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  • L’usura nel novarese
    Il video report dell’Osservatorio provinciale sulle mafie di Libera Novara prova a fotografare il tema dell’usura nel Novarese, a partire dalle principali operazioni giudiziarie e dalla testimonianza diretta dei diversi soggetti impegnati a contrastare il fenomeno. A Cura di Libera Novara ... Read more »
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#acacciadisapori: grazie a tutti

Vogliamo ringraziare quanti hanno sostenuto il progetto #acacciadisapori dei Cascina Caccia.

Il Crowd Founding, che Banca Etica ci ha permesso di aprire sulla piattaforma on line, si è concluso e grazie al contributo di ognuno di voi siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo prefissato…non era facile!

Pensiamo che la realtà del bene confiscato Cascina Carla e Bruno Caccia si debba sempre più circondare di persone che credano nella possibilità del cambiamento. Il lavoro che verrà generato grazie a questa raccolta fondi sarà un ulteriore segnale di come un bene confiscato può dare la possibilità di generare lavoro per giovani, a volte anche svantaggiati, e di creare prodotti g(i)usti e buoni!

Per tutti coloro che hanno diritto al premio con i prodotti di Cascina Caccia vi invitiamo a partecipare a una delle serate estive, che si svolgono in cascina Caccia in cui potrete mangiare in compagnia la pizza del forno a legna e godere di spettacoli teatrali e musicali. In allegato la locandina degli eventi. In questo modo potrete ritirare direttamente in cascina il vostro premio!

Per chi invece fosse impossibilitato a raggiungerci, vi chiederei gentilmente di scrivermi e provvederemo a spedirvelo.

Ancora un grande grazie a tutti,

Vi aspettiamo in cascina!

 

Un grazie, a tutti voi

Alberto Pivotto, Ornella Bachiglione, Fabio Campia, Donato Iannelli, Viola Serraglio, Thomas Ghibellino, Francesca Rosina, Vittoria Marchiori, Dominique Wittwer, Roberta Bluffi, Francesca Rispoli, Giulio Pasteris, Marina Girando, Paolo Geco, Salvatore Gatto, Luca Magone, Marco, Valerio, Francesco, Blanca, Gabriele, Marisa, Silvio, Assunta Maria, Michelangelo, Francesco, Alberto, Jonny, Claudia, Marilla, Stefano, Raoul, Silvano, Gian Carlo, Cristina, Claudia, Marco, Enrico, Gianfranco, Gianni, Fabrizio, Anna, Alba, Paolo, Donato, Andrea, Maria, Sara, Francesca, Claudio, Salvatore, Arianna. Ivano, Antonio.

 

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Meridiano d’Europa: intervista a Miralem Pjanić

Meridiano d’Europa: un testimonial d’eccellenza per il nostro progetto. Pochi mesi fa abbiamo avuto la fortuna d’incontrare Miralem Pjanić, uno dei calciatori più famosi e forti al mondo.

Miralem ci ha raccontato di come è stato costretto a lasciare la sua Bosnia a causa della guerra nell’Ex Jugoslavia, di cosa significa emigrare e crearsi una prospettiva futura in un paese nuovo, anche attraverso lo SPORT, e di come quest’ultimo può rappresentare un mezzo attraverso il quale ricucire cicatrici causate dalla guerra, dalla violenza e dall’odio razziale.

di Ado Alili

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In nome di mia figlia

Il 10 luglio 1982 Andrè Bamberski (Daniel Auteuil) riceve una telefonata in cui la ex moglie gli comunica la morte della figlia quattordicenne Kalinka. La ragazza stava trascorrendo le vacanze in Germania con la madre e il fratello, a casa del patrigno, il dottor Dieter Krombach (Sebastian Koch). Col passare delle settimane Bamberski si convince che dietro il decesso della figlia ci sia la responsabilità di Krombach: inizia a sospettare che l’uomo possa averla violentata e poi uccisa, simulando un collasso grazie alle sue competenze mediche e manipolando gli esiti dell’autopsia. Bamberski raccoglie prove in questa direzione, e dopo anni di impegno riesce a far processare in contumacia il dottor Krombach, che viene condannato da un tribunale francese; tuttavia le pratiche dell’estradizione sono lunghe e macchinose, ma più che altro manca la volontà politica di riportare in Francia il colpevole. La Germania (Krombach è tedesco) vuole evitare di dare risalto a una vicenda vergognosa, di cui è protagonista un suo cittadino. Bamberski si scaglia contro l’ignavia dei funzionari delle burocrazia, l’ottusità del personale politico e giudiziario, viene tacciato di paranoia e medita di mettere in pratica un’azione illegale, pur di assicurare il colpevole alla giustizia. La sua lotta dura 27 anni, prima di riuscire nel suo intento.

