• Benvenuti in italia: il racconto dell’anno
    Abbiamo riassunto in questo video tutte le attività portate avanti dalla Fondazione Benvenuti in Italia nell’anno sociale 2016/2017: dalla Scuola di Politica “Renata Fonte”, al costante lavoro di ricerca svolto dal nostro comitato scientifico e dall’impegno dei nostri rappresentanti nelle istituzioni, fino alla “Carovana delle arance frigie“, passando per la sicurezza negli... Read more »
  • Estate Liberi in Piemonte
    I beni confiscati alle mafie sono una risorsa per il nostro paese. Sono la dimostrazione che lo Stato può vincere contro il crimine organizzato. Migliaia di giovani, ogni anno, decidono di fare un’esperienza di volontariato e formazione su beni e terreni confiscati alle mafie. In Piemonte, 4 beni hanno ospitato i campi... Read more »
Carica altri articoli

Il coro degli invisibili

Di Simone Bongiovanni, dal Libano

Dalle pareti di teli impermeabili firmati UNHCR della nostra tenda filtrano con facilità tutti i rumori provenienti dall’esterno. Un televisore acceso, il pianto di un bambino, il pallone che rotola sulla ghiaia, gli uomini seduti davanti alla tettoia che conversano come ogni sera. È il coro di un umanità intrappolata in un paese che non gli appartiene, senza alcuna possibilità di andare avanti, né di tornare indietro. Eppure questa sinfonia scomposta è l’unica testimonianza di un popolo di invisibili, di dimenticati: è la canzone dei profughi siriani in Libano.

 

Che viva in un campo profughi, dentro un garage o in un appartamento ancora in costruzione un siriano in Libano conduce un esistenza da fantasma. Famiglie di uomini che rischiano l’arresto ogni giorno, mogli spaventate e bambini con ben poche prospettive di futuro abitano fianco a fianco a cittadini libanesi. Un milione e mezzo di ombre nel cuore del più povero stato del medio oriente, dove il caos è diventato la normalità e le regole valgono solo per chi è più debole. Qui se sei siriano le cose più semplici possono diventare le più difficili. Gli uomini non possono spostarsi liberamene per via dei check point sparsi sulle strade principali. Trovare un lavoro e molto difficile, tenerlo lo è ancora di più, dal momento che in qualsiasi momento si può essere licenziati senza alcuna sorta di garanzia. Non è possibile accedere alla sanità pubblica, perciò se diventa necessario avere delle cure bisogna rivolgersi a cliniche private dai costi spropositati. Una quotidianità intangibile che si faticherebbe a percepire se non fosse per l’economia che è in grado di muovere, riversando nelle tasche dei libanesi miliardi di Lire. Dall’affitto della terra su cui sorge la propria tenda agli acquisti fatti nei negozi locali, i siriani hanno generato in questi anni di conflitto un’economia di cui non possono beneficiare. Gli esuli della guerra sono allo stesso tempo indesiderabili e necessari per la società libanese. In campi dove prima si piantavano patate e zucchine ora crescono tende farcite di siriani, ben più redditizi e meno faticosi del lavoro agricolo. Basti pensare che qualche proprietario terriero arriva ad intascare addirittura 6000 $ l’anno, una piccola fortuna in questo folle paese.

 

Anche a Tel Abbas i problemi sono una sfida quotidiana e gli intoppi all’ordine del giorno. Lo stile di vita è modesto, per non dire disperato: la coda di persone che bussano alla nostra porta, bisognose di aiuto è costante. Fuori dalle nostre tende dalle colombe arancioni è possibile incontrare ogni genere di storia: da chi è scappato perché la sua città era stata rasa al suolo a chi ha dovuto sopportare la prigionia nelle carceri siriane, c’è pure chi ha perso la ragione a causa della guerra. Eppure uscendo dalla tenda inciampi in persone premurose, sempre curiose di sapere come stai e pronte a regalarti un sorriso. Persone che possiedono davvero molto poco, ma che sono pronte a metterlo in condivisione. Si incontrano facce stanche e segnate, ma che celano una fiera risolutezza. Il campo profughi di Tel Abbas è un piccolo villaggio coraggioso, un po’ sgangherato e chiassoso, dove anche i più piccoli sono dei grandi rivoluzionari. In questo campo dove prima crescevano patate ora si leva un coro silenzioso, è un canto tenace rivolto verso la speranza per un futuro migliore.

