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    Quest’anno la Scuola di Politica della Fondazione Benvenuti in Italia incontra l’associazione italiadecide con la quale organizza un ciclo di incontri sui temi della democrazia partecipata, dell’etica pubblica e dell’Unione Europea. Insieme a Torino altre nove città in tutta Italia prendono parte all’iniziativa, perché essere cittadini attivi presuppone conoscenza e senso di responsabilità, in un... Read more »
  • #Liberaidee: la rassegna stampa della presentazione del rapporto
    Abbiamo presentato i dati del rapporto di #Liberaidee attraverso una conferenza stampa, presso il Campus Luigi Einaudi di Torino. Di seguito gli articoli, on line e sulle edizioni cartacee, del racconto dei media sul dossier sulla presenza e la percezione di mafia e corruzione nella nostra Regione 15 GENNAIO TGR...... Read more »
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#Liberaidee: il rapporto piemontese

 

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Solo un terzo degli intervistati ritiene le mafie socialmente pericolose – Il 33% che rivesta un ruolo marginale nel proprio territorio
Per il 77,6% degli intervistati le mafie non sono in Piemonte un fenomeno socialmente pericoloso
La corruzione è ritenuta un fenomeno marginale,
¼ degli intervistati dichiara di essere personalmente venuto a conoscenza di fatti corruttivi
Al via il viaggio di Liberaidee, oltre 100 appuntamenti in tutta la Regione con incontri, seminari, laboratori, flashmob.
Questa sera alle 18.00, appuntamento a Nichelino sui Beni confiscati con il Prefetto di Torino Claudio Palomba. 

Un lungo percorso, iniziato ad ottobre del 2016, sviluppato attraverso incontri, questionari, interviste ed approfondimenti, ha portato alla realizzazione di questo dossier piemontese, che ha l’obiettivo di raccontare quale sia oggi la presenza e la percezione di mafie e corruzione nella nostra regione.

Un lavoro di squadra, che ha coinvolto tutte le regioni d’Italia, per riuscire ad analizzare nel complesso questi fenomeni, in tutta la penisola.  Dal 14 al 20 gennaio, in tutto il Piemonte, Libera propone 100 appuntamenti per presentare la ricerca, attraverso diverse tipologie: dai seminari ai flash mob, dalla proiezione di film agli incontri con gli studenti.

Ma vediamo nel dettaglio quanto è emerso nello studio piemontese.
Il lavoro di ricerca si compone di 3 parti:
L’analisi quantitativa
L’analisi qualitativa
Il lavoro di approfondimento sui beni confiscati del nostro Osservatorio

I numeri della ricerca

Abbiamo sottoposto 2.137 questionari, pari al 20,7% del campione nazionale, dei quali il 48% composto da adulti, più del 63% da donne e per due terzi da lavoratori. Un campione molto rappresentativo, raggiunto grazie al coinvolgimento della rete di Libera nella nostra regione.
I dati emersi sono stati analizzati dai ricercatori Joselle Dagnes e Davide Donatiello con la supervisione di Rocco Sciarrone, docente dell’Università di Torino. Potete consultare tutte le evidenze emerse leggendo il dossier, ma segnaliamo alcuni punti che fotografano chiaramente la rappresentazione di mafie e corruzione tra i piemontesi.

La percezione del fenomeno mafioso

La mafia è per gli intervistati un fenomeno preoccupante, ma solo per il 33,3% dei rispondenti è da considerare socialmente pericolosa e circa un terzo considera invece marginale il ruolo rivestito nel proprio territorio.

Se a questi dati accostiamo la considerazione delle mafie come fenomeno globale (77,1%)  si può affermare che intenderle globalizzate le allontana dal territorio in cui si vive, come se fossero altrove, in un luogo lontano.

Nell’opinione dei rispondenti – che potevano scegliere due diverse modalità di risposta – la mafia toglie soprattutto libertà, giustizia, sicurezza e fiducia nelle istituzioni e solo per il 4,4% il lavoro e per il 6,3% la qualità ambientale.

Questi elementi fotografano in modo chiaro la sottovalutazione del fenomeno nel nostro territorio, nonostante le decine di inchieste antimafia concluse negli ultimi anni in Piemonte.

Altra percentuale interessante, più alta rispetto alla media nazionale, è relativa ai motivi che spingono ad aderire alla mafia.  Per il 40,9% (sei punti al di sopra della media nazionale) l’appartenenza è dettata dall’assenza delle istituzioni e della cultura della legalità, segue l’ambiente in cui si cresce con il 32,2% e le difficoltà economiche con il 19,4%.

Ma le mafie non sono solo quelle autoctone, esistono anche quelle straniere.