Storia vera e straziante, sostenuta da un ritmo secco e implacabile, come il protagonista della storia (al solito un Auteuil in gran forma), che non concede smagliature o scarti retorici: in questo la regia di Vincent Garenq è funzionale e sottile. Inquietante la figura di Krumbach (bella prova anche di Koch), professionista dall’aspetto rassicurante, che invece era un criminale seriale; deprimente quella dell’ex moglie di Bamberski, che non riesce a vedere il male che aveva sotto gli occhi per tanto tempo, nemmeno a distanza di anni.

Restano gli interrogativi profondi, al di là della vicenda tragica, sulla giustizia, la possibilità di punire i colpevoli, la ricerca di verità contro un sistema a volte pachidermico e distratto, per non dire forse negligente.

Ritratto di un uomo clamorosamente determinato, in un film che lascia molte domande e si astiene da ogni giudizio.

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Torino multietnica: il Ramadan

Vogliamo scoprire la Torino  Multietnica e, per farlo, il progetto Salvagente, in collaborazione con alcuni studenti dell’Università di Torino, analizzerà diversi temi legati all’integrazione ed ai contesti storici, politici, culturali e religiosi dei paesi di origine delle principali componenti etniche presenti sul territorio torinese.

 

Questi articoli mirano a decostruire alcuni degli stereotipi e dei pregiudizi più diffusi dai mass media riguardo all’identità, la storia e la cultura araba e la religione musulmana.

Ecco il primo articolo di Manuela Dragotta

 

Volendo definire il Ramadan in modo strettamente letterale, esso rappresenta il quarto dei cinque pilastri che sono alla base della religione islamica. “Sawm” (digiuno) è l’astensione totale da cibi, bevande, rapporti sessuali e fumo dall’alba al tramonto per l’intero mese di Ramadan, nono mese del calendario islamico (calendario lunare), sacro in quanto ‹‹mese in cui fu rivelato il Corano come guida per gli uomini e prova chiara di retta direzione e salvezza›› (Sura II, vv185).

Il Ramadan è obbligatorio per tutti i musulmani tranne che per alcune persone in momenti particolari della loro vita. Sono esentati infatti i malati di mente, i malati cronici, i viaggiatori, i minorenni, le donne in gravidanza e quelle che allattano. Mentre per le donne in fase mestruale vi è la possibilità di “interrompere” il Ramadan a condizione di “recuperare” i giorni perduti.

I giorni di questo periodo sono scanditi in modo abbastanza rigido da una sequenza di azioni, tutto ha inizio con la Niyyah (intenzione) ovvero una piccola preghiera che accompagni l’inizio del digiuno e, seguendo l’esempio del Profeta, è raccomandabile fare un frugale pasto prima dell’alba (suhur) ed uno al tramonto, momento in cui il digiuno si interrompe (iftar) con acqua o latte e uno o tre datteri (o comunque sempre in numero dispari), solo dopo si procede con la cena vera e propria (solitamente ricca di cibi calorici per affrontare la giornata successiva con le forze necessarie).

 

Abbiamo chiesto a M. egiziano, sunnita praticante emigrato in Italia da qualche anno insieme alla sua famiglia e a K. di origine marocchina, anche lei sunnita praticante, residente a Torino dall’età di 7 anni, di raccontarci come vivono questo mese di preghiera e digiuno.

 

Raccontami un tuo giorno tipo durante il Ramadan.

M.: Provo a fare tutto quello che farei normalmente, avendo cura di rispettare tutti i momenti di preghiera. Per me il vero sacrificio è mentale, non fisico. Diciamo che non riuscire a digiunare è una cosa a cui puoi abituarti, ma provare a non avere pensieri impuri, a non parlare male di chi ti sta vicino, a rispettare chiunque ti stia intorno è la vera difficoltà ..

 

K.: La mia giornata tipo inizia prima dell’alba, in quel momento si mangiamo tutti quei cibi che possono dare forza ed energia durante la giornata, evitando cibi molto salati e molto piccanti perché .. poi vado a dormire e mi alzo la mattina, facendo tutto quello che farei normalmente quindi studio e lavoro, l’unica differenza è che faccio attenzione ad utilizzare bene la poca energia che ho. Al tramonto poi, si rompe il digiuno ..e qui i cibi che mangio sono diversi a seconda che io sia sola o con la mia famiglia. Poi si prega e ognuno è libero di fare la preghiera e la lettura del Corano come vuole, c’è chi preferisce andare in moschea e chi pregare da solo.  

 

 Preferisci vivere questo momento qui in Italia o nel tuo paese d’origine?

M.: Come in ogni cosa ci sono pro e contro. Mi piace passare il Ramadan nel mio paese perché tutti sono concentrati su quello e quindi senti davvero un’atmosfera di raccoglimento, ci sono più moschee e avere tutta la famiglia accanto fa molto. Ma proprio per questo a volte diventa tutto “troppo”: le cene sono piene di cugini che fanno chiasso e vogliono giocare o che essendo più piccoli non capiscono ancora l’importanza di questo momento. Qui in Italia, sia io che i miei genitori siamo più concentrati sulle preghiere e sull’applicazione della disciplina interiore. Come contro posso dire che in Italia ci sono molte più tentazioni mentali che in Egitto, questo sì.. belle ragazze abbronzate e poco vestite non sono l’ideale per restare puri di cuore (dice ridendo).

