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Il caporalato uccide, l’indifferenza pure

Ancora una strage di lavoratori, schiacciati non solo da lamiere accartocciate sulle strade italiane dopo aver raccolto pomodori per due euro l’ora ma dallo sfruttamento da parte di padroni, padrini e sfruttatori vari. Sono lavoratori uccisi dal bisogno, dalla disperazione, da un lavoro lasciato troppo spesso nelle mani del mercato criminale e dall’indifferenza. Ma anche dalle lacrime di coccodrillo di chi dopo ogni strage invoca controlli e (contro)riforme salvo riprecipitare nell’oblio dopo pochi giorni, per poi riparlarne alla strage successiva, dimenticando che nel nostro Paese vi è un morto sul lavoro ogni otto ore e due mila infortunati al giorno: quindi ogni giorno è strage. E ogni giorno aumenta la responsabilità di chi non vede, non sente, ma parla quando si contano i morti. Solo nell’agricoltura sono 430 mila i lavoratori e le lavoratrici sfruttati, di cui 130 mila in condizioni paraschiavistiche. E poi c’è l’edilizia, i trasporti, i servizi etc.

 

Per questo non facciamo appello alle Istituzioni le quali conoscono i loro doveri e se non li adempiono ne risponderanno davanti a chi democraticamente li giudica e controlla. Vogliamo invece rivolgerci a uomini e donne di buona volontà che non vogliono chiudere gli occhi davanti a un prodotto sottocosto sul banco di un supermercato, dietro il quale c’è una filiera che inizia con il sangue di disperati, migranti e italiani. Chi produce, vende, compra, usa un tale prodotto è l’altro capo dello sfruttamento. E non può più rimanere indifferente.

 

Facciamo appello ad associazioni, sindacati, persone e organizzazioni che ogni giorno vivono e combattono la violazione di diritti umani, le mafie, il caporalato, la tratta e ne sopportano il peso, vedendo calare ogni anno l’indice di dignità e legalità, dunque di democrazia del Paese.
Non ci stancheremo di ripetere che lo sfruttamento del lavoro, il controllo del territorio e l’umiliazione della persona sono il terreno in cui nascono e crescono le mafie. Così come contro le mafie, non basta chiedere che tutte le istituzioni facciano la loro parte, ma è necessario che ciascuno di noi apra gli occhi e combatta collettivamente perché i diritti non vengano dopo i prezzi, le persone dopo i prodotti, gli interessi economici criminali e illegali prima del lavoro legale.
A questo appello, con idee e fatti, si può aderire scrivendo a ilcaporalatouccide@gmail.com

Bruno Giordano, magistrato presso la corte di cassazione,
Marco Omizzolo, sociologo
Davide Mattiello, Benvenuti in Italia

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Acmos: un viaggio lungo un anno

Un viaggio, lungo un anno. Acmos si racconta incasellando i tasselli delle tante attività fatte nel corso degli ultimi mesi.
Viaggi, in Italia ma anche in Europa, convegni, manifestazioni e molto altro ancora.
Un racconto per guardare quanto abbiamo fatto e spronarci a fare di più, il prossimo anno.

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#Boves18: il racconto del Campo

Si conclude per noi un altro anno sociale. Come ogni anno, il diciannovesimo per la precisione, decidiamo di concluderlo insieme, come una grande comunità in movimento a Boves.

“Il cielo è di tutti”, questo il titolo dell’edizione 2018, che ha visto 100 giovani provenienti da tutta Italia ma non solo, discutere e dialogare sul tema delle discriminazioni.

La 5 giorni si è conclusa con la scrittura collettiva di una lettera inviata al Presidente del Consiglio.

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25 minuti in Colombia

Essendo passeggeri sulla moto si possono fare parecchie riflessioni, si entra in uno stato zen in cui i pensieri si mescolano con il vento in faccia, il freddo nella giacca e il rumore del motore.

Spesso per andare al lavoro nelle campagne colombiane, vengo accompagnata da simpatici moto-tassisti, che scarrozzano le persone dalla città alle veredas (piccole frazioni di campagna). Sono viaggi relativamente corti che però mi permettono belle chiacchierate o introspettive elaborazioni.

Ieri pomeriggio ho calcolato 25 minuti di viaggio e in 25 minuti mi sono successe almeno 4 cose bellissime, che mi fanno sentire la fortuna di immergermi tutti i giorni nella natura e nelle vite delle persone che la abitano.

Dopo 5 minuti di salita mi rendo conto che un cane ci sta correndo affianco, ha la lingua rosa tutta fuori per la fatica, ci accompagna e abbaia contento, è nero come la notte della campagna, in cui le uniche luci sono quelle delle case e quella delle stelle.

