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Contro lo sfruttamento e il caporalato: raccolta fondi

Una raccolta fondi per contrastare un sistema organizzato, strutturato, gestito molto spesso con metodi mafiosi, finalizzato allo sfruttamento dei lavoratori: il caporalato.

Un fenomeno diffuso in tutto lo stivale ma che nella zona del Pontino, a pochi chilometri da Roma, vede interessati 30mila braccianti che lavorano anche 12 ore al giorno per una paga misera, ricattati e sfruttati.

Sono lavoratori Sikh impiegati nei campi senza che venga riconosciuto loro alcun diritto.

La storia di queste persone l’abbiamo conosciuta attraverso Marco Omizzolo, sociologo e compagno di strada, che da anni studia e denuncia la situazione di estremo sfruttamento di queste persone.

In-Migrazione ha deciso di lanciare una raccolta fondi per combattere la schiavitù di questi lavoratori.

 

Una raccolta fondi che ha come obiettivi:

-creare un team specializzato di legali, mediatori culturali e assistenti sociali che per almeno i prossimi 12 mesi potrà:
– accompagnare ai servizi sociali del territorio con l’obiettivo di supportare gratuitamente i braccianti;
– orientare alla fruizione dei servizi sanitari e sostenere coloro che vivono situazioni più critiche e urgenti;
– fornire un  servizio di assistenza legale gratuita per assistere i lavoratori nelle questioni legate al contrasto del lavoro nero, al caporalato e allo sfruttamento nei campi.

 

Sostieni questa raccolta fondi, dona ora.

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Festa dei Vicini: ieri, oggi, domani

Sabato 15 e domenica 16 settembre si è tenuta a Torino la Festa dei Vicini, manifestazione che promuove le buone relazioni di vicinato e i legami di solidarietà sociale. Acmos ha aderito organizzando eventi in Casa Acmos e nelle tre coabitazioni giovanili solidali: Filo Continuo, Sorgente e Tessitori.
Un momento di festa e convivialità tra buoni vicini.

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Assemblea Soci 2018: non mancare!

La prima Assemblea Soci di Acmos dell’anno 2018-2019. Un primo momento per rivedersi e ricominciare tutti insieme. Un’occasione per lanciare le attività, mettendo al centro obiettivi e prospettive.

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Frontera

Si ce l’ho ancora”, tocco la tasca mille volte, il mio passaporto è ancora lì immobile, congelato dal freddo d’agosto sulle Ande. Ho sempre paura di perderlo e, come se avesse vita propria, mi assicuro che non scappi.

Sono alla frontiera tra l’Ecuador e la Colombia, devo tornare a casa, in Colombia, dopo una settimana di lavoro al di là della frontiera. In cuor mio spero non ci sia tanta gente per poter fare in fretta, mi aspettano ancora due ore di pullman per arrivare a Pasto, dove vivo e ho un gran sonno.

Ho uno zaino con i mie strumenti del mestiere: macchina fotografica, microfono, semi di mais, e l’agenda e un’altro, con i vestiti e delle conchiglie rubate alla spiaggia equadoreña. Pesano un sacco e mi faccio forza per trascinarli giù dal bus e iniziare la fila.

Ormai sono abituata a timbrare il passaporto, ce l’ho quasi pieno, capisco il regalo di un’Europa unita che ha abbattuto almeno la barriera dei timbri.

Lo scenario che si apre davanti ai mie occhi è incredibile. Una fila immensa accerchia come un serpente la sede della dogana, sia dal lato della Colombia che da quello ecuadoregno. In mezzo un ponte che si affaccia a strapiombo su un fiume, che passata la frontiera cambia nome, “Carchi” per l’Equador, “Guaitara” per la Colombia, stessa acqua, due nazionalità.

Ci sono due file, una per stranieri e colombiani e una per i venezuelani. E’ più o meno da ottobre dell’anno scorso che il flusso di migranti dal Venezuela è cresciuto in una maniera esorbitante, stando alle ultime cifre sono quasi 4 milioni ad aver abbandonato il paese.