K.: Io sono cresciuta qui, ho iniziato a farlo qui e l’ho sempre fatto qui. Non sono mai stata in Marocco nel periodo del Ramadan, mi piacerebbe molto farlo lì ma sento che l’Italia è anche il mio paese, quindi è indifferente.

 

Quanti anni avevi quando hai iniziato a fare il Ramadan?

M.: Ho iniziato a digiunare all’età di dodici anni.

 

K.: Quando ero piccola vedevo le mie sorelle più grandi che avevano già iniziato a digiunare e pensavo che volevo farlo anche io perché la vedevo come una sfida. Mi chiedevo se anche io un giorno sarei riuscita a digiunare come i grandi, non lo vedevo ancora dal punto di vista religioso perché non avevo ancora fatto il mio percorso spirituale.. Non c’è stato un momento preciso in cui ho iniziato a farlo, è stato per me naturale iniziare il Ramadan nell’età della pubertà.

 

Che atteggiamento avrai nei confronti dei tuoi figli? Trasmetterai loro il Ramadan come un “obbligo”?

M.: Farò tutto il possibile per convincerli che bisogna farlo .. ma glielo insegnerò gradualmente.

 

K.: Cercherò di far seguire loro lo stesso percorso spirituale che ho seguito io ma darò loro libertà di scegliere. Vorrei che la religione non fosse un’imposizione, dato che è qualcosa di spirituale, qualcosa che parte da dentro, qualcosa a cui  l’individuo deve arrivare da sé. Non può essere costretto. 

 

Quali sono le domande che ti vengono poste più spesso riguardo a questa tradizione? E come rispondi.

M.: Ci sono diversi tipi di persone che fanno diversi tipi di domande. C’è chi è veramente interessato e chi invece in realtà non lo è. In genere le domande più frequenti sono : “Ma come fate a non mangiare tutto il giorno?”, “Poverino! E adesso quanto dura questa sofferenza?” Alcune non volte non rispondo, se vedo che l’interesse è reale dico che lo faccio perché mi piace e perché sono stato abituato a farlo fin da bambino.

K.: “Ma non puoi mangiare niente niente niente? Neanche assaggiare?” E io ridendo rispondo : “No, niente niente!”. Ma non mi infastidisce, è giusto che la gente faccia delle domande su cose che non sa e a me fa piacere quando una persona è interessata. E’ mio compito informare sulla mia religione.

 

Cos’è per te il Ramadan?

M.: E’ il quarto pilastro dell’islam per me è un obbligo farlo a meno che non ci siano dei  motivi particolari che te lo impediscono. E’ un’abitudine e se non lo facessi tutti mi prenderebbero in giro.. Sento che se non preghi e non fai il Ramadan sei escluso da tutta la comunità.

 

K.: Il Ramadan ha sempre avuto un’atmosfera familiare molto bella come per voi potrebbe essere il Natale. Anche per chi non crede è un’occasione in cui la famiglia si riunisce, è bello dopo 15 ore rompere il digiuno tutti insieme. È un momento di festa ma anche una soddisfazione personale riuscire ad arrivare a fine giornata senza aver mangiato. Quando sta per finire il Ramadan mi viene nostalgia per i momenti di riflessione che ho avuto e per il clima familiare che si è creato. Posso dire che questo mese insegna la pazienza? Forse è proprio questa la vera jihad: vedere il cibo davanti a te e trattenerti dalla tentazione di portarlo alla tua bocca. Il senso della festa non è abbuffarsi di cibo dopo il tramonto, ma pensare a chi davvero non può mangiare tutti i giorni, sarebbe anche compito di chi non può adempiere il suo compito perché impossibilitato o malato dare da mangiare ad un povero.

 

 

 

 

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Armonia, festival in ricordo di Bruno e Carla Caccia. Edizione 2016

Con Armonia, l’arte libera il bene, da orami 8 anni ricordiamo con l’arte e la bellezza Bruno Caccia, magistrato assassinato dalla ‘ndrangheta a Torino, il 26 giugno del 1983.
Lo facciamo in un luogo un tempo appartenuto alla famiglia Belfiore: il mandante dell’omicidio, Domenico Belfiore, ha vissuto in questa cascina, che oggi è dedicata al magistrato e a sua moglie Carla.
In questi 3 giorni, centinaia di cittadini hanno partecipato alle serate che hanno proposto buon cibo, arte e ottima musica.
Ecco il racconto del festival.