I questionari sottoposti hanno indagato il grado di conoscenza tra i piemontesi, che sanno della loro esistenza ma quasi la metà del campione afferma di non essere in grado di identificare esattamente l’origine dei gruppi mafiosi stranieri più diffusi nel territorio regionale.

Per  pericolosità, invece,  i gruppi criminali di origine straniera sono comparabili  a quelli italiani: per poco meno della metà degli intervistati sono pericolose quanto quelle autoctone.

La percezione del fenomeno corruttivo

La percezione della diffusione della corruzione in Piemonte, seppur alta, risulta più contenuta rispetto al campione nazionale. Solo il 12,7 %, contro il 25,9 della media nazionale, ritiene la corruzione “molto diffusa”, mentre per il 56,5% è “abbastanza diffusa”.

Sempre sul versante corruzione, il Piemonte si distingue dal resto d’Italia. Il 30,5% del campione nazionale e il 25,9% del campione piemontese dichiara di conoscere personalmente o di aver conosciuto in passato qualcuno coinvolto in pratiche corruttive.

Tra le figure più coinvolte in queste pratiche illecite, secondo gli intervistati, ci sono innanzitutto esponenti politici e membri dei partiti politici, in misura lievemente maggiore rispetto al campione nazionale.

Per approfondire la diffusione del fenomeno, è stato chiesto agli intervistati per quale motivo questi casi non vengono denunciati.  I motivi principali per cui gli episodi di corruzione non vengono denunciati, scelti tra una rosa ampia di possibilità (potendone selezionare fino a tre), sono: il timore per le conseguenze della denuncia (79,8%); l’idea che la corruzione sia difficile da dimostrare (37,5%). Rilevanti sono poi la paura che l’intero sistema sia corrotto, compresi coloro che dovrebbero raccogliere la segnalazione e la rassegnazione determinata da una presunta inutilità della denuncia. Quasi un intervistato su quattro, in Piemonte come nel campione nazionale, ritiene questi fatti normali e quindi inutile denunciarli.

Analisi qualitativa: le interviste alle associazioni datoriali di categoria

Per fornire un’altra chiave di lettura, all’analisi quantitativa è stata affiancata quella qualitativa con le interviste ai presidenti regionali delle associazioni datoriali di categoria (Confindustria, Confcommercio, Confesercenti, Confcooperative, Agci, Legacoop, Confapi, Confagricoltura, Cia, Confartigianato, Coldiretti e Cna). Sulle 12 richieste avanzate, 7 (Legacoop, Confapi, Confagricoltura, Cia, Confartigianato, Coldiretti e Cna) hanno deciso di rispondere.

Nell’invitarvi a leggere il capitolo relativo alle interviste, evidenziamo la sottovalutazione che emerge in modo chiaro dal tenore delle risposte fornite. Il metro di valutazione, sulla presenza e la pervasività delle organizzazioni di stampo mafioso, sembra essere rappresentato solo da quanti soci hanno comunicato o denunciato di aver subito reati collegati a mafie e corruzione. Nessuno degli associati, infatti, secondo quanto emerso delle interviste ha mai parlato di essere stato vittima di questi tipi di reato.

Eppure, sono diversi i processi che hanno coinvolto imprenditori, artigiani e commercianti, nelle oltre 10 operazioni che, dal 2011, la magistratura ha concluso nella nostra regione. Inchieste e processi che hanno delineato in modo chiaro le relazioni “pericolose” tra il crimine organizzato ed alcuni esponenti del commercio e dell’imprenditoria. Nonostante il complesso quadro rappresentato dagli inquirenti, sembra che ai vertici di questi enti non sia servito ad aumentare il grado di consapevolezza della pericolosità del fenomeno.

 

I beni confiscati in Piemonte
Al lavoro di analisi sui beni confiscati realizzato nelle interviste quantitative è stato affiancato uno studio, realizzato dall’Osservatorio di Libera Piemonte,  sul numero di proprietà sottratte alle mafie e sul loro effettivo riutilizzo.

Per analizzare il numero di beni presenti è necessario fare una precisazione. La piattaforma web che li raccoglie (geobeni.liberapiemonte.it ) riporta solo i beni confiscati definitivamente (proprietà per le quali l’iter giuridico è giunto a compimento), suddivisi in particelle catastali. Per particella catastale si intende è una porzione fisicamente continua di terre- no o fabbricato, appartenente ad un medesimo soggetto, avente un’unica qualità, classe e destinazione. Una proprietà può essere composta da più particelle catastali.

Fatta questa premessa, i dati in nostro possesso, riportano la seguente situazione:
le particelle complessivamente classificate sono 483
114 destinate e riutilizzate
44 destinate ma non riutilizzate
325 confiscate definitivamente e in gestione all’ANBSC (Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata).