La situazione è disperata, la moneta nazionale non vale ormai assolutamente più nulla e con un salario minimo non è possibile comprare neanche un pollo. Ormai è ordinario in Colombia vedere Venezuelani ai semafori che vendono caramelle e ragalano bolivares (moneta del Venezuela), “prendi, ormai non servono, puoi fare la collezione” ti dicono.

Nella mia fila, un sacco di turisti, impazienti, borbottanti, questi venezuelani hanno rovinato i piani della loro vacanza perfetta, che cattivoni! Per ingannare il tempo un paio di selfie e partite a carte. Ci dividono 10 cm dalla fila di Venezuelani ma sembra un abisso, la mancanza di empatia fa sembrare le due file mondi paralleli, uno fatto di zaini “Quechua” e vestiti tecnici (manco viaggiare in America Latina facesse di te Mesner) e dall’altro coperte, biberon, panini, pianti, spintoni.

Io cerco di chiacchierare con i vicini colombiani e venezuelani, “quel porco di Maduro ci ha ridotto così”, “povera gente”, “sono in fila da due giorni”, “fa un freddo cane”, “a quanto sta il pesos”. Mi dimentico del peso dello zaino, avanzo lentamente con il resto, sono passate due ore e abbiamo fatto 5 metri.

Le urla si fanno sempre più forti, non aprono i cancelli da un bel po’ e la pazienza mette a dura prova anche i più tranquilli, il mio vicino di coda è un peruviano esperto di orchidee, è appena stato in Colombia alla “feria de las flores” di Medillin, parliamo di agricoltura, di amore per la natura, ci proviamo a distrarre, a non pensare al freddo e alla situazione che ci circonda.

Arrivano le telecamere, a filmare le tende sotto cui stanno i venezuelani aspettando di passare, aspettando un timbro che chissà quando arriverà, per poter ricominciare, per poter sperare.

Arriva anche la Croce Rossa, con tisane calde e zuppa, che iniziano a distribuire a un’ennesima fila. C’è chi sulla frontiera ha trovato il proprio lavoro temporaneo, ogni 30 secondi si sente gridare “caffè”, “sigarette”, “panini”, “guanti”, “coperte”. Ci saranno 5 gradi e i piedi iniziano a congelarsi nel converse rosse che sbatto sul cemento.

C’è chi di lavoro porta le valige da un lato all’altro, “mi dai quanto vuoi, lascia che ti aiuti”.

Una soffiata di alcuni vicini mi avvisa che c’è una nuova coda, solo per i colombiani, penso che ho la carta d’identità colombiana, ci provo. Saluto i miei vicini e mi metto di nuovo in coda. Passano 15 minuti e già siamo dentro, guardo alla mie spalle il serpente-fila, mi viene da piangere.

Una signora che ha appena spintonato e litigato con un’altra per entrare, appena dentro mi dice “Che scorretti questi venezuelani eh??”, “Dopo tre giorni di fila non so cosa farebbe lei”, le rispondo seccata e con due occhi che non lasciano dubbi.

Timbro, taxi, pullman e eccomi a casa, dopo 4 ore e mezza di coda e due di viaggio. Ad abbracciarmi il mio coinquilino venezuelano, a cui racconto dell’orrore della frontiera, del freddo a cui devono resistere i suoi connazionali, delle urla e gli spintoni.

Non sono mai stata in Venezuela ma è come se la conoscessi per i suoi racconti, le sue spiagge paradisiache, le sue cascate, le sue città trafficate, il suo rum, le arepas, il suo sogno di un sistema diverso, che è crollato come Lego, il petrolio, quell’accento inconfondibile con cui si parla spagnolo.

