• Morire altrove: l’incontro
    Apriamo la seconda parte del secondo trimestre della nostra Scuola di Politica con una serata dal titolo “Morire altrove. Immigrazione e diritto alla ritualità”: il primo di tre incontri sul fine vita organizzati dalla Fondazione Benvenuti in Italia in collaborazione con la Fondazione Fabretti. L’evento si terrà lunedì 27 febbraio alle ore 21,00 presso Binaria,... Read more »
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La “voucherizzazione” dei precari della giustizia

Il lavoro quotidiano dei tribunali italiani è reso possibile da un “esercito” delle “toghe onorarie”. Senza il loro lavoro, la macchina della giustizia italiana sarebbe ferma. Ma chi sono questi giudici? Ce lo racconta Paola Bellone, portavoce nazionale del movimento sei luglio.

La Riforma della Giustizia inasprisce ulteriormente le condizioni di lavoro dei magistrati onorari. In che modo? Ce lo spiega ancora Paola Bellone.

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Hiroshima: aula studio in collaborazione con Acmos

Un nuovo progetto, un nuovo spazio, una nuova sfida per il nostro movimento.
I ragazzi del GecQuerie gestiranno un’aula studio all’interno di Hiroshima Mon Amour, inaugurata ufficialmente oggi. Questo percorso nasce dalle riflessioni scaturite della Campagna Nazionale per la Cittadinanza 2015-2016 “Think City” rispetto alla partecipazione giovanile in città e ai luoghi di aggregazione e di svago che questa fornisce.
L’aula studio sarà aperta nei pomeriggi di martedì, mercoledì e giovedì dalle ore 14.00 alle ore 18.00 in via Carlo Bossoli 83.
Venite a trovarci, studiate insieme a noi.

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Educazione linguistica: una riflessione sul Gruppo di Firenze

Sabato 4 febbraio il Gruppo di Firenze, un’associazione di docenti che si batte per “la scuola del merito e della responsabilità”, ha lanciato un appello al Presidente del Consiglio e al Ministro dell’Istruzione affinché sia affrontato il problema dell’educazione linguistica all’interno della scuola dell’obbligo. A loro parere, infatti, le carenze linguistiche degli studenti universitari (grammatica, sintassi, lessico), sono “appena tollerabili in terza elementare”. Questo appello è stato condiviso da più di seicento persone appartenenti al mondo della scuola, dell’università e della cultura ed è stato rilanciato dai maggiori media nazionali, provocando un dibattito anche molto acceso tra addetti ai lavori e non. Con questo articolo vorremmo spiegare perché queste soluzioni possano essere potenzialmente peggiorative per il sistema scolastico nazionale.

 

1. le richieste presenti nell’appello sono già all’interno delle attuali Indicazioni Nazionali

Le Indicazioni Nazionali per il Primo Ciclo sono un documento redatto e licenziato nel 2012 da una commissione guidata da Marco Rossi Doria. All’interno di esse sono presenti i traguardi di apprendimento che gli studenti devono aver raggiunto alla fine del terzo anno della Scuola Secondaria di Primo Grado (la vecchia Scuola Media). Il Gruppo di Firenze vorrebbe che queste indicazioni fossero riformulate per dare maggior rilevo “all’acquisizione delle competenze di base, fondamentali per tutti gli ambiti disciplinari”. Un proponimento sacrosanto, che però è già presente nei documenti attuali. Il capitolo delle Indicazioni Nazionali dedicato all’apprendimento della lingua italiana si apre infatti con questa premessa (Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, p. 28):

Lo sviluppo di competenze linguistiche ampie e sicure è una condizione indispensabile per la crescita della persona e per l’esercizio pieno della cittadinanza, per l’accesso critico a tutti gli ambiti culturali e per il raggiungimento del successo scolastico in ogni settore di studio. Per realizzare queste finalità estese e trasversali, è necessario che l’apprendimento della lingua sia oggetto di specifiche attenzioni da parte di tutti i docenti, che in questa prospettiva coordineranno le loro attività. (I più interessati se vogliono possono consultare l’intera premessa a questo capitolo)

