ecco, esattamente”.

La Flai insiste da tempo per un potenziamento dei controlli, che implicherebbero però risorse umane e di tempo che l’ispettorato del lavoro e le forze dell’ordine hanno in quantità limitate. Negli anni passati, i controlli hanno portato a scoprire 140 lavoratori in nero e aziende che evadevano il fisco. Alcune delle cooperative sorte gli anni passati sono scomparse e se ne sono create delle nuove.

 

“Dalle 18 alle 20 le forze dell’ordine fanno, a volte, dei controlli sui pullman che passano da un confine di provincia all’altro, un controllo più che altro di documenti. Le aziende invece ricevono controlli soprattutto per quanto riguarda il reato di caporalato”.

I ragazzi senegalesi ospitati presso la Caritas hanno regolare permesso di soggiorno ma, commenta Paolo “potrebbero esserci altre persone richiedenti asilo o irregolari”, un’invisibilità giuridica che incentiva le cooperative ad abbassare ulteriormente le paghe, della serie “tanto ti serve un lavoro no? Accontentati.”

Una situazione complessa, per la sua internazionalità, per il breve periodo in cui la vendemmia si svolge, per il bassissimo livello di collaborazione dimostrato dal comune di Canelli.

 

“Una economia che si basa sulla vendemmia non può permettere che questo accada” commenta Claudio.

 

Il problema dell’accoglienza non si è risolto, nemmeno quello delle cooperative sleali e dei produttori che ne approfittano, semplicemente, come si fa con la polvere sotto al tappeto, si nasconde tutto.

 

“A volte ho paura ad andare in giro da solo” ci racconta il sindacalista, “dopo le minacce subite da Coletti de La Stampa, non c’è da stare tranquilli”. Speriamo che queste righe facciano sentire meno solo Paolo e servano a ringraziare il lavoro di immenso valore della Caritas di Canelli, che nonostante tutti i “bastoni tra le ruote” sta dalla parte di chi pensa che un essere un umano sia un essere umano e dopo 10 ore di lavoro almeno una doccia se la meriti.

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Quale Lavoro? Lancio Campagna per la cittadinanza e assemblea soci

Sabato 17 settembre, in occasione dell’assemblea soci di inizio anno 2016/2017 sono state presentate le prospettive future dell’associazione Acmos.
Ogni ambito ha presentato e raccontato le proprie progettualità e i percorsi che si intendono percorrere.
Nel pomeriggio è stata presentata la campagna per la cittadinanza dal titolo: Quale Lavoro? L’obiettivo sarà quello di affrontare il tema del lavoro partendo dalla riflessione sui sistemi di produzione automatizzati da un lato, e dall’altro sui flussi migratori che alimentano le fila del caporalato, nuova forma di schiavismo.

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Demolition

Davis Mitchell (J. Gyllenhaal) ha tutto: è benestante, ha una bella e giovane moglie e lavora nella compagnia di investimenti del suocero. Quando la moglie muore in un incidente stradale, Davis inizia a chiedersi quale fosse l’essenza profonda del rapporto con la donna defunta, anche in virtù del fatto che egli non vive la tristezza del lutto. E va in crisi. Da una serie di lettere spedite per un reclamo, a una ditta di distributori automatici di snack, conosce Karen (N. Watts), donna con un figlio adolescente con cui non riesce a comunicare. Davis si lega a lei, per una strana alchimia, e comincia a mettere ordine nella sua vita: inizia prima a smontare le cose e poi a fare a pezzi gli oggetti, anche quelli di casa, in cerca di significati e di se stesso. Gli altri lo credono pazzo, a cominciare dal suocero che ha idealizzato la figlia morta e che in fondo non lo ha mai digerito davvero.

Da uno spunto di partenza curioso, Jean Marc Vallèe (“Dallas buyers club”) ha cavato un film discontinuo e originale. E’ in definitiva la storia di un uomo vissuto per anni nel torpore e senza accorgersi dei dettagli, anche quelli belli, della sua vita. La morte della moglie lo costringe a fare i conti, dolorosamente, con se stesso. Epilogo catartico.

Qualche pesantezza di troppo nella sceneggiatura, soprattutto nell’eccedere nella voce fuori campo del protagonista e nei passaggi onirici e dei ricordi. Ma si avverte intorno, l’amarezza sincera. Bella prova di attori, ottimo Gyllenhaal, nel disegnare il suo personaggio che ritorna alla vita, in maniera spericolata.

Imperfetto, ma è perdonabile.