Leggi tutto >>

Mangiastorie in tour: terza tappa in Sicilia

Il tour è giunto ormai alla terza e penultima regione, la Sicilia. Dopo aver affrontato Scilla e Cariddi, i Mangiastorie  sono approdati a Messina e si sono inoltrati nella profonda Sicilia fino a Lentini. Qui, in frazione Cuccumella, hanno incontrato la cooperativa Beppe Montana nata nel 2010 tra le province di Catania e Siracusa. I terreni confiscati alle famiglie dei Riela e Nardo sono ora coltivate a regime biologico e producono agrumi, olio, prodotti dell’orto, conserve, farine. Ma il futuro della cooperativa è ancora ricco di prospettive: il prossimo obiettivo a breve termine sarà quello di diventare una struttura ricettiva per turisti amanti delle escursioni in bicicletta. Hanno preso parte alla formazione pomeridiana sul lavoro cooperativo insieme ai giovani del campo, soci e lavoratori Coop che si sono interrogati durante la settimana sul modo di fare impresa: come farla? Con quali principi e quali strumenti? I beni confiscati in questo sono un esempio? E in serata realizzato lo spettacolo con i giovani del campo, i soci della cooperativa e qualche amico torinese.

 

Dopo una giornata di mare alla Scala dei Turchi, i Mangiastorie sono arrivati al villaggio turistico di Kartibubbo nel trapanese, bene confiscato all’imprenditore Di Giovanni. Un villaggio che conta più di 2000 posti di capienza massima, con alloggi di privati e stanze affittabili. Una parte del villaggio è oggi in disuso per la mancanza di alcuni permessi, un’altra, detta il “Kartibubbone”, è oggetto di un processo in corso in attesa che si decida il futuro di questo ecomostro. Il coordinatore del villaggio, Marco, ha deciso quest’anno, insieme a Nicola, responsabile della libreria di Kartibubbo e a Libera, in particolare a Salvatore Inguì referente di Libera Trapani, di inserire nel calendario degli spettacoli alcuni eventi legati al tema delle mafie.

 

I Mangiastorie hanno aperto questa rassegna  con il loro spettacolo generando entusiasmi, perplessità e qualche “basta!”. La serata, ricca di tensione, con i bambini immobili e curiosi, con molti adulti stupiti e molti altri contrariati, ha rotto la routine del villaggio e il silenzio che spesso avvolge le terre di mafia. E’ stata per i Mangiastorie un’emozione forte e un punto di non ritorno, che grazie a Marco, speriamo trasformi il villaggio di Kartibubbo e le terre di Matteo Messina Denaro attraverso l’arte e la letteratura.

 

Nel viaggio verso la penultima data, i Mangiastorie sono andati a Partanna per un saluto alla piccola Rita Atria sepolta nella tomba di famiglia, e poi si sono diretti ad Alcamo. Lo spettacolo-cena si è svolto al Caffè Nannini insieme al presidio di Libera Alcamo con la pasta e il vino di Libera. Durante la serata è intervenuto Francesco Citarda, responsabile della cooperativa Placido Rizzotto, sottolineando l’importanza soprattutto in Sicilia del riutilizzo dei beni confiscati.

 

I Mangiastorie, dopo esser passati da Capaci, sono ora a Palermo  in direzione Napoli e poi Latina per l’ultima data, seguiteci ancora su facebook. #mangiastorieintour

Leggi tutto >>

Inshallah

di Simone Bongiovanni
Inshallah. Non è semplice trovare una traduzione precisa e corretta dall’arabo, né tantomeno attribuirgli un significato univoco. “Se Dio lo vuole” o “A Dio piacendo” sono le traduzioni più comuni, certo, ma in questa faccenda non vorrei scomodare nessun Dio.

 

Allora Inshallah può diventare un augurio, o più semplicemente una speranza, l’attesa che un evento posso realizzarsi in avvenire. Per me Inshallah è più che altro un sentimento, una sensazione. Non trovando in Italiano alcuna parola che possa esprimere le emozioni che provo in questo momento, la prendo in prestito dalla cultura araba, sperando di non fare un torto a nessuno. Perché?