2. La confusione tra il concetto di “programma” e quello di “indicazioni nazionali”

La proposta di modifica non è tuttavia un appello generico. Il Gruppo di Firenze specifica anche il come bisognerebbe trasformare le Indicazioni Nazionali, suggerendo che esse dovrebbero “contenere i traguardi intermedi imprescindibili da raggiungere e le più importanti tipologie di esercitazioni”. Ancora una volta i traguardi ci sono già, vengono formulati nel dettaglio e si riferiscono a tre diversi passaggi del primo ciclo: la terza elementare, la quinta elementare e la terza media (Chi volesse approfondire li trova qui Indicazioni Nazionalitraguardi specifici)

In questo caso, però, Il Gruppo di Firenze aggiunge il desiderio di esplicitare le principali esercitazioni a cui gli studenti devono essere sottoposti durante il loro percorso scolastico. Emerge così un altro grosso problema di questo appello, ossia il considerare sinonimi i Programmi e le Indicazioni Nazionali. In realtà non è così. Le indicazioni nazionali sostituiscono i programmi nei primi anni del 2000 per aderire a un principio oggi ineludibile: ogni scuola è autonoma perché nasce e vive in un territorio specifico con bisogni educativi specifici. Essa deve quindi elaborare il proprio intervento didattico in modo autonomo, pur avendo degli obiettivi comuni (e specificati nelle Indicazioni Nazionali) a tutte le altre scuole. I Piani dell’Offerta Formativa nascono in questo contesto normativo. In altre parole, le Indicazioni Nazionali dicono ad ogni scuola che deve raggiungere determinati obiettivi, senza però specificare il come. I precedenti Programmi ministeriali invece erano uguali per tutti gli istituti e non tenevano conto dei differenti contesti. Proponendo delle esercitazioni da somministrare per legge, il Gruppo di Firenze vuole così ridurre l’autonomia delle singole scuole e dei docenti. Ma che significato ha obbligare una classe a svolgere determinate esercitazioni, senza conoscerne il livello e le problematiche specifici? Nessuno.

 

3. Nel documento emerge un approccio reazionario all’insegnamento della grammatica

Un ulteriore punto presente nell’appello del Gruppo di Firenze riguarda “l’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano.”

Su alcune necessità non c’è che da essere d’accordo. Tanto più che le verifiche nazionali periodiche esistono già, verificano le conoscenze grammaticali e le abilità di comprensione del testo e vengono somministrate dall’istituto Invalsi più volte durante il percorso scolastico dei singoli studenti (su quanto siano efficaci bisognerebbe scrivere un altro articolo).

Ciò che risulta stucchevole è invece la richiesta di valutare a livello nazionale il dettato ortografico e la scrittura corsiva a mano. Un provvedimento che sarebbe invalidante per migliaia di studenti. Si pensi a tutti i bambini e ragazzi con disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) o alla sempre maggiore quantità di studenti stranieri che frequentano le nostre scuole. Come potrebbero non essere penalizzati?

Questo appello, quindi, nel sottolineare un punto importante, la scarsa alfabetizzazione degli studenti universitari, sembra proporre come soluzione una scuola del “ritorno al passato” in cui solo pochi (ma buoni) studenti sarebbero degni di accedere ai luoghi della formazione accademica.

Da dove (ri)partire quindi?

Quarantadue anni fa un gruppo di linguisti pubblicava le Dieci Tesi per l’educazione linguistica democratica, un decalogo volto a riformare l’insegnamento dell’Italiano stabilendo un forte nesso tra la conoscenza della lingua e l’esercizio dei diritti democratici (cfr Don Milani). Questo decalogo ispira oggi in modo evidente le Indicazioni Nazionali, ma purtroppo è ancora distante dalla prassi quotidiana dei docenti. Forse riscoprire le Dieci Tesi e applicarle in modo più diffuso potrebbe essere un punto da cui ripartire per migliorare la didattica dell’italiano nelle scuole.

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Radici e ali: le parole e i gesti dell’integrazione

“Radici e ali: le parole e i gesti dell’integrazione”, questo il titolo dell’incontro organizzato all’Istituto Plana  grazie alla collaborazione tra il progetto Scu.ter di Acmos e la scuola torinese.

Un’assemblea partecipata da circa 100 studenti per parlare di integrazione e dialogo.

A dialogare con i ragazzi sono stati Brahim Baya, Portavoce dell’Associazione Islamica delle Alpi e Farhad Bitani, giovane afgano che ha scritto nel libro “L’ultimo lenzuolo bianco” la storia della sua vita, quella di un bambino cresciuto nella violenza e nell’odio, che ha saputo riconoscere il valore delle differenze culturali, della libertà.