Mi chiedo cosa posso fare, sento la necessità di aiutare, di capire. Forse scrivere non servirà a nessun venezuelano che sta scappando e lasciando la sua famiglia, che ha fame e freddo e che spera in un futuro migliore, ma è il mio contributo, per quella mamma che stava allattando suo figlio sotto una coperta di pile, per quel signore che vende le mele e i guanti, per quel gruppo di ragazzi che sta arrivando a piedi fino a Quito e per tutti i camerieri, gli operai, le donne delle pulizie, che prima erano dottori e ben pagati.

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La pietà scomparsa in Siria abita negli occhi dei bambini

di Alessandro Ciquera
Hammoud e Khaled sono due bambini di sei e otto anni, vengono da un villaggio del distretto di Houla, in Siria, che ha vissuto l’assedio dell’esercito siriano, e delle milizie sue alleate per sette anni. Hanno vissuto tanti inverni.
Hanno lo sguardo che parla tanto, vispo, in certi casi quasi ostentano sicurezza. Passano da fasi di spregiudicatezza nel racconto dei dettagli a momenti di silenzio e timidezza, in cui ritornano piano nel loro mondo fatto di ricordi e di incubi. Quanto spazio può esserci nella testa di un bambino, l’immaginazione è uno strumento potente che riesce a costruire un senso e una narrazione anche dove nessun adulto riuscirebbe a trovarne.
Raccontano quasi correndo, del rumore degli aerei, del mondo in cui si inclinano prima di colpire, delle pale degli elicotteri. Hanno vissuto anni ad Houla, loro padre aveva costruito un rifugio dentro l’abitazione, a cui si accedeva passando attraverso una botola nel pavimento. Un mondo segreto, che ti raccontano come se fosse il loro luogo nascosto, qualcosa di cui essere orgogliosi, una avventura da raccontare. L’ombra passa in fretta sui loro volti, quando parlano della bomba che ha colpito casa loro, facendo franare tutto, ritornano a parlare correndo, dell’esplosione, delle urla di una loro cugina, del Corano sporco di calce, della zia insanguinata, e delle mani forti che li hanno tirati fuori dalla fossa scura, ancora prima che arrivasse la protezione civile della provincia.
Hanno mangiato foglie e gatti, cucinato l’erba che cresceva per strada, dopo i primi anni non riuscivano più a coltivare le terre fuori dal villaggio per il pericolo dei cecchini filo-governativi, che volevano affamare l’enclave ribelle. Parlano di raccolti bruciati e del massacro confessionale che hanno subito, con 110 martiri tra i civili, uccisi a colpi di mitra, coltelli e attrezzi da lavoro, come se fossero agnelli al macello, senza pietà.
La pietà è scomparsa dalla Siria, si dice abiti ancora, negli occhi di due bambini sperduti e confusi, che amano raccontare la loro storia, a chi si ferma ad ascoltarla, a Tel Abbas.
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Sulla mia pelle

Storia tragicamente nota di Stefano Cucchi (A. Borghi): trentunenne romano, arrestato nell’ottobre 2009, per possesso e spaccio di stupefacenti. Stefano è picchiato in caserma da alcuni carabinieri, rifiuta di denunciare l’accaduto per paura, il suo fermo viene convalidato dal giudice e, viste le precarie condizioni di salute, viene detenuto nell’ospedale militare Pertini a Roma, da dove non uscirà che morto. Intanto, fuori, i genitori e la sorella Ilaria cercano, senza successo, di poterlo vedere o almeno avere sue notizie: un muro di burocratica ostilità li respinge, fino alla notifica dell’autorizzazione all’autopsia, una settimana dopo l’arresto di Stefano.

Film coraggioso, che ha già sollevato polemiche tra le forze dell’ordine, “Sulla mia pelle” esce oggi nelle sale e in contemporanea su Netflix (annunciate proiezioni gratuite in giro per l’Italia, da associazioni e collettivi), lungamente applaudito alla Mostra del cinema di Venezia.