Introduciamo un’altra classificazione degli stessi dati raggruppando le particelle in unità immobiliari complesse. Per unità immobiliari complesse consideriamo i beni formati dall’unione delle particelle adiacenti presenti ad un determinato indirizzo, solitamente di proprietà dello stesso soggetto. Questo tipo di analisi permette di avvicinarsi al numero reale dei beni confiscati.

Le unità immobiliari complesse sono, in totale 151. In gestione 130 mentre 21 consegnati ma non riutilizzati. Altro dato importante è il tempo medio che intercorre tra la confisca e l’assegnazione. Secondo i dati in nostro possesso, questo iter ha la durata media di 1925 giorni, equivalenti a oltre 5 anni.

Ultima analisi che vi proponiamo è realizzata sui dati riportati da openregio.it, un progetto dell’ANBSC. Dati alla mano, si evince che il Piemonte è la settima regione per numero complessivo di particelle, la seconda nel Nord Italia.

Nonostante l’alto numero di confische, la percentuale di quelle destinate in Piemonte si attesta circa al 18% , percentuale che colloca la nostra regione all’ultimo posto in Italia per riutilizzo sociale dei beni.

Questi dati verranno presentati questa sera, martedì 15, alle ore 18.00, presso la Casa dei diritti in Largo delle Alpi 3 a Nichelino, nell’incontro dal titolo “I beni confiscati: il Piemonte sa cogliere le opportunità?” alla presenza di Claudio Palomba, Prefetto di Torino.

Dalla ricerca alle sfide per il Piemonte
La ricerca ci impone delle sfide che coinvolgono – in modo diretto e partecipato – tutti gli ambiti della nostra società, dalle Istituzioni ai rappresentanti dell’economia. Questa ricerca deve essere stimolo per imparare a rappresentare, raccontare, narrare meglio e di più i fenomeni di mafia e corruzione, per raggiungere una platea sempre più vasta.

I dati emersi, inoltre, devono farci riflettere sul concetto di pericolosità sociale delle mafie e di come si esplicita, nel nord Italia.

Esiste un minimo comune denominatore nei campi illeciti di intervento delle organizzazioni mafiose: in molti casi, le mafie erogano servizi, per i quali emerge una domanda da parte della società, che da questa offerta si avvantaggia. La sfida, per smontare questo sistema di “domanda/offerta”, è imponente e deve coinvolgere la società, nella sua complessità: dal versante culturale a quello sociale, dall’economica alla politica, fino ad arrivare alle aule giudiziarie.

Numeri alla mano, è necessario – in Piemonte più che in qualsiasi altra regione –  continuare l’impegno per sostenere il riutilizzo dei beni, che non può attestarsi al 18%, facendo della nostra regione l’ultima per patrimoni restituiti alla società.

La ricerca ci esorta nel continuare il lavoro di accompagnamento alla denuncia, dei reati di mafia, corruzione e connivenze, presso gli organi preposti aiutando le persone ad avere fiducia nelle Istituzioni.

Infine, Liberaidee ci esorta alla ricerca di un continuo confronto, volto alla costruzione di sinergie e collaborazioni, con il mondo del lavoro, con le associazioni di categoria, con gli ordini professionali. Collaborazioni che devono avere come obiettivi principali la costruzione di alleanze capaci di arginare il potenziale legame con le organizzazioni criminali, da parte di chi chiede loro servizi illeciti; ed il sostegno a chi è vittima delle mafie.

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Intitolazione aula “Ventidue novembre” al Darwin di Rivoli

A perenne ricordo della tragedia che nel 2008 colpì Vito Scafidi, il liceo Darwin di Rivoli ha intitolato l’aula del crollo “Ventidue novembre” data del crollo che gli costò la vita. L’intitolazione è avvenuta il 10 gennaio 2019 alla presenza del Ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti.

di Graziella Lavanga 

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Murisengo: da Cascina Abele a NuCAbe

Ed eccoci qui, prima della pausa natalizia.
Vogliamo raccontarvi come abbiamo deciso di investire il nostro tempo libero in questo frenetico countdown festivo!
Murisengo, Cascina Abele, NuCaAbé.
Nuova vita, prepariamo il campo ai nuovi germogli.
Porsi domande sui diritti umani ha come conseguenza porsi domande anche sui diritti della natura. D’altronde uomo e natura son parte l’uno dell’altra.
Abbiamo aperto le danze!
Vi racconteremo

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Profughi: la nostra ignavia da Evian (1938) a Bruxelles (2015)

a cura del Centro Studi Streben

Alla recente visita del Papa a Lesbo e alla apertura dei corridoi umanitari promossa da varie associazioni fa da contraltare il fallimento del piano della Commissione europea per la ripartizione dei profughi.