Due musulmani chiamati a dialogare con i giovani per parlare di Islam, terrorismo, religione.

Un incontro ricco di spunti, partecipato dagli studenti, che ha sottolineato il valore delle differenze, possibilità per la nostra società e non certo un limite.

Abbiamo intervistato i relatori della giornata.

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Ricerca precaria

Questa mattina a Palazzo Lascaris, il Gruppo Regionale del PD insieme al Coordinamento Ricercatori Precari Non Strutturati ha chiesto all’Università di Torino di aprire un dialogo per rivedere il piano di reclutamento dei nuovi ricercatori. “Il rapporto tra studenti e docenti sta diventando sempre più critico – spiega Angela Ambrosino, ricercatrice non strutturata – mentre il piano di reclutamento è insufficiente. Noi calcoliamo che ci vorrebbero circa 300 nuovi ricercatori per reggere il carico”.

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Manchester by the Sea

Lee Chandler (C. Affleck) è un uomo solitario e taciturno, attaccabrighe con chi lo guarda troppo, vive a Boston e si arrabatta con piccoli lavori di manutenzione, per gli inquilini di quattro stabili, neve da spalare in inverno compresa. Quando il fratello Joe (K. Chandler) muore, Lee si trova costretto a tornare nella natia Manchester by the Sea, dove apprende che Joe gli ha lasciato, nel testamento, il compito di essere il tutore del figlio sedicenne Patrick (L. Hedges). Lee è riluttante, ma si sente in dovere di seguire la volontà del fratello defunto, anche se tornare nella sua città di origine lo costringerà a fare i conti col suo passato.

Kenneth Lonergan, sceneggiatore e drammaturgo, porta sul grande schermo una storia di fragilità e dolore, nella dimensione più privata e frustrante. Zio e nipote si vogliono bene, ma non sanno prendersi vicendevolmente le misure, si scontrano e cercano di andare avanti insieme. Lee vive il senso di colpa enorme del suo passato e tornare indietro non sarà facile: a mano a mano che la vicenda procede, si capiscono le ragioni della sua esistenza da recluso che si è inflitto, della sua incapacità di esternare. E’ la storia, fondamentalmente, di persone che nel vivere la sofferenza umana, attuale o passata che sia, cercano di resistere e di dare un senso alla propria vita. Lonergan descrive con occhio lucido e mai retorico questa traiettoria: è un film di silenzi, di sguardi dolenti, di ellissi e dissolvenze. I ricordi più dolorosi sono spesso privi di dialogo, affidati alle note struggenti dell’Adagio di Albinoni. Ottima direzione degli attori, Casey Affleck ha già portato a casa un Golden Globe e un Bafta. 6 nomination agli Oscar, di cui tre per gli interpreti.

Nè leggero, nè istantaneo, come per definizione sono i percorsi carsici della catarsi.

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Un re allo sbando

Il re del Belgio Nicolas III è in visita in Turchia. Accompagnato dal suo staff, composto da tre persone, e da un regista che deve girare un documentario sul sovrano, per rilanciarne l’immagine pubblica. Mentre si trovano ad Istanbul, arriva la notizia della separazione della Vallonia dal resto del Belgio, fulmine a ciel sereno che tutti coglie di sorpresa e impone al re di tornare in patria il più in fretta possibile. Ma una serie di impedimenti bloccano la partenza immediata e Nicolas e i suoi attendenti, sempre seguiti dalla telecamera, fuggono al servizio di sicurezza turco e si imbarcano in un viaggio che li porterà in Bulgaria e in Serbia, con la speranza di arrivare in patria.

A metà strada tra la favola fantastica e il racconto grottesco, con episodi surreali e un umorismo forse troppo nordico per noi italiani, “Un re allo sbando” è una curiosa riflessione sulla solitudine di un monarca moderno: uomo schivo e spesso taciturno, Nicolas è costretto dall’etichetta e dal cerimoniale, dalla moglie e dal Premier, dai suoi collaboratori e dalla sua indole, ad accettare le altrui imposizioni. Bel paradosso per colui che è per antonomasia un capo, o per lo meno lo è stato in secoli passati, anche in maniera assoluta. Prigioniero dei suoi doveri, il re troverà modo di guardare alla vita con occhi nuovi, durante le peripezie del viaggio.

