• Space for learning a Roma: ci siamo anche noi
    Dal 23 al 25 maggio, presso il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca in viale Trastevere 76/A a Roma si terrà l’evento “Space for learning: bridging innovation and safety in school buildings“, organizzato in collaborazione con l’OCSE. Anche noi, in quanto collaboratori del Miur sul tema dell’edilizia scolastica, tema sul quale... Read more »
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Dieci anni di Cascina Caccia, il racconto della serata

Dieci anni di impegno quotidiano, nel tentativo di restituire un luogo appartenuto a una delle più potenti famiglie di ‘ndrangheta trapiantate in Piemonte alla collettività.
Cascina Caccia ha compito 10 anni. Il 17 maggio del 2007, nonostante la confisca definitiva datata 1999, il bene appartenuto alla famiglia Belfiore inizia il suo percorso di restituzione sociale.
Da allora, di strada, ne è stata percorsa.
Grazie a tutti quelli che hanno creduto in questo progetto e che si sono spesi perché questo sogno diventasse realtà.

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Cascina Caccia, da 10 anni stiamo scrivendo una nuova storia

Il 17 maggio del 2007 Cascina Caccia viene definitivamente liberata dagli occupanti, nonostante il bene fosse stato confiscato definitivamente nel 1999.
Appartenuto alla potente famiglia di ‘ndrangheta dei Belfiore, è stata restituita alla collettività, grazie alla legge 109 del ’96.
Il bene è stato dedicato alla memoria di Bruno Caccia, magistrato assassinato per volere di Domenico Belfiore, e alla moglie Carla.
Da allora, in questo luogo, stiamo scrivendo una nuova storia.
Continuiamo a farlo insieme.

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Calcio Sociale: l’evento conclusivo @laConfluenza

Dopo mesi di attività, è arrivato l’evento conclusivo del progetto Calcio Sociale.
Una giornata di festa e gioco, con il calcio come forma di inclusione e aggregazione, al parco della Confluenza a Torino.
Ma cos’è Calcio Sociale?
Il progetto “CalcioSociale@laConfluenza” vuole utilizzare l’area verde del Parco cittadino della Confluenza, in prossimità di via Salgari, per proporre un percorso di CalcioSociale con i bambini, i giovani e gli adulti del territorio della Circoscrizione 6.
CalcioSociale è un nuovo modo di intendere il calcio, trasformandolo in un’occasione di integrazione ed educazione: è il modello di uno stile di vita improntato ai valori dell’accoglienza, della giustizia e della cooperazione.
Nel video vi raccontiamo la giornata di ieri, domenica 14 maggio.

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Orecchie

Una mattina un uomo (D. Parisi), supplente precario di filosofia, si sveglia con la sensazione di un fastidioso fischio all’orecchio. Da quel momento in poi, per tutta la giornata, cercherà di capirne la causa, mentre avvengono incontri, più o meno casuali, con persone della sua vita e perfetti sconosciuti. Finirà in ospedale, senza caverne molto, incontrerà la madre in compagnia del giovane compagno, cercherà la fidanzata presentandosi nel suo studio, si presenterà a un colloquio in una redazione di un giornale, andrà a casa di un suo vecchio professore e concluderà la giornata in una chiesa infestata dagli scarafaggi.

Alessandro Aronadio scrive e dirige una piccola perla di commedia, ambientata a Roma e girata in bianco e nero. Grazie al suo stralunato e remissivo protagonista, disegna con leggerezza una metafora molto attuale: l’incapacità di stare nel mondo odierno. Con situazioni nonsense, personaggi grotteschi (i due medici), ma anche sottile ironia e feroce sarcasmo, ci conduce in punta di piedi e con un po’ di follia, nella nostra vita quotidiana, a volte assurda, certo spesso deformata dalle lenti con cui la guardiamo. Plauso a Daniele Parisi per la sua interpretazione, in mezzo a una galleria di vecchie conoscenze del cinema italiano: da citare almeno una deliziosa Milena Vukotic e un sempre irresistibile Rocco Papaleo. Inevitabile pensare a Dino Buzzati e al film che ne trasse Ugo Tognazzi? Può darsi, ma c’è di più: mescolare Albert Camus e il rap, tanto per dirne una, è già di per sè una scommessa.

Fuori dagli schemi, di certo originale. Il coraggio va premiato!