Il 16 marzo la Commissione aveva cercato di rilanciare il ricollocamento dei profughi, concordato a settembre, stabilendo l’obiettivo di 6.000 relocations al mese: ma alla metà di aprile i “ricollocati” sono stati 208! Se poi si ragiona partendo dal settembre 2015, quando ci si era posti l’obiettivo di trasferire 160.000 persone entro il settembre 2017, si vede che a tutt’oggi i trasferimenti effettivi sono stati 1.145 (530 dall’Italia e 615 dalla Grecia): l’obiettivo è lontanissimo.

In Grecia sono pronte per il ricollocamento tra le 35.000 e le 40.000 persone ma sono ancora pochi gli Stati europei disponibili, senza contare quelli che hanno già espresso un netto rifiuto a partecipare. Ancora pochi giorni fa  il vice ministro degli Esteri della Polonia, Konrad Szymanski, ha dichiarato che il suo Paese non si farà carico della quota di 7.000 profughi che gli spetterebbe ed anzi ha aggiunto che considera il piano europeo “morto”: “Non è stato implementato fin dall’inizio e nulla fa pensare al fatto che sarà messo in atto nella maggioranza dei Paesi Ue”.

 

I rifiuti od anche solo i traccheggiamenti di questi mesi sulla questione dei profughi vanno tornare alla memoria altri tragici eventi.

Nel 1938, con l’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista, aumentò considerevolmente il numero dei profughi ebrei in Europa.

L’”emergenza profughi” fu un problema soprattutto per Roosevelt, pressato dalle organizzazioni ebraiche americane.  Nel marzo di quell’anno egli si fece promotore di una conferenza internazionale per facilitare il trasferimento dei profughi ebrei tedeschi ed austriaci dai rispettivi Paesi.

Nonostante le resistenze di alcuni Stati o le “curiose” richieste di altri (la Romania chiese addirittura di essere assimilata a Germania ed Austria in quanto “produttrice di profughi”), la conferenza venne convocata il 6 luglio ad Evian in Francia.

Due erano i problemi di difficile soluzione. In primo luogo si trattava di trovare consistenti risorse per finanziare il trasferimento dei profughi. In secondo luogo era fondato il timore che, di fronte ai provvedimenti antiebraici che gli Stati dell’Europa centro-orientale stavano prendendo, un piano di relocation sarebbe stato un incentivo per i governi di Polonia, Romania ed Ungheria per ulteriori misure volte a spingere le loro comunità ebraiche ad andarsene, facendo così crescere enormemente il numero dei profughi da sistemare.

Prima dell’avvio della conferenza si pensava di dover assistere ad un confronto tra l’opzione americana, da un lato, favorevole alla creazione di un sistema in grado di affrontare sia l’emigrazione dalla Germania e dall’Austria sia quelle potenzialmente successive, e l’opzione britannica, dall’altro, più cauta e soprattutto preoccupata che il raggiungimento di un accordo potesse incoraggiare Hitler ad una rapida espulsione degli ebrei.

Sorprendentemente invece, a causa probabilmente di nuovi equilibri politici interni intercorsi nei tre mesi dalla convocazione della conferenza, gli Usa si dichiararono disposti ad accogliere annualmente 27.000 profughi (una cifra esigua!) mantenendo in sostanza le quote preesistenti. Naturalmente l’atteggiamento del Paese promotore della conferenza offrì a tutti gli altri il destro per chiudersi a riccio: alcuni Paesi sostennero di avere già accolto un grande numero di profughi, altri si giustificarono richiamando la difficile situazione economica di quegli anni e l’alto tasso di disoccupazione dei proprii cittadini. Il delegato australiano dichiarò che il suo Paese non aveva avuto fino ad allora dei problemi razziali e voleva evitare di averne! In conclusione nessuno modificò sostanzialmente le quote previste dalla propria originaria legislazione sull’immigrazione.

Unica eccezione fu la Repubblica Domenicana che si dichiarò disposta ad accogliere ben 100.000 ebrei! Problemi politici e burocratici ostacolarono la realizzazione di questo progetto ed i risultati furono molto modesti (su questa poco nota vicenda si può vedere qui).

La conferenza si chiuse con un nulla di fatto, con l’impegno a costituire a Londra un comitato intergovernativo che riconsiderasse le questioni dibattute ad Evian: il seguito è noto a tutti.

 

Pochi commentatori hanno insistito sulla tragica analogia tra la conferenza di Evian del 1938 e l’attualità; il più attento è stato Gad Lerner che vi ha dedicato una puntata della sua trasmissione “Fischia il vento”.