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#9 Diario Europeo – Ventotene 2016

Il 22 agosto Renzi, Merkel e Hollande si sono dati appuntamento sull’isola di Ventotene per discutere dei destini dell’Unione in questa difficile fase storica segnata dalla Brexit (l’uscita del Regno Unito) e da tre, tra le altre, spinose questioni: la gestione dell’immigrazione, la sicurezza (in relazione al terrorismo) e la crisi economica dell’area europea.

L’incontro ha avuto ovviamente un forte significato simbolico legato all’isola che ha visto, nel 1941, il parto del famoso Manifesto europeista scritto dagli intellettuali antifascisti al confino: i tre leaders hanno voluto richiamare il senso profondo del progetto di Spinelli, Rossi e Colorni e riproporre, proprio in questo momento di crisi del processo di integrazione europea, le ragioni di quel sogno.

 

L’iniziativa ha suscitato consensi e critiche (sulle quali ci sembra interessante soffermarci maggiormente).

L’impegno preso dai tre capi di Stato o di governo per rilanciare l’integrazione è stato condiviso da chi ritiene che sia innanzitutto responsabilità dei Paesi più importanti, nonché fondatori dell’Unione, imprimere una nuova spinta propulsiva al disegno europeo.

Le critiche si sono incentrate invece sul fatto che l’incontro ha messo in luce la tendenza ad affidarsi al metodo intergovernativo invece che al metodo comunitario per raggiungere quell’ obiettivo.

 

Con metodo intergovernativo ci si riferisce al processo decisionale in cui la decisione ultima scaturisce dall’accordo tra singoli governi. Con metodo comunitario ci si riferisce al processo decisionale in cui la decisione ultima viene presa da un organo comunitario a cui i singoli Stati hanno ceduto parte della loro sovranità: questo organo (la Commissione ed il Parlamento europeo ad esempio) ha quindi una natura sovranazionale.

Ragionando in termini “europeisti e democratici”, le decisioni prese con il metodo intergovernativo risentono del peso che i singoli Stati hanno in seno all’organo che decide (gli Stati più forti peseranno di più); le decisioni prese con il metodo comunitario garantiscono maggiore democraticità e trasparenza.

 

Relativamente al rilancio dell’integrazione europea, i critici pensano che essa dovrebbe vedere come protagonista la Commissione guidata da Juncker e non i capi dei tre più importanti Stati europei; temono quindi che la Ue si stia trasformando da unione sovranazionale di Stati (secondo le speranze del Manifesto di Ventotene) in una semplice associazione di Stati, il tutto aggravato dal fatto che normalmente il controllo delle semplici associazioni di Stati viene giocoforza esercitato dallo Stato più potente.

A sostegno di questa preoccupazione si segnala l’intensa attività della Merkel: dopo l’incontro di lunedì a Ventotene, mercoledì ha incontrato i leaders dei Paesi baltici, giovedì e venerdì quelli del gruppo di Visegrad ed infine i capi di governo dei Paesi nordici. Sembra che l’incontro a 27 di Bratislava lo abbia preparato lei e non Tusk, presidente del Consiglio europeo, e Juncker, presidente della Commissione!

Naturalmente questo allontanamento dalla logica comunitaria è reso possibile dai Trattati istitutivi della Ue che non hanno affidato agli organismi comunitari la possibilità di decidere, in luogo dei governi, in molte questioni  strategiche.

 

Il paradosso è che l’azione di rilancio dell’Unione è assolutamente necessaria per contrastare le spinte nazionalistiche dei movimenti populisti ma invece di scegliere, almeno finora, la strada della creazione di un governo veramente sovranazionale  quindi “europeo”, si sceglie di affidarsi ad accordi intergovernativi che non possono non tenere conto dei diversi interessi nazionali. Ad una logica ferocemente nazionalista si risponde con una logica moderatamente nazionalista.

 

#1-Il ministro del Tesoro della Ue

 #2- Brexit e profughi

#3-Il rinato impero asburgico contro i migranti

#4-La disintegrazione dell’Unione europea

#5 – Frontiere e nazionalismi

#6- Bruxelles “cuore” d’Europa

# 7 – Profughi: la nostra ignavia da Evian a Bruxelles

#8 – Un manuale antiretorico dell’Unione europea

 

 

 

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Concorso docenti: intervista a Mariano Turigliatto, commissario di valutazione