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Meridiano d’Europa: i video del nostro viaggio

Il viaggio del Meridiano d’Europa si è concluso il 10 maggio.
Ma per arrivare a Bruxelles e Calais, partendo da diverse città d’Italia, abbiamo percorso una lunga strada.

Dalle riunioni organizzative di tutte le realtà aderenti ai percorsi nelle scuole, dalla presentazione del nostro “sogno” alla Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini alla partenza da Settimo Torinese, dal Centro Fenoglio.

Abbiamo fatto un lungo viaggio, che vi abbiamo raccontato con diversi video.

In questa play list vi spieghiamo perché siamo partiti e quali sono i nostri obiettivi.

Buona visione.

 

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Tutto quello che vuoi

Alessandro (A. Carpenzano) è un ventenne romano che ha lasciato la scuola, bighellona coi suoi amici, un po’ perdigiorno, un po’ bulletti e non molto altro. Il padre, dopo l’ennesima bravata, lo costringe  a lavorare per un anziano signore, Giorgio (G. Montaldo), ottantacinquenne poeta e malato d’Alzheimer. Alessandro lo accompagna nelle passeggiate, all’inizio con molta ritrosia, anche perchè i due non potrebbero parlare linguaggi più lontani: da borgataro romano il primo, da colto uomo d’altri tempi l’altro. Si affezionano e il giovane è disposto ad assecondare il folle progetto di andare in Toscana, sulle tracce della giovinezza dell’uomo e i ricordi di adolescente durante la guerra. All’improbabile gita on the road si unisce la scapestrata compagnia di Alessandro, composta da tre amici.

Francesco Bruni, regista noto per “Scialla!” e sceneggiatore di talento, torna sul tema del rapporto generazionale, aggiungendo con delicatezza la dimensione della vecchiaia e della malattia. Si intuisce che c’è qualcosa di autobiografico, anche dalla dedica alla fine. Non scivola nella melassa retorica dei sentimenti, ma con leggerezza ci racconta una storia possibile e garbata. E’ un piccolo romanzo di formazione, ma parla anche di rapporto padri-figli: Alessandro, orfano di madre, con il suo, neanche a dirlo, non si prende proprio. Il tempo con Giorgio lo farà maturare e darà all’uomo anziano un modo di mitigare la solitudine e far pace con i fantasmi del passato. Straordinario Montaldo, regista emerito del nostro cinema e qui in veste di attore; Carpenzano nella sua spontaneità ingenua, riesce a rendere il suo personaggio un po’ tonto, ma fondamentalmente buono.

Un’ora e quarantacinque di spensieratezza delicata.

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Meridiano d’Europa: Calais [VIDEO]

I ragazzi del Meridiano D’Europa sono arrivati a Calais.

Ecco il racconto di quello che hanno visto.

 

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Sole cuore amore

Eli (I. Ragonese) è una barista, ha quattro figli piccoli e un marito disoccupato. Vale (E. Grieco) è una ballerina, che si esibisce in discoteche e altri luoghi dove avvengono perfomance. Sono amiche strette e vicine di casa, pur facendo vite parallele: quando Eli torna a casa dal lavoro, Vale va a esibirsi, quando Vale torna all’alba, Eli sta prendendo l’autobus per attraversare la cintura di Roma e recarsi al bar. Entrambe fanno fatica: la barista per un impiego massacrante, 7 giorni su 7 e pagata in nero; la ballerina per un ambiente professionale precario e a volte poco raccomandabile. Hanno entrambe colleghe-amiche sulla stessa barca: Eli, una omologa barista di origine straniera, Vale una ballerina che fa coppia con lei, picchiata dal compagno, che trova rifugio a casa dell’amica. Eli, poi, stremata dai ritmi allucinanti del suo lavoro, rischia di patire sul piano della salute le sue scelte. Sullo sfondo, la crisi economica che tutti avvolge e condiziona.

Daniele Vicari (“Velocità massima”, “Diaz”) scrive e dirige un film che parla dell’Italia di oggi: la precarietà economica, il lavoro nero, le scelte famigliari. Restano una serie di domande: può Eli, nella condizione personale in cui versa, permettersi di mettere al mondo quattro figli senza essere un’irresponsabile? Quanto è masochismo o incoscienza, e quanto strada obbligata? Vicari non giudica, lasciando gli interrogativi allo spettatore. Musiche malinconiche in chiave jazz in sottofondo. Due interpreti notevoli, soprattutto la Ragonese, mentre i maschi fanno quasi tappezzeria.