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Indagati per aver aiutato i migranti. Il caso di “Ospiti in arrivo”

Sono accusati di favoreggiamento della permanenza di stranieri presenti illegalmente in Italia per trarne ingiusto profitto ed invasione di edifici. Sette volontari dell’associazione “Ospiti in Arrivo” hanno ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini da parte della Procura di Udine, per fatti risalenti agli inizi del 2015. Udine, città del Friuli Venezia Giulia, dall’inverno rigido e impietoso, all’epoca dei fatti contestati ha visto l’arrivo di migranti provenienti dalla rotta balcanica, in maggioranza cittadini pachistani e afgani.

Persone in fuga, arrivate in una città senza strutture e servizi per accoglierli. Così, un gruppo di cittadini attivi, ha deciso di dar loro una mano. Hanno distribuito coperte e pasti caldi, alleviando le difficoltà di queste persone. In sostanza hanno fatto quello che la città non era in grado di garantire.
Ma per queste azioni, che potremmo – senza difficoltà alcuna- annoverare nella solidarietà umana, è stata aperta un’indagine, conclusa con le accuse prima citate. Nessuno per ora è a processo, ma il rischio che questa interpretazione della magistratura rappresenti un precedente pericolo per quanti operano per aiutare i migranti è concreto.
Per capire meglio la questione e la dinamica andiamo posto alcune domande a Laura Gubinelli, presidente dell’Associazione “Ospiti in arrivo”.

 

Quando nasce la vostra associazione e cosa è accaduto a Udine a cavallo tra il 2014 e il 2015?

Nell’estate del 2014, di fronte all’arrivo nella nostra città di decine e decine di migranti provenienti dalla rotta balcanica, inizia la nostra attività. Inizialmente eravamo una decina di persone, cittadini attivi che non hanno girato lo sguardo di fronte a quanto stava accadendo di fronte a noi. Questi migranti, in maggioranza provenienti da Pakistan e Afganistan non avevano nulla e noi abbiamo cercato di dare aiuto ed accoglienza. All’epoca Udine era impreparata a dare risposte al fenomeno migratorio. A queste persone, arrivate in un Paese straniero, stremati da lunghi viaggi, abbiamo fornito delle coperte, per sopportare le temperature rigide dell’inverno, beni di prima necessità e cibo. Erano come invisibili per la città e trovavano rifugio in luoghi di fortuna, in assenza di un sistema istituzionale di accoglienza. Numericamente il fenomeno è cresciuto nel tempo: da 30/40 persone ci siamo ritrovati a fornire cibo, in un parco pubblico, anche a 100 persone.

 

Che tipo di informazioni avete dato ai migranti presenti nella vostra città?

Dovete tenere a mente che queste persone sono arrivate a Udine, fuggendo da un territorio lontano per motivi umanitari, e non parlano la nostra lingua, quindi per loro conoscere i passaggi per avviare le pratiche necessarie all’ottenimento dello status di richiedente asilo è difficile, se non impossibile. Mi sembra una cosa normale e umana. Abbiamo fornito informazioni basilari a chi ci aveva dimostrato la volontà di intraprendere il percorso per l’ottenimento della protezione umanitaria, in un una città che si era trovata sprovvista di fronte all’arrivo dei migranti.
In tutto questo periodo noi abbiamo costantemente informato e ci siamo relazionati con le istituzioni, con l’obiettivo di risolvere questa emergenza per evitare di lasciare queste persone in mezzo ad una strada, ma i processi per mettere in moto strutture e servizi di accoglienza hanno tempi molto lunghi.

 

Cosa vi contesta la magistratura?

E’ arrivato un avviso di conclusione di indagini preliminari in merito ai fatti che vi ho appena raccontato. Le contestazioni vanno dall’aver trovato un luogo per questi soggetti, fornito loro del cibo e di aver accompagnato 30 soggetti presso la Caritas. In sostanza nel fascicolo di accusano di aver favorito l’immigrazione clandestina, proprio per aver fornito informazioni e aiuto ai migranti.
Non voglio giudicare il contenuto delle carte, e se mai ci sarà un processo ci difenderemo dalle accuse. Ma siamo convinti di non aver fatto nulla di male, anzi: abbiamo solo aiutato delle persone in difficoltà.

 

Qual è la situazione ad Udine, oggi?

Oggi Udine, come Gorizia e Pordenone, sono mete di transito per migranti in cerca di protezione umanitaria. Gli arrivi sono diminuiti rispetto all’anno passato, ma il fenomeno esiste e purtroppo ci sono ancora delle carenze.

 

Ci sono state delle dimostrazioni di solidarietà rispetto alla notizia di chiusura delle indagini nei vostri confronti?

Abbiamo ricevuto attestati di solidarietà dai cittadini di Udine, ma non solo. Una petizione su change.org ha raggiunto 5mila sottoscrizioni e giornalisti di testate nazionali, come Fabrizio Gatti, hanno raccontato la nostra esperienza.
Credo che il punto da focalizzare non sia tanto la nostra vicenda giudiziaria, ma chiediamoci perché sono nate tutte queste associazioni. Perché esiste un vuoto, esistono delle carenze, risposte mancanti che le istituzioni non sono ancora riuscite a dare. Inoltre, credo che questa vicenda debba far riflettere tutti, in particolare modo tutti coloro che operano nel sociale, nell’ambito dell’accoglienza e dell’aiuto dei migranti che, dopo questo fatto, potrebbero essere a rischio di indagini giudiziarie.