 

 

 

#1-Il ministro del Tesoro della Ue

 #2- Brexit e profughi

#3-Il rinato impero asburgico contro i migranti

#4-La disintegrazione dell’Unione europea

#5 – Frontiere e nazionalismi

#6- Bruxelles “cuore” d’Europa

# 7 – Profughi: la nostra ignavia da Evian a Bruxelles

#8 – Un manuale antiretorico dell’Unione europea

#9 – Ventotene 2016

#10 – Orban e il referendum ungherese

#11 – Populismi ed euroscetticismi

#12 – L’unione a più velocità

#13 – Populismo, euroscetticismo, sovranismo

#14 – Il populismo 2.0 in Europa

#15 – Il dicembre 2017 dell’UE

#16 – Il gennaio 2018 dell’Unione Europea

#17 – DiEM25, Varoufakis e il “terzo spazio” in Europa 

#18 – Il settembre 2018 dell’UE

#19 – Governo italiano e Brexit: due problemi per l’UE

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Suspiria

Nella Berlino divisa del 1977 giunge Susie (D. Johnson), giovane americana che viene accettata presso la scuola di ballo, diretta da Madame Blanc (T. Swinton). In breve, viste le sue capacità, diviene la prima ballerina e conquista la fiducia unanime. Dalla scuola è scomparsa una ragazza, nei giorni precedenti, che era anche in cura da uno psicoterapeuta. Un’altra ballerina, invece, Olga, se ne vuole andare e lancia accuse pesanti: dietro la scuola di danza, ci sarebbe un patto macabro di stregoneria. E’ solo delirio o c’è del vero?

Luca Guadagnino, reduce dal successo internazionale di “Call me by your name”, omaggia l’omonimo film di Dario Argento del 1977, pur con un approccio tutto suo. Se l’originale era un horror dall’indubbio fascino estetico (cromatico, acustico), ma con una sceneggiatura dai dialoghi penosi e ridicoli, qui Guadagnino segue una logica narrativa molto più coerente, mantenendo un’attenzione notevole agli aspetti tecnici: ottimi il montaggio di Walter Fasano (tra gli sceneggiatori), la fotografia, la colonna sonora di Thom Yorke dei Radiohead, le stesse coreografie di danza. Più in generale, oltre al talento del regista, ci sono atmosfere inquietanti e oniriche, omaggi al cinema di genere, oltre che una bella direzione delle interpreti, soprattutto la Swinton, che con Guadagnino aveva fatto già due film.

Diviso in sei capitoli e un epilogo, il film funziona fino al quinto, pur con qualche contraddizione nella storia, per poi scadere in un delirio splatter e truculento, davvero gratuiti.

Peccato.

Buone visioni per questo 2019!

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Tram della Memoria – La strage del XVIII Dicembre 1922

Una strage fascista, la prima dopo la Marcia su Roma. Per tre giorni, le squadre fasciste portarono a termine un rastrellamento degli avversari politici a Torino, nel 1922. Passata alla Storia come la strage del XVIII Dicembre 1922, viene ricordata con un tram per le vie della città, per non dimenticare la violenza della dittatura di Mussolini.

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Contro l’odio è on line!

Contro l’Odio è un progetto concepito come un tentativo di risposta agli attuali problemi legati alla presenza di odio sul web.

Nasce come strumento di raccolta dati su Twitter, a partire dai tweet che contengono messaggi di odio e che vengono maggiormente ricondivisi dagli utenti.

I “cinguettii” vengono inseriti in un geoblog, mappati in base alla regione di provenienza e raggruppati a seconda della minoranza colpita: migranti, rom, omosessuali.

La finalità del progetto è di contrastare questo fenomeno mettendo in evidenza i progetti e le realtà che in Italia promuovono una cultura della tolleranza.

Oltre alla creazione di uno strumento informatico per il rilevamento automatico di odio online, il progetto vuole sensibilizzare la cittadinanza, in particolare i giovani, sull’importanza di comunicare responsabilmente.

Verranno pertanto avviati dei percorsi educativi nelle scuole di tutto il territorio nazionale.

Martedì 18 dicembre controlodio.it sarà ufficialmente on line.

Il portale prevede diverse funzionalità, tra le quali:

– La mappa dell’odio. Una serie di visualizzazioni interattive che mostrano il numero dei discorsi d’odio pubblicati su Twitter giorno per giorno.
– Il rilevatore dell’odio. Uno strumento che permette all’utente di analizzare la quantità di odio presente nella propria rete sociale.
– La mappa della tolleranza, dove vengono raccolti e mostrati tutti i progetti e le realtà che favoriscono l’inclusione sociale.

I dati raccolti sul sito vengono periodicamente pubblicati su Facebook, Instagram e Twitter, per mostrarne andamento e tendenza.

Collaborano a Contro L’Odio:

Università di Torino, Università di Bari, VOX – Osservatorio italiano sui diritti, SerMais, Associazione 21 Marzo, LeDiscipline, UVA, PrendiParte, Rime, L’égalité, Share e Alisso. Partecipano al progetto la Fondazione Benvenuti In Italia e Labnet.