Ne passano altri 5 e dobbiamo rallentare, le mucche in mezzo alla strada non ci permettono di passare, non gli importa delle grida della padrona e vanno dove vogliono, sono giganti ribelli, hanno fatto il loro dovere ma non ne vogliono sapere di andare a dormire e soprattutto di stare in fila.

Dopo una curva bella stretta spuntano in lontananza due arcobaleni, gli indigeni colombiani dicono non si debbano indicare, portano sfortuna. Io me ne dimentico sempre e sempre grido di gioia. La pioggia che passa lascia l’erba umida e riempie gli occhi di colore.

Si strombazza ad ogni incontro, le persone vanno salutate tutte e sempre. Che siano amici, vicini, passanti, non importa. Il saluto fa parte della bellezza della campagna, è sufficiente un cenno del capo, un “adios” gridato, una mano sventolata. Incontriamo dieci persone e le salutiamo tutte, di alcune parliamo, che i gossip non sono mai abbastanza.

Dalla strada sterrata passiamo all’asfalto, le gambe ringraziano sempre il cambio, si rilassano un po’ e anche le ruote scivolano più tranquille. Siamo passati dai 1800 metri ai 2300, cambia l’aria, cambia il vento, cambiano le piante e le piantagioni. Dal caffè passiamo alle patate, entrambi immancabili in tutti i pasti colombiani.

Stringo forte il cappuccio perché non mi entri tanta aria nelle orecchie ma devo lasciarlo andare quando un cane meno simpatico del precedente cerca di mordermi la gamba, correndoci affianco. “Non smetterò mai di aver paura di questi cani” grido all’autista, sghignazza dentro il casco e mi tranquillizza “alla fine non mordono”.. bah.

Ci avviciniamo al pueblo, dove lascerò la moto per un mini van che porta a Pasto, il capoluogo del Nariño, dove vivo. Per le viuzze passano gli ultimi raggi di sole, sono le 6 ed è quasi buio. Mi mancano le sere d’estate in cui fino alle 9 e mezza c’è ancora luce , anche se è ormai un’abitudine considerare concluso il giorno molto presto.

Saluto il mototassista e pago il viaggio. Nelle cuffie cerco sempre di mescolare musica italiana e musica latina per accompagnare i mie ritorni a casa, il paesaggio andino crea accoppiate strane con i sottofondi di Calcutta, Liberato e Maria Antonietta.

Penso alla responsabilità di raccontare un’altra Colombia, dove si respira pace, dove si coltivano i frutti della terra e della pazienza, dove si cammina al tramonto immersi nella bellezza. A poche ora da qui è l’inferno. L’inferno della coca, della morte, della minaccia, della corruzione.

Dopo le recenti elezioni presidenziali, in cui la speranza, raffigurata da Gustavo Petro, candidato della sinistra, non ha potuto sconfiggere Ivan Duque, delfino politico di Alvaro Uribe, gli omicidi di leader sociali sono aumentati a dismisura.

Chi cerca di costruire speranza, cambio, cultura, viene sistematicamente fatto fuori, il neo governo nega implicazioni di qualsiasi genere ma non garantisce protezione e presenza laddove le minacce si fanno morte, dove la paura è tornata a farla da padrona.

Quasi ogni settimana si contano morti, contadini, indigeni, afro colombiani, sindacalisti, ecologisti, esponenti dei movimenti sociali. Due settimane fa ci si è riuniti nelle piazze colombiane per accendere una candela e cantare alla pace, alla tregua. La morte genera paura ma anche unione, forza.

La Colombia è uno dei paesi più biodiversi del mondo, un paese di tradizioni millenarie che neanche la crudele conquista spagnola ha distrutto, di frutta succosa, di paesaggi mozzafiato, il paese della salsa, della cumbia.

In soli 25 minuti di moto ci si può innamorare della Colombia, in tre anni è puro amore. Sono contenta di avere il privilegio di vivere in un paese che vuole cambiare, di lottatrici e lottatori, che vogliono scrivere nuove pagine e nuovi orizzonti, al di la della paura.

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Vittime dell’immigrazione: un altro passo verso l’intitolazione

Il 24 luglio la Commissione Toponomastica del Consiglio Comunale della Città di Torino ha deliberato l’intitolazione del Viale pedonale di via Livorno, che collega le due sponde della Dora e le Circoscrizioni IV e V di Torino, alle Vittime dell’Immigrazione, in risposta alla richiesta dei giovani di Acmos dello scorso 3 ottobre.