 

 

Perché a partire dall’8 di agosto, per un mese vivrò nel campo profughi di Tel Abbas (Libano) insieme alle famiglie siriane che per fuggire dalla guerra attraversano il confine, nella speranza di un domani migliore. Passerò il mio tempo ascoltando, osservando, semplicemente stando vicino a queste persone. Provando a condividere quel poco che posso, e prendendo tutto ciò di cui sarò capace. Vivrò in tenda, mangerò pasti frugali, dormendo con la popolazione del campo. Perché questa è la scelta che Operazione Colomba fa da 25 anni. Con loro mi sono formato, preparato al viaggio e adesso mi appresto a partire. Quella di Operazione Colomba è un tipo di cooperazione basata sulla condivisione, sulla vicinanza sincera e profonda. Non su un assistenzialismo distaccato, necessario si, ma che non porta a conoscere veramente le persone che intende aiutare.

 

 

Cercherò di essere il più possibile poroso. Poroso e permeabile all’umanità che vive a Tel Abbas, alle storie delle persone in cui inciamperò. Proverò a raccontare su questo sito alcune di queste storie, o più semplicemente la giornata di noi volontari.

 

 

Perciò parto. O meglio, dovrei dire partiamo! Perché so di non viaggiare solo. So di partire con una grande comunità alle spalle. So che questo viaggio non è il mio viaggio, ma è la naturale prosecuzione di ciò che in Acmos abbiamo iniziato in questi anni: dal Performing Media Lab a Tuwani (Palestina), al concerto “Torino for Syria”, fino ad arrivare a questo viaggio. Mossi dalla consapevolezza che il cambiamento si genera “abitando la pancia della storia”.

 

E allora buon viaggio. A me, a noi e a tutti quelli che in futuro partiranno, con la valigia leggera e il cuore libero.

Arrivederci e Inshallah

Leggi tutto >>

Una speciale normalità

L’aria della mattina è fredda qui a Pasto, in una Colombia lontana dall’immaginario di spiagge caraibiche, questa è la Colombia delle Ande, delle gigantesche madri, che osservano passare il vento gelido, la pioggia forte, il sole cocente e il passo dei propri figli, indigeni, meticci e afro-colombiani.

 

Tra queste montagne ho la fortuna di immergermi ogni giorno, lavorando con comunità di contadini sparse in angoli di terra a 2000-3000 metri di altezza.

 

Domenica scorsa ho avuto un laboratorio di comunicazione con una delle associazioni di contadini che vive in una zona calda, dai panorami mozzafiato. Un canyon a strapiombo su un fiume che collega l’Ecuador alla Colombia, distese di caffè, fagioli, banane, odore di camino e mucche per la strada.

 

Dopo quasi due anni di lavoro nella Asociacion para el Desarrollo Campesino, la Ong per la quale occupo di comunicazione, so come muovermi per le strade sterrate delle campagne e come arrivare preparata a un laboratorio.

 

Una delle cose più importanti di cui non dimenticarsi è il cibo, per ogni tipo di riunione prevista infatti, è necessario garantire almeno un caffè con pane, che aiuta la convivialità, garantisce una pausa per distrarsi e due risate. Per i laboratori di tutto il giorno invece si compra la carne, che non tutti possono permettersi di mangiare spesso.

 

Vado in macchina, un pic up rosso con il cassone di legno, che mi piace da matti guidare e nel quale mi piace da matti mettere musica italiana e cantare. La prima sosta è il mercato, compro la papaya per fare il succo, dell’insalata e del caffè. Continuo con la carne e il pane, nei negozi dove ormai la mia faccia è nota. Per ultimo il mangime per le galline, che è giusto mangino anche loro.

 

Riempita la macchina di cibo, si riempie di persone, che passo a prendere addentrandomi nelle campagne e suonando il clacson perché escano. Siamo 5, loro hanno dai 60 anni in su e, nonostante siano tutte signore, mi fanno battute sulle donne al volante, una rarità in campagna, dove in generale scarseggiano le macchine.