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Liberaidee: il viaggio piemontese

Liberaidee è una campagna sulla percezione delle mafie e della corruzione, svolta a livello nazionale tramite la rete di Libera.
Dal 14 al 20 gennaio, il viaggio di restituzione dei risultati dell’indagine sociale giungerà anche in Piemonte. Durante la settimana, ci saranno eventi in tutta la regione, utilizzando linguaggi differenti, per riaccendere l’attenzione su queste importanti tematiche e svolgere una funzione di advocacy rispetto alle Istituzioni.

Per maggiori informazioni visita il sito di liberapiemonte.it

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Tram della memoria: edizione 2018

Grazie all’impegno di Etica e Lavoro, domenica 16 dicembre, si terrà la terza edizione del Tram della Memoria, per commemorare il XVIII Dicembre 1922, La strage di Torino.
Un viaggio tra i luoghi della strage fascista.
Per partecipare all’iniziativa è necessario confermare tramite email, scrivendo a: eticaelavoro@gmail.com

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Santiago, Italia

Il colpo di stato in Cile, l’11 settembre 1973, dei militari guidati da Augusto Pinochet. Una vergognosa e tragica pagina di storia, che rivive nelle parole di tanti testimoni: persone comuni, attivisti di sinistra all’epoca poco più che ragazzi, che Nanni Moretti intervista in questo splendido documentario. Molti degli intervistati trovarono rifugio nell’ambasciata italiana e alcuni vennero anche a vivere nel nostro Paese, iniziando a lavorare, beneficiando di una grande rete di solidarietà. Moretti li intervista oggi, alterna immagini di repertorio e discorsi del presidente Salvador Allende (democraticamente eletto, sanguinosamente deposto), ricostruisce le premesse del golpe e le conseguenze. Parlano anche due militari, uno in carcere e l’altro non processato dalla giustizia: e qui il ridicolo sfiora l’offensivo, a maggior ragione 45 anni dopo. Una storia lontana, anche se mai rimarginata del tutto, che ci costringe a similitudini con il presente (colpo di coda molto “politico” nel finale).

Moretti, a eccezione di una scena, non compare mai, si sente a volte la sua voce fuori campo. L’attenzione è tutta per coloro che vissero quegli anni: qualcuno ancora si commuove e lascia anche noi spettatori con gli occhi lucidi. Senza alzare la voce, si ricostruiscono i passaggi storici e si rievocano le responsabilità, comprese quelle degli Stati Uniti.

Presentato in anteprima al Torino Film Festival, da domani nelle sale. Non perdetelo!

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Governo italiano e Brexit: due problemi per l’UE

 

a cura del Centro studi di Acmos

Nel conflitto con le istituzioni europee sembra che il governo italiano voglia puntare sul ruolo certo non secondario del nostro Paese negli equilibri del continente. Il principio che sembra valere per le grandi banche durante le crisi finanziarie, “troppo grandi per permettere che falliscano” (“too big to fail”), potrebbe valere per l’Italia in Europa: ci si può permettere che l’Italia esca o sia costretta ad uscire dall’Euro? Essendo la terza economia in Europa questo esito comporterebbe un terremoto per tutta l’Eurozona: il nostro governo sembra scommettere su questo implicito ricatto.

Un interessante articolo di Sergio Fabbrini (In diciotto contro l’Italia, l’Eurozona si rafforza, “Il Sole 24 Ore” del 18.11.18) avanza il sospetto che le cose potrebbero andare diversamente, e cioè che “la marginalizzazione dell’Italia dall’Europa rafforzerebbe, e non già indebolirebbe, quest’ultima”.

In passato, quando qualche governo nazionale deviava dal rispetto delle regole, vi erano sempre altri governi che condividevano le ragioni delle deviazioni dai parametri. Per la prima volta, la proposta di bilancio dell’Italia non ha trovato l’appoggio di nessuno dei 18 Paesi dell’Eurozona ed addirittura i più rigidi nei confronti dell’Italia sono stati proprio i governi (come quello austriaco) più ideologicamente vicini al nostro.

In questi giorni, il motore franco-tedesco pare essersi riavviato: Macron ha proposto la creazione di un esercito europeo raccogliendo il consenso della Merkel e poi nel Consiglio europeo di dicembre si parlerà di un Fondo per l’Eurozona finalizzato a realizzare investimenti, ma solo per gli Stati che rispettano le regole fiscali (l’Italia dunque non vi rientrerebbe). Questo fondo servirebbe indirettamente a rendere più salda la moneta unica e qualcuno avanza il sospetto che possa rispondere anche alla necessità di avere pronto un dispositivo stabilizzatore di fronte ad un ipotetico collasso dell’Italia: una ristrutturazione del debito italiano, anche senza arrivare al default, potrebbe contagiare altri Paesi deboli e allora il Fondo svolgerebbe un importante ruolo di stabilizzazione.