Amarissimo, feroce e sincero.

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Meridiano d’Europa: 250 studenti da Torino a Bruxelles e Calais

Sono studenti, provengono da diverse città d’Italia, affronteranno un lungo viaggio per raggiungere Bruxelles e Calais.

250 giovani delle scuole superiori prenderanno parte, dal 6 al 10 maggio, al progetto “Meridiano d’Europa”, arrivato alla sua terza edizione, dopo le esperienze di Srebrenica e Budapest.

I ragazzi e le ragazze provenienti da Torino, Firenze, Trieste, Novara, Verbania, Bologna, Foligno e Parma si ritroveranno a Settimo Torinese, presso il Centro Fenoglio, struttura gestita dalla Croce Rossa Italiana che accoglie migranti del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati.

Da questo luogo partirà, sabato 6 maggio alle ore 16.00, il viaggio del Meridiano d’Europa 2017, iniziato mesi fa con percorsi di approfondimento in 15 Istituti Scolastici dello Stivale.

Prima della partenza è previsto un momento per spigare le ragioni che stanno alla base di questa iniziativa. Con noi ci saranno Monica Cerutti, Assessora della Regione Piemonte; Fabrizio Puppo, Sindaco di Settimo Torinese; Davide Mattiello, parlamentare membro della Commissione Giustizia e i rappresentanti della Croce Rossa e del Tavolo dei Giovani di Settimo.

Which Europe?” è il titolo di questa edizione che vedrà i giovani protagonisti di un’esperienza fatta di incontri, riflessioni e approfondimenti, in due luoghi simbolo dell’Europa: Bruxelles e Calais, appunto.

Città che rappresentano l’emblema della disgregazione di questa debole Europa e dell’indifferenza che rischia di condurre le nuove generazioni a non sentirsi più cittadini e parte di una storia europea.

Per questo il titolo di questa edizione: Quale Europa? Ce lo domandiamo, insieme, cercando risposte.

Calais, città al confine nord della Francia e ormai ultima frontiera d’Europa, è la città che, come Lampedusa, è diventata il simbolo di un’Europa incapace di rispondere alla sua missione storica di accoglienza.

Bruxelles, la città in cui le politiche dell’Unione Europea prendono forma, plasmate dagli incontri e dalle intese tra funzionari, deputati, uomini di governo e gruppi di pressione. Città multietnica, composita, sede affascinante delle istituzioni, ma anche grembo di grandi contraddizioni e frammentazioni sociali. Bruxelles, la città in cui dialogare con le istituzioni europee, che, prime tra tutti, hanno il dovere di regolare questi cambiamenti e queste forti incongruenze.

Per ragionare su quale Europa vogliamo per il nostro futuro, in questi giorni visiteremo il Parlamento Europeo; incontreremo associazioni e Ong che lavorano quotidianamente per dare aiuto e supporto ai migranti; vedremo il muro costruito a Calais per bloccare il flusso migratorio tra Francia e Inghilterra e ciò che rimane della “Giungle”, luogo che ha rappresentato di fatto, fino allo scorso autunno, il più grande campo profughi d’Europa.

Il Meridiano d’Europa è un progetto pensato per promuovere una cittadinanza attiva basata sulla condivisione di valori pluralisti e pacifisti. Per farlo siamo convinti sia necessario aumentare le nostre conoscenze, per comprendere, dibattere, reagire.  Per raggiungere questi obiettivi abbiamo scelto il viaggio, inteso come movimento, scoperta e incontro, per rendere efficaci i percorsi di conoscenza e di sensibilizzazione.

Vogliamo un’Europa diversa e per costruirla siamo convinti di dover partire dalla creazione di una cittadinanza europea: i giovani, le nuove generazioni sono loro il futuro.

Associazione capofila: ACMOS, Torino

Associazioni coinvolte nella rete:
–  Le Discipline, Firenze
–  21 Marzo, Verbania
–  Sermais, Novara
–  RIME, Trieste
–  Prendi Parte, Bologna
–  Share, Foligno
–  CIAC, Parma

 

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Oltre il ponte c’è la vita

Pubblichiamo questo articolo di un nostro compagno di strada, oggi impegnato in Siria.