 

Arriviamo nella sede dell’associazione, una riserva naturale con orto, animali, salone per le riunioni, cucina e stanze per dormire, con un nome in quechua, rivendicativo delle radici della zona, “Nucanchy”, “Il nostro”.

 

Il laboratorio è con bambini, adolescenti e adulti; con questi ultimi ci siamo dati l’obiettivo di scrivere la storia dell’associazione per poi poter girare un video in cui raccontarla. Mentre ai più piccoli do il compito di costruire i mezzi di comunicazione che più usano, con del cartone, dello scotch e dei pennarelli, con gli adulti ci sediamo comodi e iniziamo a chiacchierare del passato.

 

La conversazione si fa interessantissima e nel giro di un’ora ricostruiamo la storia della comunicazione nella zona. “Ricordo quando non c’era l’elettricità, avevamo delle lampade a petrolio che ti sporcavano tutta la faccia”, “L’energia elettrica è arrivata qui solo nell’81 e ha cambiato completamente la nostra quotidianità, prima si facevano solo le feste di giorno, muoversi di notte era complicato e si andava a dormire prestissimo”.

 

Nel 1981. Sette anni dopo sarei nata io, che scrivo su un computer portatile, parlo al cellulare, ho vissuto un’infanzia di cartoni animati e playstation. Un abisso che si è colmato a una velocità straordinaria.

 

Come tutti gli anziani, anche i contadini con cui parlo sono nostalgici e pensano che “era meglio prima”, “che adesso i giovani sono fortunati e non lo sanno, che c’avessero avuto loro queste opportunità”. Passiamo a parlare di musica, “Prima si facevano concerti solo con la chitarra, le maracas e dei tamburi, si contrattavano i musicisti per fare le serenate alle fidanzate, mi ricordo quando ne hanno fatta una a mia sorella, è stato un momento emozionantissimo”

 

Con una curiosità che cresce ad ogni racconto, chiedo ai miei interlocutori come facessero a sapere delle riunioni e degli eventi prima che ci fossero i telefoni, “C’era il “policia de loma”, un signore che faceva il giro di tutte le case per avvisarci”.

 

“E i giornali? Li leggete?”, “No, qui in campagna non arrivano, solo nel “pueblo” più vicino si trovavano e si trovano ancora oggi”, “No, non li leggevamo, era una cosa da ricchi, ricordo che costavano 1 centesimo e che li compravano solo i padroni”.

 

“Però c’era la radio per ascoltare le notizie, ascoltavamo anche le novelle, essendo vicini, ci sintonizzavamo anche sulla radio ecuadoriana, c’era un programma che mi piaceva tantissimo, si chiamava “La Sarakay”.”

 

Ringrazio la fortuna di poter parlare con Mercedes, Aura, Ernestina, Carlos, Cecilia, Jorge, mi proiettano in un passato mai vissuto, in una terra che ancora adesso conserva una distanza dall’orribile modernità cittadina che abbiamo importato dall’occidente, sicuri che lo sviluppo avesse, non solo una ragione d’essere ma anche un’unica possibile direzione.

 

“Per parlare con i parenti lontani andavamo fino al pueblo, c’erano file lunghissime per poter inviare delle lettere con il telegrafo, così si fissavano degli appuntamenti telefonici, poi si facevano lunghe file per ricevere le chiamate, bisognava sempre sperare di non arrivare troppo tardi”. Una chiamata implicava anche un giorno intero di viaggio, camminando dalla campagna al centro urbano, nelle speranza che non fosse un “giro a vuoto”.

 

“Ma quando è arrivata qui la televisione?”, “Secondo me più o meno nell’86, ricordo che la prima in bianco e nero l’ha portata mio marito da Medellin, tutti i vicini venivano da noi a vedere le novelle e a volte non c’era spazio per tutti”.

 

“Io mi ricordo che andavamo a vedere la boxe fino al pueblo, era un evento imperdibile!”, “A me piacevano “Destinos Cruzados” e “La Brigida de paredes”, non mi perdevo neanche una puntata”.

 

Siamo passati dalle lanterne nella notte al plasma dei televisori, a quanto è caro l’abbonamento al digitale, 30 anni di rivoluzione, che continua a non implicare una buona e diffusa informazione, come in tutto il mondo. Ci arrabbiamo tutti insieme nel concludere che l’informazione si paga e troppo, che dovremmo avere il diritto di sapere, che un popolo ignorante è comodo.