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# 8 Diario Europeo – Un manuale antiretorico dell’Unione europea

A cura del Centro Studi di Acmos

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Il Meridiano d’Europa di quest’anno ci ha aiutati a migliorare la nostra conoscenza di un Paese come l’Ungheria che è attualmente una “frontiera” della Ue. E sappiamo come interpreta questo ruolo: la motivazione ufficiale della scelta di costruire il muro di 175 km al confine con la Serbia è che solo proteggendo la frontiera esterna della Ue si può mantenere la libera circolazione delle persone nell’area Schengen. Dunque dovremmo, in qualche modo, essere “grati” (sic) all’Ungheria che, svolgendo questa funzione di gendarme, garantisce a tutti noi una fondamentale libertà quale è quella di muoversi senza impedimenti all’interno dell’Unione.

 

L’orientamento assunto dall’Ungheria di fronte alla questione dei rifugiati e più in generale rispetto ai migranti, e soprattutto i toni usati dal primo ministro Orban, rimandano ad una tappa importante dell’integrazione europea, quale il cosiddetto “allargamento a Est” del 2004, che ha visto l’ingresso di alcuni Paesi ex socialisti (Ungheria, Polonia, Slovacchia, Lettonia, Estonia, Lituania, Repubblica Ceca e Slovenia).

 

La storia di questi Paesi e le motivazioni che li hanno spinti ad aderire all’Unione erano diverse dalla storia e dalle motivazioni dei Paesi fondatori, anche se già questi ultimi non potevano dirsi in tutto e per tutto eredi del Manifesto di Ventotene: la crisi dei migranti ha fatto esplodere le contraddizioni.

 

Prendendo spunto da queste contraddizioni vale la pena di interrogarsi sulla storia dell’integrazione europea affrontando la lettura di testi che riflettono criticamente su di essa.

Un paio di mesi fa è stato pubblicato dalla Manifestolibri il testo di Luciana Castellina Manuale antiretorico dell’Unione europea, dal sottotitolo Da dove viene (e dove va) quest’Europa.

L’autrice è stata tra i fondatori dell’esperienza politica e giornalistica de Il Manifesto e in particolare è stata parlamentare europea per più legislature.

 

In questo testo ripropone un suo scritto del 2007 pubblicato in occasione dell’anniversario della firma del Trattato di Roma del 1957, in cui presenta, prima, una storia delle nuove istituzioni europee e, poi, una rassegna su “Le sinistre e l’integrazione europea”. A questo vecchio libro viene premesso un nuovo saggio intitolato “2007-2015. Il tempo dell’emergenza”, che integra la storia delle vicende europee ripartendo dal 2007, anno in cui si fermava la precedente trattazione.

 

Ciò che ha spinto la Castellina a scrivere è che la storia dell’integrazione europea è stata narrata “con tale agiografica esaltazione, da coprire con un velo pietoso la sua vera storia”. Questa affermazione spiega la scelta di quella espressione “Manuale antiretorico” che dà il titolo al volume. Per fare un solo esempio, l’autrice sostiene che quasi nessuno si accorse, nel 1957, della nascita della CEE: basta consultare i giornali dell’epoca e le memorie scritte dai protagonisti politici di quel tempo; per non parlare dei federalisti europei che la definirono un “mostricciattolo” e di Altiero Spinelli che la disconobbe pubblicamente.

Alla narrazione “retorica” la Castellina contrappone una lettura “critica”: in questo articolo isoliamo alcune delle tesi che costituiscono lo scheletro del suo ragionamento.

 

Da sempre due interpretazioni si confrontano sull’origine della Comunità europea: per alcuni nasce come creatura statunitense negli anni della guerra fredda (e già il piano Marshall ne è in qualche modo l’anticipazione), per altri nasce dall’intento degli europei di avere un peso maggiore nei confronti degli Usa. La Castellina sembra propendere per la prima pur riconoscendo la complessità della questione: dagli accordi di Bretton Woods  (che gettano le basi del sistema di relazioni monetarie internazionali), in cui gli Usa cercano di imporre una politica liberista che sarà incorporata nei Trattati europei, alla creazione della Ceca (Comunità europea dell’acciaio e del carbone) volta a recuperare il potenziale bellico della Germania in funzione antisovietica, la regia è nelle mani del gigante atlantico. Oggi, tramontato il pericolo sovietico, l’impronta americana sull’Unione europea si può vedere, per la Castellina, proprio nelle scelte attuali dell’Unione che tendono a costituzionalizzare il neoliberismo, cioè il principio dell’economia di mercato e della libera concorrenza. Nei Trattati europei si abbandonano i principi dello Stato sociale presenti nelle costituzioni europee: si abbandona così la tradizione europea per il modello Usa che disconosce i diritti sociali.