Alessandro Borghi superiore ad ogni elogio, fa rivivere Stefano letteralmente sulla sua pelle, Jasmine Trinca nella parte della sorella Ilaria e Max Tortora in quella del padre Giovanni. Il regista Cremonini ha fatto un film asciutto, splendidamente fotografato, con una sceneggiatura che non fa sconti a nessuno, ma senza giudicare. Lascia in sospeso una domanda, latente: come è potuto accadere un fatto simile (e non è stato l’unico), in un Paese che si dice civile? La risposta sta in quella catena di omertà, negligenze, omissioni, violenza e responsabilità penali che determinarono la morte di Stefano. Sembrerebbe un incubo allucinato, non fosse accaduto davvero.

Attualmente c’è un processo in corso a carico di alcuni carabinieri, oltre alle responsabilità di medici e personale sanitario mai del tutto acclarate.

Da vedere anche se fa male.

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Torino for Syria: il racconto della manifestazione

di Graziella Lavanga

Sono migliaia i detenuti siriani imprigionati senza motivo, scomparsi o morti a seguito di torture. Un comitato di cittadini siriani ha organizzato per l’8 settembre 2018 a Bruxelles, una manifestazione che invitava alla partecipazione degli ex detenuti nelle carceri siriane, residenti in Europa. A sostegno di quella giornata i profughi siriani accolti a Torino attraverso i corridoi umanitari hanno organizzato un presidio in piazza Castello. La Fondazione Benvenuti in italia, insieme al comitato “Torino for Syria”, Giovani Democratici, Altre Prospettive, Amnesty international e ACMOS, ha partecipato all’iniziativa.

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Festival dell’Europa solidale e del Mediterraneo 2° Edizione

Il video racconto dei tre giorni della seconda edizione del nostro festival a Ventotene. Grazie a tutti coloro che hanno partecipato e contribuito alla realizzazione dell’evento.

#generazioneponte

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La scuola SI-CURA. Buon inizio anno!

Agli studenti, agli insegnanti e a tutto il mondo scolastico vogliamo augurare buon anno scolastico rimettendo al centro la parola sicurezza che, per noi, significa memoria e corresponsabilità.

Memoria dei bambini di San Giuliano di Puglia, di Vito Scafidi e dei ragazzi della casa dello studente dell’Aquila.

 

Corresponsabilità intesa come cura dei luoghi, delle relazioni e di tutti coloro che appartengono alla comunità scolastica.

 

Insieme a voi vogliamo stimolare il dibattito pubblico partendo dalle prime azioni del nuovo governo:
– la chiusura di ItaliaSicura, struttura di missione composta da istituzioni e associazioni per la riqualifica dell’edilizia scolastica
– lo stanziamento di 2,5 milioni di euro per l’installazione di telecamere
– l’intensificazione dei controlli delle forze dell’ordine fuori dai cancelli delle scuole
– l’impegno economico del Ministero dell’Istruzione per la messa in sicurezza degli edifici scolastici.

 

Questi primi passi del Governo possono rispondere alle tante esigenze e bisogni del nostro sistema scolastico e della sua sicurezza?

Dopo tanti anni di impegno, insieme alla Fondazione Benvenuti in Italia, crediamo che la chiusura della struttura di missione sia una grande sconfitta per il nostro paese, l’installazione di telecamere e l’intensificazione dei controlli non rispondano alla richiesta di maggior sicurezza che, invece, si raggiungerebbe con la creazione di una comunità scolastica coesa e l’impegno economico debba essere monitorato sia nell’effettivo stanziamento dei fondi che nella realizzazione dei lavori di manutenzione.

 

La risposta non è certo semplice, ma siamo convinti che, alla base di tutto, sia necessario alimentare la cultura della sicurezza attraverso percorsi educativi credibili, che non tengano conto solo delle strutture, ma anche della creazione di un contesto sano, accogliente e democratico.

L’asterisco che avete trovato all’ingresso delle vostre scuole vuole essere un promemoria, un arrivederci tra i banchi e in piazza il 22 novembre, Giornata Nazionale per la sicurezza scolastica.