Le polemiche relative alla scuola e alla “Buona Scuola” (L 107/2015) non esitano a placarsi. Sono tanti i nodi incagliati nel pettine su cui docenti e governo dibattono da ormai due anni. Tra questi, uno dei più importanti è il concorso docenti bandito quest’anno che, nelle intenzioni del Ministero dell’Istruzione, dovrebbe mettere la parola fine a un vasto piano di assunzioni a tempo indeterminato. Tuttavia, la messa a bando di questo concorso ha sollevato molte polemiche, che hanno avuto il loro apice poche settimane fa: Tuttoscuola ha pubblicato una prima analisi dei risultati del concorso, rilevando un numero di bocciature così elevato dall’aver lasciato vuoti alcuni posti messi a bando. Lo studio è stato ripreso da molte testate nazionali, che hanno insistito sulla scarsa preparazione dei partecipanti. Questi a loro volta hanno puntato il dito contro la tipologia di prova scritta, realizzata secondo loro appositamente per bocciare, e la troppa severità delle commissioni di valutazione. In altre parole è scoppiato un putiferio ricco di stereotipi negativi sulla classe docente (lavorano 18 ore al giorno, sono ignoranti, fanno tre mesi di vacanza) e difese a oltranza della categoria.

Per eludere posizioni troppo rigide e analizzare in profondità la situazione abbiamo intervistato Mariano Turigliatto, commissario per le prove di Italiano e Storia che si sono appena concluse in Piemonte.

 

Gentile Mariano Turigliatto. Siete stati davvero così severi nelle valutazioni?

Io sono per una scuola poco selettiva per gli allievi e molto per gli insegnanti, perché se tu hai dei docenti in gamba e preparati il prodotto sarà migliore. Fatta però questa premessa, il numero di bocciature non è stato così alto. Su circa 630 candidati, hanno superato il concorso in 443. Il tasso di bocciati è da considerarsi intorno al 25%. I due concorsi a cui ho partecipato per diventare di ruolo sono stati molto più selettivi, anche se erano aperti a tutte le persone in possesso di una laurea e non solo agli abilitati. Per esempio quello del 1975 per le elementari ha avuto una quota del 22% di candidati ammessi agli orali dopo gli scritti.

 

Quindi chi non ha passato il concorso è un “somaro in cattedra” come scrive Gian Antonio Stella?

Non è possibile dare giudizi netti in questo senso. Prendiamo gli scritti: alcune prove, come è naturale che sia, hanno messo in luce lacune a livello contenutistico. La maggior parte degli elaborati però è risultata insufficiente perché il candidato non ha saputo gestire il tempo a disposizione, lasciando vuoti due o tre quesiti. Se si calcola che il punteggio massimo era 40 e ogni risposta valeva 5,5 punti, allora si capisce quanto la velocità sia stata una componente determinante. In questo senso bisogna però sottolineare le responsabilità degli esperti del ministero che hanno pensato una “prova a ostacoli.”

 

E invece come valuta i futuri docenti di ruolo da lei esaminati?

Durante ogni orale a cui ho assistito (Ndr. Circa 200) mi sono sempre chiesto: “Ma questa persona è mediamente meglio o peggio della media dei miei colleghi?”. La mia risposta è sempre stata affermativa. Mi sarebbe piaciuto lavorare con almeno 100 dei 200 che sono passati con me. Infatti mi è capitato spesso di pensare che sarebbe stato un vantaggio se questi fossero nella mia scuola.

 

Un giudizio completamente positivo?

No. Dalle prove orali dei candidati ho notato una diffusa difficoltà nel focalizzare l’approccio didattico sulla relazione con gli studenti. Si tratta a mio avviso di un elemento molto importante in un momento in cui la scuola sta cambiando la propria funzione. Negli anni Settanta, quando ho cominciato ad insegnare, questa è stata l’istituzione principe dell’integrazione sociale, riuscendo ad assolvere al suo compito. Poi, nel trentennio successivo, questa funzione si è persa e la scuola è diventata la sede del sapere, ovvero il posto in cui io “ti metto in testa” quante più cose possibili. Oggi invece il bisogno di una scuola che scommetta sull’inclusività è di nuovo centrale. Penso in particolare al bisogno di lavorare con le seconde generazioni di stranieri. Tuttavia, manca una preparazione all’interno del corpo docente (vecchio e nuovo) nell’affrontare questa sfida.

 

Ma questo non è un problema del singolo docente

No. Questa è una responsabilità politica di chi governa. In questo senso la Buona Scuola non ha offerto risposte adeguate ad affrontare le nuove sfide dell’istruzione pubblica. Essa è piuttosto un effetto a cascata del berlusconismo. Se si vuole costruire una scuola buona e qualificata dal punto di vista dell’offerta bisogna fornire degli strumenti adeguati per perseguire questo obiettivo, ma questi strumenti non non possono avere come punto di partenza il conferimento di maggiori poteri ai dirigenti scolastici. Questi, infatti, per evitare il pericolo ricorsi sono costretti a mettere in atto strategie indirette per gestire i docenti che “non funzionano”.