Qui la settimana lavorativa comincia di domenica. E oggi è domenica di Pasqua. Pare che la festa della resurrezione si sia affermata sull’antica festa pagana che celebrava l’arrivo della primavera e dunque della vita. Domenica di Pasqua, prima volta che atterro in Iraq.

 

Nel Kurdistan iracheno, represso da Saddam, arricchitosi poi perché escluso dall’embargo internazionale sul petrolio. Erbil è dunque una grande città moderna del Medio Oriente. È piovuto, le valli intorno sono verdi e il cielo appare vasto e profondo. C’è traffico e da queste parti è la prima causa di mortalità, in fondo aveva ragione Begnini. I pannelli verdi dell’autostrada indicano Mossul. Comincio a chiedermi quanto vicino passeremo dalla città assediata. Forse un centinaio di chilometri ci separano da una delle roccaforti dell’Isis, ma la zona non è per nulla militarizzata.

 

Poi finalmente la frontiera con la Siria. Acquisito il lasciapassare della Rojava, la regione autonoma e rivoluzionaria dei curdi (30 milioni di persone senza patria) ci avviciniamo alle rive del Tigri. Un nome che dai tempi delle elementari mi incute rispetto, culla della civiltà. Le piogge hanno ingrossato il letto del fiume. Ci imbarchiamo per una traversata di pochi minuti. Mentre l’acqua scorre sotto la barca, penso alle migliaia di siriani che con mezzi di fortuna hanno solcato altri perigliose acque per cercare salvezza in Europa. Essere fra i pochi che rischiano in direzione ostinata e contraria mi carica di una responsabilità simbolica. Con il solo gesto dell’esserci, spero, con umiltà, di ricucire questa umanità comune lacerata dalla violenza, quella folle dell’Isis, un fantasma dietro ogni curva, o quella degli Stati, in primis la Turchia che si afferma con un lunghissimo nuovo muro tra i due paesi, o la Comunità Europea, che in fondo sta pagando il mio stipendio attraverso l’aiuto internazionale, senza esigere un vero cessate il fuoco.

 

La Siria in frammenti, come un vaso antico caduto al suolo, qui si mostra calma. Una tranquillità recuperata da poco e subito vissuta. In fondo, mi dico, le persone qui, come a Gaza, continuano a vivere. Come possono e fino a quando Dio lo vorrà. Condividere il destino di questa umanità mi conforta. Una vita vale una vita. Perché dovrei aver più paura di quanta non ne abbiano i miei vicini di casa, che ci accolgono con un sorriso di benvenuto, senza trapelare il dolore di battaglie che hanno portato via i loro figli?

 

Oltre la paura, c’è l’incontro. Non risolve nulla, ma è un primo passo. Oltre il ponte, quello galleggiante e precario per i pochi camion alla frontiera, o quello inesistente tra le comunità in guerra, come diceva Calvino, c’è la vita.

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#13 Diario Europeo: Populismo, euroscetticismo, sovranismo

A cura del Centro Studi di Acmos
Il primo turno delle elezioni presidenziali francesi ha ratificato la crisi in cui versano le categorie politiche classiche (e quindi dei partiti tradizionali), a cominciare dalla coppia “sinistra/destra”.

 

I due contendenti, Macron e Le Pen, sembrano piuttosto disporsi sull’asse “mondialismo (o globalismo) / patriottismo (o sovranismo)” e su quello “europeismo/euroscetticismo”.

L’altra categoria oggi in gran voga, quella di “populismo”, è senz’altro associabile alla Le Pen, ma per alcuni versi potrebbe attagliarsi bene anche a Macron.

 

Tutte queste nuove (relativamente) categorie politiche offrono elementi per cercare di comprendere il sentimento ostile all’Unione europea che va diffondendosi nel nostro continente.