Buon anno!

 

Per tenerti aggiornato visita il sito della Fondazione Benvenuti in Italia 

GUARDA LE IMMAGINI DELL’AZIONE 

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Idlib: La tempesta perfetta

di Simone Bongiovanni 

È lo stesso Staffan de Mistura a dare l’allarme: quella che si sta per abbattere contro Idlib, ultima roccaforte ribelle in Siria, sarà una “tempesta perfetta”, ha detto l’inviato speciale ONU in un incontro a Ginevra lo scorso venerdì. Tutte le tessere del puzzle si stanno rapidamente incasellando: dalle manovre degli alleati del governo di Damasco agli “incidenti” e notizie tendenziose su cooperanti e caschi bianchi, fino al più classico degli spauracchi come l’uso di armi chimiche, invocato dall’una e dall’altra parte.

 

Insomma, quella che esperti internazionali si affrettano già a definire come l’ultima battaglia della crisi siriana sarà un vero e proprio bagno di sangue, un finale degno e spaventoso del più drammatico conflitto di questo nostro inizio di secolo.

 

Per capire il dramma umano di cui stiamo parlando, in questi anni, nella provincia agricola del nord siriano si sono ammassati circa tre milioni di profughi interni, abbandonando le loro case, in fuga dalla geografia dei massacri e delle devastazioni. Vivono sotto il controllo delle forze armate ostili al presidente Bashar Al Asad, un fronte spaccato tra centinaia di gruppi armati, ribelli e fondamentalisti. Fonti internazionali restituiscono un panorama desolante nella provincia di Idlib, con condizioni sociali e umanitarie già al limite della precarietà e che non lascerebbero alcuna speranza alle famiglie ormai stremate da sette anni di conflitto. L’inizio di operazioni militari e bombardamenti non darebbe via di scampo alla provincia stretta in una morsa tra i governativi a sud e i territori occupati dalla Turchia a nord.

 

Intanto il governo di Damasco prepara l’assalto finale, giustificando il sicuro costo in vite umane con lo spettro dei fondamentalisti islamici di Al-Nusra, la componente siriana di Al Qaeda. A niente valgono i velleitari scambi di accuse e minacce tra Washington e Mosca, ed è proprio il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov, ad annunciare una muscolare dimostrazione di forza nelle acque del Mar Mediterraneo da parte della flotta del Cremlino, probabile deterrente ad un intervento estero.

 

Ma nell’assordante caos di accuse, appelli e smentite c’è un rumore di fondo che sovrasta qualsiasi altro. Il silenzio. Il totale silenzio del nostro sdegno.

 

Dove sono le manifestazioni di piazza come negli anni ’60 per la guerra in Vietnam? Dove sono le bandiere della Pace esposte sui balconi come per la guerra in Iraq? Forse sono rinchiuse in qualche armadio, impolverate e a brandelli, un po’ come la nostra capacità di indignarci.

 

Ecco allora la “tempesta perfetta” si sta preparando per abbattersi ancora una volta sulla Siria, se sarà l’ultima ce lo dirà soltanto la Storia. Intanto rintaniamoci sotto coperta, e chiudiamo bene i boccaporti, chissà che qualche schizzo possa arrivare a disturbare la nostra amata tranquillità.

 

Ma per fortuna c’è ancora chi non si arrende neanche di fronte alle tempeste perfette, indossa l’impermeabile e si getta nella burrasca.

 

Così sabato 8 settembre alle 11:30 saremo in Piazza Castello, per restare uniti davanti all’inevitabile, per chiedere verità e giustizia per le oltre 75.000 persone scomparse nelle carceri siriane, per dire che di fronte all’ennesimo disastro umano le nostre coscienze non possono rimanere calme come un mare in bonaccia.