A tratti sgangherato, quasi onirico, sicuramente originale, forse incomprensibile fino in fondo, di certo spiazzante. Se amate il cinema on the road e le storie in salsa di provocazione, anche metaforica, dovete guardarlo!

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La battaglia di Hacksaw Ridge

Desmond Doss (A. Garfield) giovane ragazzo della Virginia, ha poco più di vent’anni quando gli Stati Uniti sono coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale. Suo padre è un decorato della Grande Guerra, che non ha mai fatto pace coi suoi fantasmi, è un alcolizzato, picchia la moglie, Desmond e l’altro figlio. Dopo Pearl Harbour e l’arruolamento del fratello, Desmond si innamora di una giovane infermiera ed è affascinato dalla medicina; anche lui, a un certo punto, sceglierà di servire il suo Paese, anche se con una convinzione particolare: rifiutare di imbracciare un fucile, ma prestare soccorso ai feriti sui campi di battaglia. Comincia così un duro addestramento, nell’ostilità dei suoi commilitoni, che non si fidano di quella che considerano la sua vigliaccheria, e la contrarietà dei suoi superiori, che cercano di deferirlo presso la Corte Marziale. Si ritroverà nella battaglia di Okinawa, uno degli ultimi teatri di guerra nel Pacifico, nel maggio 1945, quando il fronte in Europa era ormai finito. Nella sanguinosa presa di Hawksaw Ridge, contro i giapponesi, Desmond, aiutato dalla sua tenacia e dalle sue convinzioni religiose, compierà qualcosa che assomiglia un miracolo: salvare 75 compagni feriti, nell’inferno di fango, lacrime, sudore e sangue. A fine della guerra, il presidente Truman lo decora con la Medaglia d’Onore, massima onorificenza militare conferita a un obiettore di coscienza.

Film bellico anomalo, che vede il ritorno alla regia di Mel Gibson (“Braveheart”, “Apocalypto”, “La Passione di Cristo”), che per una prima metà racconta, con divagazioni sull’infanzia del protagonista, il lungo preludio al massacro di Okinawa. Nella seconda ora si tuffa a capofitto nella fisicità dello scontro, tra i proiettili e le bombe, senza risparmiare scene truculenti, come la guerra è in effetti. Alterna momenti più riusciti, a pagine meno entusiasmanti, con un Garfield protagonista di grande bravura. Un film che non è memorabile, che racconta un storia quella sì, memorabile. Gibson sa rendere con efficacia plastica il conflitto nella sua crudezza, ma indulge in una retorica religiosa, un po’ destroide e anche manichea (perfidi giapponesi) che pervade la storia e ne rallenta il ritmo.

Imperfetto, indubbiamente, ma con un suo fascino di interesse, non fosse altro per la straordinaria “parabola” umana di Desmond Doss.

Candidato a 6 premi Oscar, tra cui film, regia e Garfield protagonista.

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Meridiano D’Europa 2017: which Europe?

27 gennaio, Giornata della Memoria in ricordo delle vittime dell’Olocausto: uno sterminio di massa e un crimine contro l’umanità. Milioni di ebrei e, con loro, tutti i “diversi” discriminati e sterminati dal disegno nazista.

Partiamo da questa data, il punto più basso della nostra umanità generatosi proprio nella nostra Europa, per raccontare il nostro viaggio di speranza, convivenza pacifica, accoglienza, inclusione.

Un viaggio che pone le basi dal ricordo e dalla memoria per arrivare ad azioni concrete. Percorriamo un meridiano che collega Lampedusa a Utoya. L’isola su cui quotidianamente sbarcano sfinite le nuove speranze europee con quella dove sono state sterminate idee di solidarietà, pluralismo e laicità.

Il Meridiano d’Europa, arrivato alla sua terza edizione, è un progetto della rete WeCare, capeggiata da Acmos e composta da Rime, Sermais, Prendi Parte, 21 Marzo, Uva, Le Discipline, ShAre, L’égalité – in collaborazione con il MIUR, Direzione Generale per lo studente, l’integrazione e il media partner de La Stampa- al fine di sviluppare la cittadinanza attiva dei giovani nelle scuole secondarie per facilitarne l’inclusione sociale in ottica Europea e per aiutarli a sentirsi parte dei valori di questo continente.