Sembra anche di intravedere nella proposta franco-tedesca la convinzione che l’Eurozona debba muoversi con una velocità diversa, in fatto di progressiva integrazione, rispetto al resto dell’Unione.

Naturalmente bisognerà vedere se Macron e Merkel, indeboliti sul piano interno dalle vicende degli ultimi mesi, avranno davvero la forza per imporre una svolta alla politica europea.

Non è solo la politica perseguita dal nostro governo a favorire un ricompattamento dell’Unione europea: anche la questione Brexit sembra agire nella stessa direzione.

La vittoria del Leave al referendum del 2016 aveva rappresentato il primo grande successo degli euroscettici all’interno di un grande Paese europeo.

L’entusiasmo dei sovranisti di tutta Europa è però durato poco: sono subito emerse tutte le complicazioni di ordine economico che tale scelta comportava e soprattutto è sfumata la speranza del governo inglese di una spaccatura all’interno del fronte europeo che rendesse meno dure le condizioni poste dalla Ue per l’uscita del Regno Unito. Gli europei, anzi, sono rimasti compatti e intransigenti proprio per scongiurare nuove future defezioni ed in questi giorni la May è stata costretta a firmare un accordo che ha scontentato l’ala più radicale del suo partito, portando addirittura alle dimissioni di alcuni ministri.

Lo scontento dei Brexiters è comprensibile, poiché tutti gli aspetti “controversi” dell’appartenenza all’Unione non vengono sciolti e contemporaneamente il Regno Unito non ha più potere decisionale in seno alle istituzioni europee: da un punto di vista economico la soluzione trovata è stata una unione doganale, una zona di libero scambio, che poco cambia rispetto alla situazione precedente (ma che d’altra parte si è resa necessaria per evitare che si ricreasse un hard border tra Ulster e Irlanda); cittadini britannici su suolo Ue o cittadini Ue su suolo britannico, quanti cioè si sono o si saranno stabiliti e regolarmente registrati prima della fine del periodo di transizione (dicembre 2020), continueranno a godere degli stessi diritti (residenza, assistenza sanitaria, previdenza); la Corte di giustizia europea deciderà in ultima istanza sul rispetto degli accordi di divorzio.

L’accordo diventerà operativo solo dopo il voto del parlamento di Westminster (probabilmente il 10 o il 12 dicembre) che lascia tutti con il fiato sospeso: se sarà approvato Londra uscirà dalla Ue il 29 marzo 2019 e si aprirà un periodo di transizione fino ad un accordo definitivo sulle condizioni dei nuovi rapporti con la Ue (che dovrebbe essere stipulato entro il 31 dicembre 2020); se sarà bocciato si aprirà la possibilità di un’uscita del Regno Unito dalla Ue senza nessun accordo (no deal), una prospettiva drammatica per tutti a cominciare proprio dal Regno Unito.

 

 

#1-Il ministro del Tesoro della Ue

 #2- Brexit e profughi

#3-Il rinato impero asburgico contro i migranti

#4-La disintegrazione dell’Unione europea

#5 – Frontiere e nazionalismi

#6- Bruxelles “cuore” d’Europa

# 7 – Profughi: la nostra ignavia da Evian a Bruxelles

#8 – Un manuale antiretorico dell’Unione europea

#9 – Ventotene 2016

#10 – Orban e il referendum ungherese

#11 – Populismi ed euroscetticismi

#12 – L’unione a più velocità

#13 – Populismo, euroscetticismo, sovranismo

#14 – Il populismo 2.0 in Europa

#15 – Il dicembre 2017 dell’UE

#16 – Il gennaio 2018 dell’Unione Europea

#17 – DiEM25, Varoufakis e il “terzo spazio” in Europa 

#18 – Il settembre 2018 dell’UE

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The future of Europe is in our hands

Cosa pensano i giovani europei del futuro dell’Europa? Cosa si aspettano dalle istituzioni europee? Cosa chiedono dall’Unione europea?
Queste sono le principali domande che hanno guidato la realizzazione del progetto “ENJOY YOUR FUTURE“, realizzato nell’ambito del programma “Europe for Citizens” (Progetti per la società civile) con il contributo delle organizzazioni ACMOS – Italia (Torino), Gioventù Federalista Europea – Italia (Roma), Európai Hallgatók Hálózatának Egyesülete – Ungheria (Budapest), Jeunes Européens Fédéralistes de Belgique – Belgio (Bruxelles), Les Jeunes Européens Francia – Francia (Parigi)

Dal 26 al 30 settembre 2018 i delegati delle organizzazioni partner si sono incontrati a Bruxelles per confrontarsi e scrivere un documento collettivo di proposte per il futuro dell’Europa sui temi di integrazione, gioventù, lavoro, criminalità organizzata e frontiere.