Il 3 ottobre è, per legge, giornata dedicata a tutte le Vittime innocenti dell’Immigrazione: il 3 Ottobre 2013, un “barcone” carico di migranti affondò a meno di un miglio dall’Isola di Lampedusa. Morirono trecentosessantotto migranti.

Per questa ragione abbiamo chiesto alla Città di Torino di rendere viva quella memoria, per rappresentare l’impegno a non dimenticare e per alimentare un orizzonte di solidarietà e accoglienza.

Hanno abbracciato questa causa tante personalità, tra i quali don Luigi Ciotti, Gian Carlo Caselli, Max Casacci, Fabio Geda, Boosta, Tareke Brahne, PIF e Roberto Saviano.

Esprimiamo soddisfazione per la scelta della Città di Torino e ci auguriamo che si possa inaugurare ufficialmente il viale pedonale per il prossimo 3 ottobre.

Affinché tutti coloro che quotidianamente cammineranno su quel ponte, possano tenere a mente che oggi il nostro Paese è primo approdo di persone che scappano da guerre e fame, in cerca di futuro.

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Il cielo è di tutti. E la terra? Lettera al Presidente del Consiglio

Una lettera collettiva, scritta da cento ragazzi provenienti da tutta Italia e da diversi paesi d’Europa, indirizzata al Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte.

Acmos, con le altre realtà associative del wecare, si sono ritrovate a Boves per un campo dal titolo “Il cielo è di tutti”. Al centro della discussione collettiva sono state le discriminazioni: da quelle più evidenti fino ad arrivare a quelle più subdole e nascoste,  delle quali ne siamo tutti in varia misura portatori. 

La società attuale, nostro malgrado, si basa sul concetto che il sistema debba favorire una certa fascia di popolazione a discapito di tutti gli altri. 

 

In un periodo storico in cui le divisioni e le differenze vogliono imporsi sempre più prepotentemente, la scelta è nuovamente quella di non arrogarsi il diritto di sentirsi immuni dal contesto, ma di stare in mezzo al dibattito abitando il conflitto e sentendosene parte.

Le nostre democrazie sono malate delle conseguenze di queste disuguaglianze: la fame e la miseria di milioni di persone che cercano giustamente un posto dove vivere dignitosamente (e nel nostro mare Mediterraneo ne vediamo solo una minima parte); lo sfruttamento di masse di lavoratori in ogni parte del globo a favore dell’arricchimento di pochi; la disoccupazione crescente figlia della smaterializzazzione del lavoro; la distruzione dell’ambiente e dei beni comuni vitali. 

 

Tutto ciò ci spaventa, ma non possiamo arrenderci, perché abbiamo una grande opportunità, nonostante le difficoltà evidenti.

 

Conseguenza e occasione di un mondo globalizzato è una società formata da tante culture: è compito della politica favorirla e tutelarla, lavorando affinché le differenze non diventino conflitto, pretendendo il rispetto dei doveri e dei diritti di tutti.
Bisogna ritornare a parlare dei diritti e dei doveri che costruiscono il nostro legame sociale, per non dimenticarci che le uniche categorie di persone da colpire dovrebbero essere quelle che non li rispettano: i mafiosi, i corrotti, gli speculatori senza scrupoli e gli imprenditori senza responsabilità. Queste persone sfruttano e alimentano la paura, per creare distanze e gestire il potere, per prendersi il nostro futuro. Sono loro che alimentano le disuguaglianze, indeboliscono e impoveriscono le democrazie, e vivono all’ombra dei capri espiatori di cui parlavamo. 

Per contrastare tutto questo, la società civile e la politica dovrebbero impegnarsi affinché l’Europa si fondi sulla democrazia, sulla solidarietà e sul rispetto dei diritti umani, superando i muri e le divisioni. 

 

Il nostro pensiero non può che andare ai 69 giovani norvegesi e laburisti che il 22 luglio del 2011, vivendo un’esperienza simile alla nostra sull’isola di Utoya, riflettevano su come realizzarla, quell’Europa che anche noi sogniamo: per questo sono stati sterminati da un criminale nazionalista che voleva uccidere le loro idee di democrazia e multiculturalismo. 

 

Anche per loro ci stiamo organizzando e impegnando, alimentati dalla speranza di un domani migliore, lavorando nelle scuole di ogni ordine e grado, abitando i quartieri delle nostre città, incontrando e convivendo con la diversità.
Chiediamo di fare altrettanto a chi ha giurato sulla nostra Costituzione, che ci impone di garantire e tutelare la giustizia sociale e la Pace. 