 

Nel pomeriggio facciamo un esperimento. Nella sede ci sono 10 computer, in ogni postazione faccio sedere un adulto con un giovane, così che i più piccoli possano far vedere ai “mayores” come funzionano. Alcuni hanno già provato a scrivere con una tastiera, altri no. Gli chiedo di scrivere il ricordo più bello che hanno e la cosa più divertente che gli sia successa.

 

Tra le 20 storie quella della signora Ernestina sicuramente è la migliore “Mio padre stava finendo di lavorare in una piantagione, doveva tornare verso casa con un altro ragazzo e ha deciso di fargli uno scherzo. Si è messo addosso una botte per dare da bere alle mucche, gli arrivava fino alle ginocchia, poi si è nascosto. Quando il suo amico è arrivato si è alzato di colpo e l’altro dallo spavento l’ha ferito con il machete che portava con lui. Mio padre è arrivato a casa sanguinante e arrabbiato ma io e i mie fratelli non riuscivamo a smettere di ridere”.

 

Finito il laboratorio, riporto tutti  a casa, siamo 20 su una macchina, tutti i bambini dietro nel cassone e i più anziani con me nell’abitacolo. Mentre torno verso Pasto penso a quanto la normalità delle mie giornate sia speciale, ai volti, le storie, le mani rugose di chi zappa la terra e accoglie con il sorriso una giornata per pensare al passato e imparare, ancora.

Leggi tutto >>

Mangiastorie in tour: seconda tappa in Calabria

Dopo aver percorso la Salerno – Reggio Calabria con successo, i nostri Mangiastorie arrivano a Isola di Capo Rizzuto affrontando curve, buche e 42 gradi. Ad accoglierli, Raffaella, socia della Cooperativa Terre Joniche nata attraverso concorso pubblico dopo la confisca del terreno alla famiglia Arena. Il bene conta 100 ettari di terreno tra i comuni di Isola di Capo Rizzuto e Cirò, usati in passato a scopo abitativo e produttivo e danneggiati prima dell’acquisizione da parte del Comune.

 

La cooperativa conta 6 soci fondatori, è di tipo B e si occupa di agricoltura biologica e turismo responsabile: 75 ettari adibiti all’agricoltura producono grano, ceci, lenticchie, farro, avena, orzo, cicerchia, olio e presto finocchio distribuiti attraverso il marchio Libera Terra. Il resto degli ettari è occupato da beni immobili, a Cirò, destinati all’aspetto sociale della cooperativa strettamente legato a Libera e a Isola di Capo Rizzuto, presto, ad un agriturismo che promuova il turismo responsabile (sport e benessere, cibo a km 0, antimafia).

 

“Quest’aria di riscatto” racconta Raffaella “ si respira in una Calabria che fa ancora fatica a dare gambe al cambiamento, lo si vede dai continui arresti e dalle ultime indagini. Una Calabria in cui i giovani dai 20 ai 35 anni fuggono per studiare e lavorare in altre regioni o all’estero”. Lei è tornata dopo aver studiato a Como proprio grazie al concorso pubblico, per non dirsi di non averci provato e per dimostrare ai giovani calabresi che esiste un’alternativa possibile. E ci sta riuscendo insieme ai soci della cooperativa e a coloro che credono nel loro progetto!

#mangiastorieintour continua direzione Sicilia!

Leggi tutto >>

Mangiastorie in tour: prima tappa in Campania

Dopo una notte di viaggio, i Mangiastorie sono arrivati a Maiano di Sessa Aurunca (CE) sul bene confiscato dedicato ad “Alberto Varone” e gestito dalla cooperativa “Al di là dei Sogni”. Ad accoglierli Simmaco che ha raccontato della nascita della cooperativa di tipo “A” e “B e dal 2008 della gestione del bene confiscato, in cui i soggetti appartenenti a “fasce deboli”(salute mentale, ex dipendenze, ospedali psichiatrici giudiziari (O.P.G.), area-riabilitazione)hanno potuto trovare la dignità di nuovi percorsi di vita e autonomia.Il bene è composto da 17 ettari di terreno in cui si coltiva e trasforma il prodotto primario in conserve, salse e tanto altro a marchio N.C.O. (Nuova Cooperazione Organizzata).