Ecco alcuni link utili per scoprire le nostre proposte:

– Il documento di proposte in inglese

-L’abstract in inglese

-Il documento di proposte in italiano

– Il video realizzato durante l’incontro a Bruxelles

Speriamo davvero che queste proposte possano contribuire al dibattito sul futuro dell’Europa, con particolare attenzione alle elezioni del Parlamento europeo. La condivisione del documento con le istituzioni europee e locali e con i cittadini europei è già iniziata! Aiutaci a diffonderlo!

ENJOY YOUR FUTURE
Our document of proposals for the future of Europe

What do young Europeans think of the Europe’s future? What do they expect from the European Institutions? What do they demand from the European Union?

These have been the main questions that led to the implementation of the “ENJOY YOUR FUTURE” project, realized under the “Europe for Citizens” program (Civil Society Projects) and with the contribution of ACMOS Association – Italy (Turin), Youth European Federalist – Italy (Rome), Európai Hallgatók Hálózatának Egyesülete – Hungary (Budapest), Jeunes Européens Fédéralistes de Belgique – Belgium (Brussels), Les Jeunes Européens France – France (Paris)

From 26 to 30 September 2018 the delegates of the partner organizations have meet in Brussels to discuss and develop a document of collective proposals for the future of Europe on integration, youth, work, organized crime and borders.

Here are some useful links to discover our proposals:

– The document of proposals in English

– The abstract in English

– The document of proposals in italian

– The video realized during the meeting in Brussels

We really hope these proposals will contribute to the debate on the future of Europe, with special attention to European Parliament elections. The dissemination of the document to European and local institutions, and to European Citizens has already started! Help us to disseminate it!

 

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36° Torino Film Festival

Qualche suggestione, nel pieno della 36sima edizione del Torino Film Festival. Il film di apertura, “The front runner” (di J. Reitman) è la storia vera di Gary Hart, favorito alle primarie del partito democratico americano nel 1988, travolto da uno scandalo sessuale: protagonista Hugh Jackman, alla sua prova adulta di attore, senza artigli e con i vestiti addosso!

“Wildlife”, tratto da un libro di Richard Ford, è il bell’esordio alla regia dell’attore Paul Dano: la crisi coniugale di una coppia, nel Montana degli anni ’60, raccontata con gli occhi del figlio adolescente. Una storia che somiglia al delizioso “All these small moments”, di M. B. Miller: il protagonista è alle prese con i turbamenti amorosi, la scuola, i suoi genitori in crisi.

“Angelo”, invece, pellicola che racconta la poco conosciuta e incredibile storia di Angelo Soliman, bimbo africano venduto come schiavo all’inizio del Settecento, diventa un’attrazione per l’alta società e le corti europee, si fa massone e muore in là con gli anni. Peccato che il film sia come trasportare uno zaino pieno di mattoni, facendo le scale: lento e pesante, oltre che fin troppo metaforico!

“Il mangiatore di pietre”, thriller di montagna tratto da un romanzo di Davide Longo e ambientato sui monti piemontesi, è un giallo sgangherato, quanto pretenzioso, nonostante il sempre bravo Luigi Lo Cascio. Tranquillamente evitabile, anche in futuro.

Bella sorpresa “Ride”, esordio alla regia di Valerio Mastandrea, da domani nelle sale in programmazione ordinaria: la storia di una giovane donna, che non riesce a piangere la morte appena avvenuta del marito.

“Oiktos” di B. Makridis, una storia feroce e caustica, che racconta di un avvocato con la moglie in coma: le conseguenze della malattia della donna saranno imprevedibili. Sceneggiatura nera a firma di E. Fillipou, abituale collaboratore di Lanthimos.

“Marche ou crève” racconta la difficile e quotidiana fatica di un uomo che accudisce la figlia disabile, Manon. Lo fa insieme all’altra figlia Elisa. Quanto si può dedicare a un figlio “imperfetto” il proprio amore, in modo totalizzante? A quanto si rinuncia di se stessi, in questo modo? Commovente e delicato.

“El reino”, parabola sulla corruzione in politica: Manuel Gomez Vidal (A. de la Torre), politico intrallazzatore, messo alle strette dalle indagini della magistratura sul suo conto, non ci sta a pagare per tutti e medita di trascinare con sè il suo intero partito. Thriller da ritmo serratissimo.

E c’è ancora tanto altro, “Nanni Moretti presenterà il suo documentario, “Santiago, Italia”, a chiusura del Festival, nelle sale poi dal 6 dicembre.

Godetevi ancora questi giorni!

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