 

LEGGI LA LETTERA INVIATA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

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#Boves18 – Il cielo è di tutti

L’ultimo appuntamento dell’anno sociale del movimento ci vedrà impegnati a ragionare sul tema delle discriminazioni.

 

Si terrà nuovamente a Boves, dal 18 al 22 luglio, il raduno di Acmos e della rete nazionale We Care per fare un bilancio della strada percorsa e gettare le basi per la scelta dei contenuti futuri. Un campo compreso tra due anniversari fondamentali per la nostra storia: il 19 luglio, strage di via D’Amelio, e il 22 luglio, attentato a Utøya, eventi che hanno influenzato significativamente il senso del nostro agire quotidiano.

 

Boves, luogo simbolo della resistenza italiana al Nazifascismo, medaglia d’oro al valore civile e militare, ospiterà oltre cento giovani provenienti da diverse regioni d’Italia e da alcuni stati europei per confrontarsi sul tema delle discriminazioni, questione quanto mai attuale e spinosa.

 

A partire dalle discriminazioni più evidenti fino ad arrivare a quelle più subdole e nascoste, ne siamo tutti in varia misura portatori. La società attuale, nostro malgrado, si basa sul concetto che il sistema debba favorire una certa fascia di popolazione a discapito di tutti gli altri. Basti pensare alle notizie di cronaca che riguardano i migranti e il divario crescente tra ricchi e poveri, ma anche alle sempre più frequenti disparità di genere e di orientamento sessuale.

 

In un periodo storico in cui le divisioni e le differenze vogliono imporsi sempre più prepotentemente, la scelta è nuovamente quella di non arrogarsi il diritto di sentirsi immuni dal contesto, ma di stare in mezzo al dibattito abitando il conflitto e sentendosene parte.

 

Dunque, una discussione sempre più collettiva, animata da giovani piemontesi ma non solo. Il campo infatti quest’anno vedrà la partecipazione di una ventina di ragazzi provenienti da Firenze, Sarzana, Verbania, Novara e Roma, alcuni dei territori in cui è presente la rete nazionale We Care. Inoltre, grazie alle relazioni internazionali costruite negli anni dal progetto Meridiano d’Europa, sarà presente una delegazione di alcune associazioni europee. Rappresentanti di Artemisszió Alapítvány di Budapest, Human Rights House di Belgrado, Lviv Educational Foundation di Leopoli e Chalak Events di Istanbul porteranno la testimonianza diretta sul tema delle discriminazioni nei loro territori. Contesti che ci appaiono lontani, quando in realtà fanno parte del nostro continente e rappresentano in modo chiaro come l’emarginazione e la discriminazione si attuino attraverso politiche liberticide.

Un campo sempre più internazionale, per sentirsi tutti parte della stessa Terra. Per abbattere barriere e rimettere al centro le proprie responsabilità nel costruire un mondo con gli stessi diritti e gli stessi doveri per tutti.

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Ciao, nonna Adele

Il movimento di Acmos si stringe attorno a Isabella e alla sua famiglia in questo momento difficile.

Ieri è scomparsa Adele, la nonna materna di Isabella.

Presto vi comunicheremo la data dei funerali.

Un abbraccio forte e le nostre condoglianze, a seguito di questo lutto, a tutta la famiglia Spezzano.

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#magliettarossa: tutti gli appuntamenti in Piemonte

Sabato 7 luglio indossiamo una #magliettarossa per #fermarelemorragia di umanità!
Tutti gli appuntamenti in Piemonte.

Per approfondire clicca qui

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Una #magliettarossa per #fermarelemorragia di umanità

Rosso è il colore che ci invita a sostare. Ma c’è un altro rosso, oggi, che ancor più perentoriamente ci chiede di fermarci, di riflettere, e poi d’impegnarci e darci da fare. È quello dei vestiti e delle magliette dei bambini che muoiono in mare e che a volte il mare riversa sulle spiagge del Mediterraneo. Di rosso era vestito il piccolo Aylan, tre anni, la cui foto nel settembre 2015 suscitò la commozione e l’indignazione di mezzo mondo. Di rosso erano vestiti i tre bambini annegati l’altro giorno davanti alle coste libiche. Di rosso ne verranno vestiti altri dalle madri, nella speranza che, in caso di naufragio, quel colore richiami l’attenzione dei soccorritori.