 

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Giornata per la liberazione dei prigionieri della dittatura siriana

Famiglie per la libertà: rivogliamo indietro i nostri cari!
Torino 8 settembre 2018 ore 11,30 Piazza Castello angolo via Garibaldi

Un comitato di cittadini siriani, residenti in Europa, ha organizzato per l’8 settembre a Bruxelles, davanti al Parlamento europeo, una manifestazione che invita a partecipare gli ex detenuti nelle carceri siriane, residenti in Europa.

Il comitato organizzatore invita a prendere parte, in concomitanza con l’iniziativa, a mobilitazioni nei vari territori.

A sostegno di questa giornata, a Torino il Coordinamento “Torino for Syria”, Benvenuti in Italia, Giovani Democratici, Altre Prospettive si fanno promotori di una manifestazione che si svolgerà l’8 settembre alle ore 11,30 in piazza Castello angolo via Garibaldi. Parteciperà Amnesty International, Circoscrizione Piemonte e Valle d’Aosta.

Porteranno la loro testimonianza profughi siriani, accolti a Torino attraverso i corridoi umanitari, che hanno vissuto direttamente l’esperienza del carcere in Siria.

Sono stati invitati i rappresentanti delle Istituzioni e del Comitato Regionale per i diritti umani.

Interverranno:
Monica Cerutti, Assessora Regionale
Daniele Valle, Consigliere Regionale
Fabio Trocino, Comitato regionale Diritti umani
Davide Mattiello, Presidente Fondazione Benvenuti in Italia

Come documentato dalla mostra “Nome in codice Caesar – Detenuti siriani vittime di tortura”, sono migliaia i detenuti siriani, imprigionati senza motivo, scomparsi o morti a seguito di torture. Mostra esposta al Parlamento europeo e a Torino, al Polo del ‘900, su iniziativa della Fondazione Nocentini.

Secondo il rapporto di Amnesty International del 2017, tra il 2011 ed il 2015 sono 13.000 le persone giustiziate nel carcere di Saydnaya e 75.000 quelle scomparse dai centri di detenzione non ufficiali. “Saydnaya è la fine della vita, la fine dell’umanità” ha dichiarato Abu Muhammad, ex guardia di questo carcere militare, situato a 30 km da Damasco.

Gli omicidi, le torture, i massacri che avvengono a Saydnaya dal 2011 sono perpetrati dalle autorità siriane come parte di un attacco sistematico contro la popolazione civile, come sta avvenendo drammaticamente in questi giorni ad Idlib, l’ultima importante città della Siria non controllata dal regime.

Le violazioni registrate nelle carceri siriane sono crimini contro l’umanità e devono essere perseguiti. Il governo siriano deve lasciar entrare osservatori indipendenti per indagare su quanto è successo e sta succedendo.

Inoltre, nelle ultime settimane ci sono state vari contatti da parte della polizia siriana che comunicava alle famiglie la morte dei loro cari per motivi naturali. Si tratta di prime parziali ammissioni di decessi avvenuti in carcere. Con l’iniziativa di Bruxelles, gli ex detenuti sopravvissuti vogliono fare pressione presso le varie Istituzioni affinché si impegnino a far luce su questa realtà ed a chiedere al regime siriano di garantire ai detenuti il rispetto dei loro diritti.

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Non in mio nome

Le sottoscritte associazioni, comunità, partiti, insieme a tante e tanti cittadine e cittadini di Ivrea ed Eporediese vogliono manifestare il proprio profondo dissenso e indignazione per il grave comportamento del Ministro dell’Interno (e dell’intero governo) della nostra Repubblica in merito alla vicenda della nave “Diciotti” della Guardia Costiera.

 

Vogliamo far sentire forte il nostro “NON IN MIO NOME” e lo faremo trovandoci in Piazza Ferruccio Nazionale a Ivrea lunedì 27 agosto a partire dalle ore 18.30 riuniti in un sit-in.

Non vogliamo fare parte di quegli italiani per i quali il Ministro dell’Interno dice di agire. Vogliamo, invece, che vengano rispettati i diritti sanciti dalla nostra Costituzione nell’art. 2 che recita “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.” e dell’art. 10 che afferma “… Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica …”; nonché i diritti universali dell’accoglienza.