L’itinerario di quest’anno porterà circa 250 giovani, provenienti da tutta Italia, a visitare Calais e Bruxelles, dal 6 al 10 maggio.

 

A Torino, Verbania, Novara, Sarzana, Bologna, Firenze, Trieste, Foligno, Roma e Parma i giovani delle associazioni organizzeranno dei percorsi educativi di avvicinamento al viaggio in 15 scuole dello Stivale, per approfondire, con gli studenti che prenderanno parte al viaggio, le tematiche che sono al cento di questa esperienza.

 

Calais e Bruxelles sono due luoghi simbolo di quanto l’Unione Europea sia oggi più che mai lontana dal sogno dei suoi padri fondatori, apparendo agli occhi dei suoi cittadini frammentata, disgregata, incapace di prendere decisioni comunitarie. In questo panorama di incertezza e difficoltà, la retorica che sembra essere più vincente è quella dello scetticismo, dei nazionalismi e della chiusura. Per questo il titolo di questa: which Europe? Ce lo domandiamo, insieme, cercando risposte.

Calais e Bruxelles rappresentano l’emblema della disgregazione di questa debole Europa e dell’indifferenza che rischia di condurre le nuove generazioni a non sentirsi più cittadini e parte di una storia europea.

 

Calais, città al confine nord della Francia e ormai ultima frontiera d’Europa, è la città che, come Lampedusa, è diventata il simbolo di un’Europa incapace di rispondere alla sua missione storica di accoglienza e delle speranze disilluse di migliaia di migranti che affollano “La Giungla”, zona ormai diventata un campo profughi abusivo. Luogo che rappresenta il fallimento delle politiche comunitarie in materia di accoglienza e lo strumento retorico per alimentare la paura verso i migranti e le forze disgreganti.

 

Bruxelles, la città in cui le politiche dell’Unione Europea prendono forma, plasmate dagli incontri e dalle intese tra funzionari, deputati, uomini di governo e gruppi di pressione. Città multietnica, composita, sede affascinante delle istituzioni, ma anche grembo di grandi contraddizioni e frammentazioni sociali. Bruxelles, la città in cui dialogare con le istituzioni europee, che, prime tra tutti, hanno il dovere di regolare questi cambiamenti e queste forti incongruenze poiché non portatrici di interessi particolari, ma di un bene collettivo.

Abbiamo deciso di viaggiare, di incontrare, di approfondire, discutere, di proporre, di fare rete.

Vogliamo un’Europa diversa e per farlo siamo convinti di doverla creare solo attraverso la creazione di una cittadinanza europea: i giovani, le nuove generazioni sono loro il futuro.

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La La Land

Nell’arco di poco più di un anno, si racconta la storia di Sebastian (R. Gosling), pianista squattrinato, che sogna di aprire un locale dove si suoni solo jazz e di Mia (E. Stone), cameriera in un bar degli studi cinematografici di Los Angeles, che vorrebbe fare l’attrice e continua a far provini e partecipare ad audizioni. Si incontrano continuamente, con le classiche schermaglie amorose dei film sentimentali, finché non si innamorano. Insieme andranno avanti, con l’entusiasmo ottimistico e serbando stretti i loro fragili sogni di gloria. Epilogo cinque anni dopo, quando il successo è arrivato per entrambi.

Damien Chazelle (vi ricordate 3 anni fa “Whiplash”?), a 31 anni spiazza tutti, firmando un musical, che non è solo una dichiarazione d’amore per il jazz: è una rivisitazione di un genere che non è più in auge sul grande schermo, dove i suoi clichè e i suoi classici vengono citati con affetto (come non pensare al pittore americano di Gene Kelly a Parigi?), per essere smontati e reinventati. Chazelle ha la mano sicura, lo si vede nel virtuosistico uso dei piani sequenza (l’inizio del film è folgorante e promette scintille per il resto della storia), nelle coreografie multicromatiche; i collaboratori tecnici, dal montaggio alla fotografia, sono di prim’ordine. Ma è la musica, e come poteva essere diversamente!, che ci accompagna per due ore di pellicola, scritta e diretta da Justin Hurwitz, che sapientemente dosa caratteri antitetici, come il pezzo d’apertura (“Another day of sun”), di euforia contagiosa e travolgente adrenalina, e il tema di Sebastian e Mia, malinconica melodia che suona al piano Gosling, leitmotiv della storia d’amore. E poi ci sono gli interpreti: Ryan Gosling di sorniona simpatia, Emma Stone (premiata a Venezia), in un personaggio delizioso e con una prova superlativa. Ed entrambi ballano e cantano! Gustoso cameo di J. K. Simmons (il perfido insegnate di “Whiplash”). 7 Golden Globes, tra cui i due protagonisti, canzone e musica, e due statuette per Chazelle, regista e sceneggiatore. 14 nomination agli Oscar, un record eguagliato solo da “Eva contro Eva” e “Titanic”.