 

E invece come si potrebbe rispondere alle nuove sfide della scuola secondo lei?

Quello che bisognerebbe fare è aumentare il monte orario dei professori, chiedendo loro di fare a scuola quello che già fanno a casa (preparazione delle lezioni, correzioni, etc.). Ovviamente bisognerebbe anche aumentare il loro stipendio. In questo modo si otterrebbero quattro risultati fondamentali: avere un contingente che vive la scuola al di là del proprio orario in cattedra; aumentare la motivazione del corpo docente; eliminare gli stereotipi degli insegnanti fannulloni; marginalizzare tutti coloro che considerano la scuola alla stregua di un secondo lavoro.

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Assemblea Soci di Acmos, corri con noi!

L’assemblea di inizio anno di Acmos è un momento fondamentale del nostro cammino. Il nostro movimento si ritrova per condividere obiettivi e prospettive del nuovo anno sociale.
Tutti i soci sono invitati a partecipare all’assemblea, che rispetterà il seguente ordine del giorno.
Con all’Ordine del Giorno:
– Introduzione
– Prospettive economiche, sociali e politiche dell’anno sociale 2016/17 ;
– Dibattito
– Proclamazione Nuovi soci;
– Conclusioni
Ore 13.00 Chiusura dei lavori.

Inoltre, invitiamo tutti i soci a fermarsi anche nel pomeriggio dalle ore 14.30 per il lancio della Campagna Nazionale per la Cittadinanza 2016-17 e della Scuola di Politica dedicata a Renata Fonte della Fondazione Benvenuti in Italia.

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Orme, scuola di arti sceniche e impegno civile: aperte le iscrizioni

Nata nel 2009 a Torino, unendo l’esperienza formativa della compagnia “Viartisti Teatro” con quella pedagogica di Acmos, ORME organizza spettacoli ed eventi nell’ambito delle iniziative di Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, Acmos e Teatrimpegnocivile.

Un’esperienza unica in Italia capace di mettere insieme la formazione teatrale e quella musicale, accompagnate da percorsi sulla legalità democratica.

Al suo interno la scuola offre laboratori di teatro e di danza contemporanea in cui ci si spoglia dei pregiudizi su se stessi per (ri)scoprire il movimento naturale, l’uso del corpo e della voce; essere presenti a se stessi nella responsabilità del gruppo. I temi affrontati sono quelli cari a Libera, all’antimafia e all’educazione alla cittadinanza attiva.

CORSO DI DANZA – Martedì 19.30- 21.30

Come avviene il movimento? A quali stimoli reagisco e come organizzo le mie risposte motorie? Come mi relaziono nello spazio con le mie azioni e con quelle degli altri? Da queste domande parte un’indagine sul movimento, sul significato del gesto, che ha come premessa la sospensione del giudizio e pone l’accento sull’osservazione, l’attenzione, la presa di coscienza di sé e la scoperta di altre modalità espressive. Scoperta, dunque, che pensiero e azione procedono grazie ad una medesima tensione che rende fittizia la canonica antitesi mente/corpo.

Il Corso sarà tenuto da Petra Comaschi e Rita Cerevico

LABORATORIO TEATRO

Il laboratorio teatrale privilegia la scoperta delle proprie energie creative attraverso la relazione con il gruppo, prendendo e restituendo l’energia che nel gruppo si crea. L’intento è di smantellare l’idea stessa del giudicare, perché lavora sul processo maieutico di reminiscenza. Processo che volge a portare fuori dalla “caverna” ciò che avvertiamo come ombre e a dare luce e vita alle qualità insospettate, alle capacità immaginative, che le persone non pensano di avere. Si lavorerà sulla rimozione di quei nodi fisici e psichici, che bloccano le qualità espressive del corpo e della voce e che limitano la creatività.

Giovedì 20-23 presso il teatrino della Fabbrica delle E

Il Laboratorio sarà tenuto da Ivan Ieri, Josette Cossu, Marco Chiapella. Con la super visione di Pietra Selva Nicolicchia e la collaborazione di Viartisti Teatro

Inizio corsi 4/10/2016

Presso La Fabbrica delle e Corso Trapani 91/b

Costi:
40€ iscrizione annuale
40€ mensili corso di danza
40€ mensili corso di teatro

Per info ed iscrizioni contattare:
email: info@orme-teatro.it
Cell: 3383062661
sito web: orme-teatro.it

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