La maggioranza delle persone viene dall’Eritrea (130), hanno una nazionalità che assicura protezione internazionale quasi automatica in tutti i paesi europei” (Daniela de Robert, delegata del garante per le persone detenute e private della libertà personale)

Nell’occasione, chiederemo ai cittadini che interverranno di sottoscrivere una lettera aperta al Sindaco e al Presidente del Consiglio Comunale di Ivrea, nella quale chiediamo che si facciano portavoce del nostro dissenso verso le Istituzioni superiori dello Stato Italiano.

Prime adesioni: ANPI, Acmos, Agathon, Albero della Speranza, Associazione Rosse Torri, Centro Documentazione Pace, Centro Gandhi, Circolo Rifondazione Comunista Ivrea, Cooperativa Mary Poppins, Comunità del Castello di Albiano, Ecoredia, Fondazione Benvenuti in Italia, Good Samaritan, Libera Ivrea e Canavese, Legambiente Dora Baltea, Mdp Art. 1 Ivrea, MIR Ivrea, Osservatorio migranti, Potere al Popolo, Sinistra Italiana, ZAC!

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Il caporalato uccide, l’indifferenza pure

Ancora una strage di lavoratori, schiacciati non solo da lamiere accartocciate sulle strade italiane dopo aver raccolto pomodori per due euro l’ora ma dallo sfruttamento da parte di padroni, padrini e sfruttatori vari. Sono lavoratori uccisi dal bisogno, dalla disperazione, da un lavoro lasciato troppo spesso nelle mani del mercato criminale e dall’indifferenza. Ma anche dalle lacrime di coccodrillo di chi dopo ogni strage invoca controlli e (contro)riforme salvo riprecipitare nell’oblio dopo pochi giorni, per poi riparlarne alla strage successiva, dimenticando che nel nostro Paese vi è un morto sul lavoro ogni otto ore e due mila infortunati al giorno: quindi ogni giorno è strage. E ogni giorno aumenta la responsabilità di chi non vede, non sente, ma parla quando si contano i morti. Solo nell’agricoltura sono 430 mila i lavoratori e le lavoratrici sfruttati, di cui 130 mila in condizioni paraschiavistiche. E poi c’è l’edilizia, i trasporti, i servizi etc.

 

Per questo non facciamo appello alle Istituzioni le quali conoscono i loro doveri e se non li adempiono ne risponderanno davanti a chi democraticamente li giudica e controlla. Vogliamo invece rivolgerci a uomini e donne di buona volontà che non vogliono chiudere gli occhi davanti a un prodotto sottocosto sul banco di un supermercato, dietro il quale c’è una filiera che inizia con il sangue di disperati, migranti e italiani. Chi produce, vende, compra, usa un tale prodotto è l’altro capo dello sfruttamento. E non può più rimanere indifferente.

 

Facciamo appello ad associazioni, sindacati, persone e organizzazioni che ogni giorno vivono e combattono la violazione di diritti umani, le mafie, il caporalato, la tratta e ne sopportano il peso, vedendo calare ogni anno l’indice di dignità e legalità, dunque di democrazia del Paese.
Non ci stancheremo di ripetere che lo sfruttamento del lavoro, il controllo del territorio e l’umiliazione della persona sono il terreno in cui nascono e crescono le mafie. Così come contro le mafie, non basta chiedere che tutte le istituzioni facciano la loro parte, ma è necessario che ciascuno di noi apra gli occhi e combatta collettivamente perché i diritti non vengano dopo i prezzi, le persone dopo i prodotti, gli interessi economici criminali e illegali prima del lavoro legale.
A questo appello, con idee e fatti, si può aderire scrivendo a ilcaporalatouccide@gmail.com

Bruno Giordano, magistrato presso la corte di cassazione,
Marco Omizzolo, sociologo
Davide Mattiello, Benvenuti in Italia

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