Muoiono, questi bambini, mentre l’Europa gioca allo scaricabarile con il problema dell’immigrazione – cioè con la vita di migliaia di persone – e per non affrontarlo in modo politicamente degno arriva a colpevolizzare chi presta soccorsi o chi auspica un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà. Bisogna contrastare questa emorragia di umanità, questo cinismo dilagante alimentato dagli imprenditori della paura. L’Europa moderna non è questa. L’Europa moderna è libertà, uguaglianza, fraternità. Fermiamoci allora un giorno, sabato 7 luglio, e indossiamo tutti una maglietta, un indumento rosso, come quei bambini. Perché mettersi nei panni degli altri – cominciando da quelli dei bambini, che sono patrimonio dell’umanità – è il primo passo per costruire un mondo più giusto, dove riconoscersi diversi come persone e uguali come cittadini.

 

d. Luigi Ciotti, presidente nazionale Libera e Gruppo Abele

Francesco Viviano, giornalista

Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci

Stefano Ciafani, presidente nazionale Legambiente

Carla Nespolo, presidente nazionale ANPI

 

per adesioni  organizzazione@libera.it

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#EuropeanSolidarity: il flash mob di Torino

Ci siamo ritrovati sulle sponde del Po, a Torino. Abbiamo portato delle barchette di carta per chiedere al Consiglio europeo di cambiare il Regolamento di Dublino e assicurare equa condivisione delle responsabilità sull’accoglienza. #changeDublin #EuropeanSolidarity Per maggiori informazioni http://europeansolidarity.eu/it/

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Il sacrificio del cervo sacro

Steven (C. Farrell) è un cardiochirurgo e ha una bella moglie di nome Anna (N. Kidman): i due hanno due figli, Kim e Bob. Ma nella vita del medico ronza anche Martin (B. Keoghan), sedicenne dai modi garbati e il parlare cortese. Steven e Martin si frequentano, l’uomo fa dei regali al ragazzo e gli dedica molte attenzioni, al punto da presentarlo al resto della famiglia. Il padre di Martin, morto qualche anno prima, era un paziente di Steven. Lentamente, ma in maniera inesorabile, l’ambiguità del loro rapporto esploderà, incrinando l’equilibrio familiare in maniera angosciosa. Quando il piccolo Bob si ammala, senza che i medici riescano a capire di che si tratti, Steven inizia a sospettare che Martin c’entri. E’ solo una coincidenza?

Yorgos Lanthimos (“Alps”, “The Lobster”) torna al cinema con una pellicola inquietante, scritta nuovamente a quattro mani con Efthymis Filippou. E’ una parabola grottesca che scivola progressivamente nell’orrore, dove tutto contribuisce al risultato finale: la resa degli interpreti, le musiche, il talento del regista nel deformare le inquadrature e suggerire la tensione in maniera mirabile. Premiato a Cannes 2017 per la sceneggiatura.

Disturba e affascina in egual misura. Se volevate una commediola, lasciate perdere!

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Solidarietà europea: un flash mob sulle sponde del Po

Mobilitazione per chiedere ai Governi europei di cambiare il Regolamento di Dublino
Mercoledì 27 Giugno, ore 17.30 – Piazza Vittorio Veneto angolo Murazzi, Torino

Il 28 giugno il Consiglio Europeo discute di immigrazione: i Governi hanno la responsabilità storica di dare sostanza al principio di solidarietà su cui si è fondata l’Unione europea.
Chiedere asilo in Europa è un diritto, ma regole e politiche ingiuste continuano a far pagare a chi cerca rifugio il prezzo dell’incapacità dei Governi di affrontare il fenomeno migratorio.
Fenomeno che è necessario affrontare trovando risposte comuni, per evitare il ripetersi del caso “Aquarius”, con 629 persone bloccate in mare per giorni.
Il Parlamento Europeo ha già votato a larga maggioranza il superamento dell’ingiusto criterio del “primo Paese di accesso” per sostituirlo con un sistema di ricollocamento automatico che valorizzi i legami significativi dei richiedenti e impone a tutti i Paesi di fare la propria parte, come già chiedono i Trattati europei.
La battaglia per la solidarietà europea non si fa sulla pelle delle persone in mare ma cambiando le regole sbagliate come il Regolamento di Dublino.

Chiediamo ai governi Europei di condividere le responsabilità sull’accoglienza
Attraverso tre azioni
– Aderire alla mobilitazione con barchette di carta da liberare nel Po
– Scrivere al tuo Capo di Governo per chiedere che il Consiglio europeo del 28 Giugno cambi il Regolamento di Dublino per assicurare equa condivisione delle responsabilità sull’accoglienza
– Condividere sui social con l’hashtag #changeDublin #EuropeanSolidarity

Per maggiori informazioni europeansolidarity.eu

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