E’ uno di quei film che sotto la scorza di apparente semplicità sentimentale, nasconde temi contraddittori: sa essere notturno e livido come una frustrante delusione, spensierato ed eccentrico come il bambino che è in noi e cui non vogliamo rinunciare, sudato e fumoso come certe partiture jazz e certe meschinità che contraddistinguono la nostra esistenza. Sa molto di jazz, di musica, di vita.

Chi l’ha detto che il mainstream non sappia essere emozionante?

Imperdibile, già pronto a scalare la classifica dei film del 2017!

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Quale lavoro? I video dei GEC

La Campagna nazionale per la cittadinanza 2016/2017 tratta il tema del Lavoro, come fondamento sociale del nostro stare insieme. Ma di quale lavoro possiamo parlare oggi? I giovani del movimento sono partiti da due aspetti: da un lato la progressiva automazione del lavoro, con la conseguente sostituzione della macchina all’uomo, dall’altro le nuove forme di schiavitù, come il fenomeno emblematico del caporalato. Dopo aver esaminato questi casi studio, ognuno dei ragazzi ha provato a rispondere alla domanda «Cos’è per me il lavoro?». Questo ha spinto i giovani a ricercare un confronto intergenerazionale; molti Gruppi di Educazione alla Cittadinanza (GEC) hanno pertanto organizzato un incontro con i genitori in cui, attraverso lo strumento del gruppo di narrazione, raccontare le proprie esperienze. Successivamente ogni GEC ha preso un esame un pensiero o un pensatore, contemporaneo o del passato, che avesse dato una definizione di lavoro, mettendo a confronto la società del pensiero/pensatori con la società odierna. Si conclude questa prima parte della Campagna con la realizzazione da parte di ogni GEC di un video di presentazione sul pensiero/pensatore, con le relative riflessioni sul mondo del lavoro oggi.

 

IL LAVORO NELLA STORIA

Questo lavoro ha dato vita ad una linea del tempo che affronta alcune concezioni del lavoro dall’antichità ad oggi, dando voce a personaggi e modelli teorici.

Guarda  La Timeline.

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Siria: il racconto delle violenze attraverso il web

Di Carolina Scarrone
Ali Yoshaa, ventisettenne, nato e cresciuto in Siria, è di orientamento religioso islamico. Si è da pochi anni laureato in ingegneria e, attualmente, lavora presso un ufficio in loco.

Decide di rendere pubblica la sua storia in un’intervista per denunciare le persecuzioni e il terrore che lo stato islamico cagiona ai cittadini siriani. Lo fa nel nome di una Siria piegata in due dal dolore e dalla sofferenza, nel nome di una Siria macchiata dagli oltraggi di una minoranza estremista, una Siria che ha tanto da offrire, ma che è ridotta a poche macerie.

 

La guerra, che ormai è in corso da sei anni, lo ha fatto crescere nel terrore e nell’incertezza di un possibile domani; si è più volte trasferito per sfuggire ai bombardamenti e alle guerriglie interne. Tre anni fa è stata l’ultima volta che ha trasferito la sua residenza, separandosi definitivamente dalla sua famiglia.

Ali è profondamente contrario all’islamismo concepito come tendenza terroristica, la sua religione, ha dichiarato, è ben altro; è fondata sull’amore e sulla pace, non sulla guerra e sul terrore.

Ali non vuole lasciare il suo paese e ha deciso di raccontare ciò che i suoi occhi vedono, e lo fa attraverso le possibilità del web.