 

Negli ultimi 10 anni, inoltre, la Ue ha accelerato il suo cammino verso un modello istituzionale post-parlamentare e post-democratico. Sono stati creati nuovi organismi e meccanismi amministrativi privi di legittimazione democratica: ne è un esempio la cosiddetta “Troika” (composta da un rappresentante della Commissione europea, uno del Fondo monetario internazionale, uno della Banca centrale europea) che prende importanti decisioni in ambito economico e di cui il Parlamento europeo ha invano cercato di dimostrare l’illegittimità istituzionale. Persino il Tribunale costituzionale  federale tedesco ha sostenuto la non democraticità delle decisioni del Consiglio Europeo dei Ministri perché in esso siedono solo gli esecutivi, cioè i rappresentanti della maggioranza e non dell’opposizione (non vi è la dialettica prevista dai regimi parlamentari), concludendo che la Germania non può accettare un eccessivo trasferimento di sovranità alle istituzioni della Ue in quanto questa non è dotata di un sufficiente grado di democraticità. La conseguenza, per la Corte tedesca, è che, allo stato attuale, sono i parlamenti nazionali che devono avere l’ultima parola sulle decisioni assunte a Bruxelles in sede intergovernativa.

 

Il deficit democratico dell’Unione fa tutt’uno con l’assenza di un “popolo europeo”. L’impegno è stato finora concentrato sulla costruzione delle istituzioni europee e non della “società europea”: mancano corpi intermedi (associazioni, partiti, sindacati, media) in cui il popolo si esprima e attraverso cui si formi un’opinione pubblica europea (pensiamo ai partiti che sono solo una rete di partiti nazionali, all’assenza di un comune sistema radiotelevisivo). Una vera cittadinanza europea può esistere solo sulla base del senso di appartenenza ad una comunità: tale senso di appartenenza non potrà essere esclusivo perché esiste, potente, il senso di appartenenza nazionale ma deve comunque avere un connotato forte che impedisca che quello nazionale prenda il sopravvento risultando l’unico a contare (come purtroppo sperimentiamo in questi anni di crisi). Senza “cittadini europei” può risultare vano anche rafforzare i poteri del Parlamento di Strasburgo.

 

Ciò che manca è l’individuazione chiara, e la valorizzazione, di ciò che è specificamente europeo: per la Castellina lo è la storia dell’Europa come “traduttrice di valori” contro le identità rigide; lo è il Welfare e la resistenza a ridurre ogni dimensione umana alle priorità dell’economia. L’esempio paradigmatico di ciò che è Europa possiamo rintracciarlo nella sua gastronomia: “Sebbene in ognuno dei suoi Paesi, e anche in ogni sua regione, i cibi siano diversissimi, in tutti c’è un analogo gusto per la diversità, in tutti il mangiare non è solo nutrizione ma occasione sociale, e attorno al cibo si scandiscono gli eventi della vita. La mcdonaldizzazione stenta ad affermarsi, sebbene produrre mille formaggi anziché uno sia assolutamente antieconomico. La totale riduzione degli alimenti a merce, insomma, non è stata ancora possibile. Così come la competizione non è riuscita ad essere la sola regola che governa la società”.

 

Crediamo che un’iniziativa come il Meridiano d’Europa vada proprio nella direzione auspicata dalla Castellina: lavorare, attraverso l’educazione alla cittadinanza europea, alla creazione di un “popolo europeo”, di una “società europea” al cui interno possa nascere un movimento transnazionale di cittadini che operi per il rinnovamento in senso democratico delle istituzioni europee.

 

#1-Il ministro del Tesoro della Ue

 #2- Brexit e profughi

#3-Il rinato impero asburgico contro i migranti

#4-La disintegrazione dell’Unione europea

#5 – Frontiere e nazionalismi

#6- Bruxelles “cuore” d’Europa

# 7 – Profughi: la nostra ignavia da Evian a Bruxelles

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Apriti Europa! Due giorni per parlare di diritto d’asilo e accoglienza

di Antonello Castellano, Camilla Cupelli e Davide Pecorelli

In occasione della Giornata mondiale del rifugiato il Coordinamento regionale Non Solo Asilo e l’associazione Mosaico, insieme a molte realtà dell’associazionismo torinese, hanno organizzato “Apriti Europa!”: due giornate di approfondimento, di arte e di musica, per riflettere insieme su quanto l’Europa rappresenti ancora un rifugio per richiedenti asilo e rifugiati.
Si è discusso, attraverso l’organizzazione di incontri con diversi ospiti, dei passi necessari affinché l’Europa continui a sostenere percorsi di integrazione ed accoglienza.
Ecco il racconto della due giorni organizzata al parco del Valentino.