 

Nel pomeriggio, il gruppo di Estate Liberi ha incontrato Tonino Picascia, socio della cooperativa Cleprin, e Filiberto Imposimato, figlio di vittima di mafia, che perde il padre in un agguato mafioso perché fratello del giudice Ferdinando Imposimato. Due vite, due storie intense che parlano di verità e di giustizia. “Lo Stato ha reagito bene, ci è stato vicino” racconta Tonino “ma la società civile no, non ha mai denunciato, non si è mai ribellata a quegli scarafaggi.” Scarafaggi che la notte del 24 luglio 2015 in una serata di festa hanno dato alle fiamme la Cleprin. E solo allora centinaia di persone sono scese in piazza urlando “Non avete bruciato la Cleprin, avete bruciato casa nostra”. “E’ necessario che i cittadini diventino consapevoli e consum-attori, ogni piccola scelta può cambiare la realtà”, questo il messaggio che Tonino ha lasciato ai ragazzi.

 

La mattina seguente, i nostri Mangiastorie sono arrivati a Casa di Alice, bene confiscato alla donna di camorra Pupetta Maresca e gestito dalla Cooperativa Altri Orizzonti e dall’associazione Jerry Essan Masslo dal 2010. Il bene, dedicato a tutti coloro che vengono accusati ingiustamente di pregiudizi, in particolare al ghanese Joseph Ayimbora, è un luogo di riscatto sociale ed economico: la cooperativa mista di tipo A e B si occupa di assistenza sociale, attività di doposcuola, accoglienza e soprattutto produzione tessile. All’interno del laboratorio di sartoria vengono realizzati abiti, borse, collane, tovaglie con stoffe africane, una stoffa che parla di riscatto e dignità e non più di camorra. Tutto ciò in una città che conta 155 beni confiscati (60 non ancora in mano al Comune) di cui 6 riutilizzati e in una Regione che conta 300 vittime di camorra: panettieri, imprenditori, giovani e donne innocenti. Uomini e donne che amavano la loro terra che da qualche anno  si sta rialzando  dal problema dello sversamento dei rifiuti e dei roghi di immondizia grazie alle cooperative, alle associazioni e ai corpi di pace che 365 giorni l’anno si impegnano in attività di sensibilizzazione, lavoro e denuncia.

Seguiteli sui siti

http://www.coopaldiladeisogni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1&Itemid=116

http://www.coopaltriorizzonti.it/casa-di-alice/

 

Il viaggio continua in direzione Isola di Capo Rizzuto e la Cooperativa Terre Ioniche. #mangiastorieintour

Leggi tutto >>

Mangiastorie in tour

Parte questa sera dal Piemonte la carovana estiva dei Mangiastorie, progetto nato nel 2015 in Cascina Carla e Bruno Caccia a San Sebastiano da Po (TO). Il tour attraverserà alcuni beni confiscati alle mafie, Cooperative e realtà che sentono forte la sfida produttiva per generare un’economia sana e trasparente, sinonimo di dignità e di contrasto all’economia mafiosa, tra la Campania, la Calabria, la Sicilia e il Lazio. Il viaggio sarà un’occasione di incontro e di scambio per parlare di un’Italia che cambia, che unisce memoria e impegno.

 

I Mangiastorie porteranno il loro spettacolo basato sulle storie delle vittime di mafia, alternando il racconto alla canzone. Uno spettacolo che narra le vite di grandi uomini e donne come Bruno Caccia, Rita Atria, Hiso Telaray, Don Peppe Diana, Jerry Essan Maslo, Annamaria Torno e Pio La Torre. Tra i prodotti di Libera Terra, i giovani di Estate Liberi e il pubblico si snoderanno, parole e musica, voci, coraggio e scelte simbolo dell’Italia che vogliamo.