Ha cominciato a farlo creando dei blog su Internet e sui social network più usati, nei quali apre accese proteste contro gli atti terroristici e denuncia le carneficine che vengono compiute nel nome di un dio che porta lo stesso nome del suo ma non gli stessi ideali.

Questa sua mossa ha subito attirato l’attenzione di molte cellule terroristiche che quindi lo hanno minacciato per spingerlo a chiuderli tutti. Lui non ha ceduto alle minacce che quindi son diventate sempre più prementi, tanto da bloccargli quelli ai quali son riusciti ad avere accesso.

Ali non si è arreso: quelli che si è visto chiudere, li ha riaperti e non solo, né ha creati di nuovi, più ricchi e dettagliati di prima.

A questo punto delle cellule islamiche hanno tagliato l’elettricità nella sua zona per cercare di isolarlo, l’hanno monitorato e seguito i suoi spostamenti: ha vissuto settimane nel buio e nel terrore, con precarietà di alimenti e di acqua. Più volte hanno cercato di eliminarlo: una prima volta lo hanno tenuto come ostaggio su un pullman insieme ad un’altra ventina di persone; è riuscito a salvarsi grazie al pronto intervento dei copri della polizia locale; ha dichiarato di aver visto la morte nei suoi occhi.

 

Una seconda volta è stato seguito mentre andava a sostenere un esame di laurea, gli hanno sparato ma si è salvato per miracolo; da quel momento si è trasferito.

Adesso è costretto ad agire con molta più discrezione ma non si è arreso alle pesanti intimidazioni che ha ricevuto.

La sua testimonianza ci deve far riflettere sul contesto siriano, sulla considerazione che, purtroppo, i media e alcune formazioni politiche hanno del mondo islamismo.

Questo ragazzo usa il web e la sua testimonianza battendosi  per qualcosa in cui crede: l’umanità.

“I belive in humans, I belive in humanity”: Questo è il messaggio che Ali vuole lasciare al mondo, un messaggio, che a costo della propria vita, vuole che arrivi a tutti noi.

 

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Nebbia in agosto

Ernst Lossa (I. Pietzcker) ha tredici anni, nella Germania nazista in guerra: è un ragazzino irrequieto, insofferente alla disciplina, senza una madre e con un padre venditore ambulante e senza residenza fissa. Passa da un istituto all’altro, finchè giunge all’ospedale psichiatrico di Kaufbeuren. Il direttore, dottor Veithausen (S. Koch) guida la clinica con pazienza e dedizione, anche se di quando in quando deve “spedire” i pazienti più mal messi, lontano dall’ospedale e ben presto si capisce per cosa: programma di eutanasia dei più deboli. Sono le direttive che arrivano da Berlino: i malati psichici, i disabili, gli epilettici, o comunque i più costosi degenti sulle casse del Reich devono essere eliminati. Veithausen ha degli assistenti, tra infermieri e alcune suore. Una di queste inizia a sospettare, dopo la fine dei viaggi dei malati considerati “terminali”, che in realtà il direttore abbia iniziato a praticare l’eutanasia all’interno stesso dell’ospedale, con discrezione e cercando di non destare allarmismo tra i pazienti. La suora cerca di opporsi, mentre Ernst si scopre generoso e altruista verso chi è più sfortunato di lui. La guerra incombe, ma anche questo non ferma il programma nazista, nella sua allucinata follia eugenetica.

Storia vera di Ernst Losse, assassinato nel 1944, come gli oltre 200mila “diversi” eliminati dai nazisti, tra il 1939 e il 1945. Bella sceneggiatura, su una pagina poco raccontata al cinema della barbarie hitleriana, musiche funzionali, ottima direzione degli attori: gli interpreti dei giovani pazienti della clinica sono tutti bravi, straordinario Pietzcker che dà a Ernst una credibilità umana notevole; bella prova anche per Koch (“Le vite degli altri”), abile nel rendere bene l’ambiguità del suo personaggio.

E’ un film che parla di molti temi, sotto il segno della banalità del male: senso di colpa, obiezione di coscienza, cecità bieca e obbedienza vigliacca sotto il regime di Hitler, condiscendenza immorale e complicità meschina negli omicidi dei più inermi. I titoli di coda raccontano la fine dei protagonisti, a guerra conclusa.

Mette i brividi e fa riflettere. Da guardare, non solo perchè è quasi il 27 gennaio.

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