 

COMUNICATO STAMPA DEL COORDINAMENTO NON SOLO ASILO

 

In occasione della Giornata mondiale del rifugiato, il Coordinamento Non Solo Asilo chiede con forza che il Ministero dell’Interno rispetti la legge 146 del 17 ottobre 2014, che al comma 2 recita:

“Entro il 30 giugno di ogni anno, il Ministro dell’interno, coordinandosi con il Ministero dell’economia e delle finanze, presenta alle Camere una relazione in merito al funzionamento del sistema di accoglienza predisposto al fine di fronteggiare le esigenze straordinarie connesse all’eccezionale afflusso di stranieri sul territorio nazionale di cui al comma 2. La prima relazione deve riferirsi al periodo intercorrente tra il novembre 2013 e il dicembre 2014. La relazione deve contenere dati relativi al numero delle strutture, alla loro ubicazione e alle caratteristiche di ciascuna, nonché alle modalità di autorizzazione, all’entità e all’utilizzo effettivo delle risorse finanziarie erogate e alle modalità della ricezione degli stessi.“

Preso atto dell’importante novità che questa legge rappresenta, fornendo al Parlamento e quindi a tutti i cittadini uno strumento di riflessione e verifica sul sistema d’accoglienza italiano, vogliamo ribadire la fondamentale tempestività con la quale questa legge va rispettata.

Lo scorso anno, al 30 giugno 2015, non era stata prodotta alcuna relazione; abbiamo dovuto attendere fino al Marzo 2016 per poterne prendere visione. La prima relazione è da considerarsi inutile per gli scopi che si prefigge, ovvero una fotografia istantanea del sistema d’accoglienza, per almeno due motivi: i dati ormai vecchi di quasi due anni, e quindi non rispondenti alla realtà; la struttura dei dati stessi, in quanto, relativamente ai CAS, i dati erano aggregati per Province e mancava l’elenco completo di tutte le realtà coinvolte nel “sistema straordinario”.

Auspichiamo quindi che:

  • Entro il 30 giugno 2016 il Parlamento italiano possa prendere visione della nuova relazione, contenente dati aggiornati e l’elenco completo di tutti i soggetti che, tra SPRAR e CAS, hanno ricevuto fondi pubblici;
  •  la relazione diventi oggetto di discussione del Parlamento e della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Sistema d’accoglienza;

Come rete di associazioni e cooperative sentiamo la necessità di trasparenza sulla gestione dei fondi, che sono assolutamente necessari per una corretta gestione dei flussi migratori e dell’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, affinché ci sia la massima chiarezza e si possa comprendere chi lavora al meglio e chi lucra solamente sulla pelle delle persone.

20 giugno 2016

Il Coordinamento Non Solo Asilo

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Tutti vogliono qualcosa

Vi ricordate di Richard Linklater? Quello del clamoroso “Boyhood”, per intenderci. O della trilogia di “Before sunrise”, “Before sunset” e “Before midnight”. Nelle sale è uscito il suo ultimo film, scritto, diretto e prodotto. Nel Texas del 1980, il giovane Jake si iscritto all’Università, è un giovanissimo lanciatore di baseball nella squadra del college. Finisce a vivere in una casa assurda, abitata da altri suoi compagni di gioco. Tra matricole e “veterani”, i giorni (pochi) passano in fretta, in attesa dell’inizio dei corsi e degli allenamenti per la stagione sportiva, nella maniera più frivola possibile: feste e divertimento, con lo scopo di conquistare ragazze e bere molto alcool. Tra una serata a ballare disco music, o in un locale country, o a party in maschera, il tempo scivola via veloce e spensierato. Sullo sfondo, l’inizio degli anni ’80, ancora sotto l’effetto della sbornia del decennio precedente, i fantasmi che verranno ancora troppo lontani (l’epoca di Reagan e dell’Aids).

Con una colonna sonora accattivante, un’ambientazione accurata negli abiti e nelle acconciature (il baffo alla Freddy Mercury che spopola!), Linklater firma una pellicola leggera, che non si prende troppo sul serio, in cui i personaggi, quasi sempre sgangherati e a volte irresistibili, sono ritratti con affetto e simpatia. Il baseball resta una cornice, si vede solo un allenamento, pur venendo costantemente evocato. Il rito di passaggio all’età adulta, ancora lontana da venire, è il pretesto per raccontare una sospensione temporale: il futuro è lontano e non conta, c’è solo il presente, c’è sola la vita adesso, che va vissuta senza inquietudini, con il massimo risultato di divertimento edonistico.

Seguito ideale de “La vita è un sogno”, del 1993, dello stesso regista.

Nulla a che vedere con i demenziali prodotti sulla vita universitaria americana, che a volte ci vengono propinati al cinema. Linklater fa cinema intelligente, anche senza ambizioni sociologiche o cadenze drammatiche.