 

Stiamo per partire! Segui la carovana estiva dei Mangiastorie su facebook e su acmos.net. Se sei in vacanza tra Campania, Calabria, Sicilia e Lazio, invece, vieni a trovarci nei Beni Confiscati alle Mafie. #mangiastorieintour

Leggi tutto >>

Acmos: il racconto dell’anno

Molti appuntamenti, centinaia di persone incontrate, manifestazioni. Nell’ultimo anno sociale ci siamo impegnati in molti fronti: dalla scuola ai beni confiscati, dall’accompagnamento ai migranti allo sport.
Abbiamo viaggiato, partecipato a carovane in Italia ma non solo, per capire e comprendere il presente.
In questo video vi raccontiamo brevemente cosa ha rappresentato per il nostro movimento questi 12 mesi di lavoro e impegno.

Leggi tutto >>

#Boves2017: le interviste

Acmos, come ogni anno, si è ritrovata a Boves per il Campo del movimento.
Al centro della discussione il tema della disuguaglianza globale, attraverso una rilettura dell’insieme di processi che chiamiamo globalizzazione.
Per analizzare questo fenomeno sono stati chiamati molti relatori.
Vi proponiamo le interviste fatte ad alcuni di loro.

Leggi tutto >>

18esimo Campo di Boves: “Desigual, la terra va di moda”

Per il diciottesimo anno, Acmos si è ritrovata a Boves per il Campo del movimento.
Al centro della discussione il tema della disuguaglianza globale, attraverso una rilettura dell’insieme di processi che chiamiamo globalizzazione.
In quattro giorni di formazione, 90 giovani hanno incontrato 15 relatori per ragionare e discutere del tema.
Ecco il racconto di questa esperienza.

Leggi tutto >>

Processo Bruno Caccia: ergastolo per Rocco Schirripa

Ergastolo per Rocco Schirripa, pluripregiudicato e uomo di ‘ndrangheta. La DDA di Milano lo aveva arrestato nel dicembre del 2015 con l’accusa di aver preso parte all’omicidio di Bruno Caccia, l’unico magistrato assassinato al Nord Italia dalle mafie e la Prima Corte d’Assise, dopo ore di camera di consiglio, ha emesso verdetto di colpevolezza condannando l’imputato al carcere a vita.
Un punto di partenza per la famiglia che da anni si batte per ottenere la piena verità attorno al delitto di Bruno Caccia.
Per l’assassinio, nel ’92, Domenico Belfiore, a capo della ‘ndrangheta sotto la Mole, era stato condannato all’ergastolo per essere il mandante del delitto, ordinato perché il procuratore era inavvicinabile, incorruttibile e la sua azione ostacolava la disponibilità che la ‘ndrangheta poteva vantare con alcuni magistrati infedeli.
Oggi, dopo 34 anni, uno degli uomini che hanno partecipato al commando di fuoco ha un nome ed è quello di Rocco Schirripa, condannato in primo grado.
Ma questa sentenza potrebbe non rappresentare la conclusione del percorso per ottenere la piena verità attorno al delitto. La Prima Corte di Assise, infatti, ha disposto l’invio degli atti alla Procura di Milano per ulteriori attività di indagine.

Leggi tutto >>

Per una scuola inclusiva

ACMOS in partnership con “21marzo”, “Ser.Mais” e “Rime” e in collaborazione con “Uva, Le Discipline, Share, L’Egalitè e PrendiParte” avvia ufficialmente le attività del progetto “PER UNA SCUOLA INCLUSIVA: percorsi didattici e contronarrative per il contrasto alla discriminazione negli ambienti scolastici“, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ai sensi dell’art.12, comma 3, lett. F della legge 7 dicembre 2000, n.383, anno finanziario 2016.

Un percorso che ci porterà a ragionare del tema delle discriminazioni con gruppi di studenti di tutte le città dove opera la rete We Care, per costruire coscienza civile condivisa.

 

SCARICA IL PROGETTO

DICHIARAZIONE INIZIO ATTIVITÀ

Leggi tutto >>

Acmos: assemblea soci fine anno

Il movimento di Acmos si è ritrovato per l’assemblea soci di fine anno.

È stato un momento importante per analizzare insieme un anno molto inteso, fare un bilancio e pensare al futuro.

Chiusa l’assemblea del mattino, si è tenuto un coordinamento straordinario per condividere temi generatori del prossimo anno sociale.

Leggi tutto >>