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Una porta aperta attraverso la musica

Articolo di Maurizio Stranisci Valentina Azer
Venerdì 17 giugno allo ZAC! ad Ivrea si è tenuto l’evento conclusivo del progetto Porta Averta, nato da una collaborazione tra Acmos e la cooperativa Mary Poppins. Da quando è partito a novembre, ha visto dei ragazzi accolti dallo sprar imparare a suonare e a cantare insieme ad Andrea Gaudino di Acmos.
Durante la serata i ragazzi hanno potuto suonare dei pezzi, sia in inglese che in italiano, prima dell’apericena multietnico preparato dallo ZAC!.

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Energia rinnovabile: il caso del grattacielo San Paolo

Di Carolina Maria Scarrone

Scegliere l’energia rinnovabile come carburante per il nostro pianeta suscita ancora oggi posizioni contrastanti.

Se da un lato si pensa che l’investimento in questo tipo di risorsa energetica sia troppo costoso per le tasche di uno stato in piena crisi economica come il nostro, un’altra scuola di pensiero vede nelle rinnovabili non solo il futuro della società, ma soprattutto quello del nostro pianeta.

 

Qual è la grande differenza tra le rinnovabili e le risorse fossili? L’energia verde ha il grosso vantaggio di essere a impatto zero, quindi di non influire negativamente sull’ecologia del sistema. Anzi non essendo in alcun modo inquinante, appoggiarsi completamente su un impianto energetico di questo tipo, significherebbe rispettare il pianeta e ritrovare l’equilibrio dell’ecosistema.

 

Le rinnovabili sono vantaggiose anche sotto un punto di vista economico: far fondamento su di esse significa, infatti, svincolarsi dalla dipendenza dei fornitori esteri di petrolio e appropriarsi di un’autonomia economica.

Inoltre vi sarebbe un’importante effetto sull’occupazione con ricadute positive nei settori della progettazione della e ralizzazione di strutture ecosostenibili.

 

Per parlare del tema abbiamo deciso di guardarci intorno, partendo proprio dalla nostra città.

A Torino svetta il nuovissimo grattacielo della banca San Paolo, inaugurato il 10 Aprile del 2015, non senza polemiche.

Ma in pochi sanno che questo edificio si colloca tra i primi dieci nel mondo per la categoria “new construction ”, grazie la sua eco-compatibilità e grazie le proprie grandiose dimensioni.

 

Il palazzo si erge su 38 piani di cui 27 sono dedicati agli uffici, i restanti sono stati occupati da una mensa, un asilo nido, una serra, un ristorante, un auditorium e altri intrattenimenti.

È completamente ecosostenibile, tanto da essere stato denominato “il palazzo che respira da solo”: la climatizzazione è regolata sia dalle pareti a “doppia pelle”, che trattengono il calore d’inverno e lo fanno defluire d’estate, sia dall’energia geotermica del sottosuolo; l’illuminazione, quasi completamente a led, è resa possibile da un fitto apparato di pannelli fotovoltaici, ed è regolata in conformità a quella naturale proveniente dall’esterno, in modo da ridurre al minimo gli sprechi energetici.

L’acqua piovana è raccolta, depurata e utilizzata per l’irrigazione delle zone verdi e per le cassette di cacciata dei bagni.

 

Renzo Piano con questo progetto ha reso dimostrato come sia possibile, quando lo si desidera, abbandonare le risorse fossili a favore di quelle rinnovabili.

Questo progetto  per torino rappresenta un passo verso il futuro, utile a promuovere una nuova mentalità che da un lato ci prepara ad un futuro in cui le risorse di energia non rinnovabile saranno esaurite e dall’altro ci impronta ad amare e rispettare il pianeta in cui viviamo.

 

William Shakespeare diceva “chi semina amore raccoglie felicità”: se ha ragione lui, ci basta solo amare un po’ di più il nostro pianeta per essere completamente realizzati.

 

 

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Torino abbraccia le vittime di Orlando

Di fronte alla tragedia che ha colpito la città di Orlando, la città di Torino si è radunata davanti al municipio per esprimere il cordoglio per le vittime e per ribadire la volontà di difendere i diritti civili delle persone.

Ecco il video del sit in organizzato dalla Città di Torino  a seguito dei fatti di sangue di Orlando.

#‎WeStandWithOrlando‬

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Assemblea Soci di Acmos. Nuova presidenza e nuovi obiettivi

Acmos è una comunità capace di modificarsi, per accettare le nuove sfide che la storia propone.
E’ in questa ottica che è stata rinnovata la presidenza dell’Associazione, per dare nuovo slancio all’azione a livello nazionale del nostro movimento.
Sono stati eletti Elisa Ferrero come Tesoriere, Giacomo Molinari alla carica di Vicepresidente, mentre Diego Montemagno ha assunto il ruolo di Presidente.
L’assemblea di sabato ha rinnovato anche il Consiglio Direttivo di Acmos ed i nuovi soci.
Abbiamo raccontato in questo video la giornata storica che il nostro movimento ha vissuto.

 

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