I movimenti antieuropeisti vengono spesso genericamente indicati come “euroscettici” e/o “populisti”. Come è stato osservato, va comunque rilevata la differenza tra questi due orientamenti presenti in quei movimenti (talora più di accenti che di sostanza; tanto è vero che spesso è difficile distinguerli): possiamo dire che gli euroscettici protestano contro gli organismi sovranazionali come la Ue con le sue istituzioni, che hanno indebolito le sovranità nazionali; i populisti protestano contro le élites politiche o economiche nazionali. Infatti il populismo ha sostituito alla contrapposizione “destra/sinistra” quella “alto/basso”, “élite/popolo”: l’élite persegue obiettivi particolaristici (i suoi) ed è anche sinonimo di corruzione; il popolo, idealizzato, è un soggetto portatore e difensore di interessi comuni e di valori positivi. Il populismo contemporaneo conserva un tratto caratteristico di quello classico, come la centralità del ruolo del “nuovo” leader carismatico contrapposto alla “vecchia” classe politica, ma se ne distacca, almeno in alcuni Paesi europei, per il giudizio che dà della democrazia, in particolare diretta: invece di diffidarne, esaltando per contro il rapporto diretto tra capo e popolo, la rivendica proprio in funzione antioligarchica. Questa novità lo rende particolarmente insidioso e più difficile da combattere perché assume forme “democratiche”. Questa pericolosità vale naturalmente soprattutto per i populismi che potremmo definire “di destra” (recuperando la categoria tradizionale); per quelli “di sinistra”, come Podemos in Spagna, il richiamo alle forme democratiche risulta essere invece più sincero.

Con il termine “euroscetticismo” ci si riferisce di solito ad uno spettro di posizioni diverse: si va da chi rifiuta in toto l’idea di un’integrazione europea a chi ne accetta una di natura economica (la Ue come area di libero scambio) ma senza una moneta unica, a chi accetta anche la realtà di un’eurozona ma sempre senza un’integrazione di tipo politico.
Tutte queste forme di euroscetticismo partono da una comune radice di nazionalismo più o meno accentuato. Siamo di fronte ad un “neonazionalismo” che presenta, come già detto per il populismo, una differenza insidiosa rispetto al nazionalismo otto-novecentesco. Mentre quest’ultimo attaccava la democrazia come forma politica che introduceva divisioni nel corpo della nazione, contrapposizioni di valori ed interessi che minavano la coesione nazionale, l’attuale nazionalismo si presenta sotto le spoglie di un “sovranismo” che rivendica, oltre alla sovranità nazionale anche la sovranità popolare, annullata, ad esempio, dalle istituzioni sovranazionali prive di una piena legittimazione democratica: una sorta di “nazionalismo democratico” che vuole restituire ai cittadini il loro diritto di “scelta”.

Le elezioni francesi ci hanno offerto due varianti del sovranismo, quello “sociale” (Mélenchon) e quello “identitario” (Le Pen). Il primo mette l’accento su una condizione sociale, in particolare quella dei ceti popolari, minacciata dalla Ue che impone una politica di austerità e provoca i tagli ai servizi del Welfare. Il secondo, pur richiamandosi anch’esso alla difesa dei ceti popolari, insiste particolarmente sulle minacce all’”identità” francese (ma questo vale per tutti i “sovranismi identitari”, si pensi all’Ungheria di Orban): gli avversari sono l’immigrazione, l’islamizzazione, e naturalmente la Ue.

Le ragioni della diffusione del sentire tipico del populismo, dell’euroscetticismo e del sovranismo sono molteplici. Senz’altro, se guardiamo agli ultimi anni, a partire cioè dalla crisi del 2008, l’incapacità della Ue ad affrontare la crisi ha costituito la migliore benzina per il motore di quei movimenti (per non parlare poi delle politiche adottate, che in molti casi hanno addirittura aggravato la crisi). Questo rimanda ad una questione che ha radici più lontane: la Ue avrebbe dovuto difenderci dagli effetti nefasti della globalizzazione; a molti sembra invece il cavallo di Troia della globalizzazione. La Ue è l’unico argine allo strapotere dei mercati, ma in quanto costruita su un modello neoliberista non risulta credibile agli occhi di molti europei.

Guardando ancora più indietro, di fronte al fisiologico indebolirsi del ricordo della guerra non si è saputo formare una solida coscienza storica dei motivi che hanno condotto alla costruzione dell’Europa e dei valori che l’hanno originariamente ispirata. E questo ci conduce ad un’altra insufficienza: la mancata creazione di un “popolo europeo”, di un’opinione pubblica europea. Non esistono media, sindacati, partiti “europei” (i partiti presenti nel parlamento europeo, ad esempio, sono solo una rete di partiti nazionali): lo sforzo è stato concentrato nella creazione delle istituzioni e ci si è dimenticati di formare un popolo “europeo”.

Il nostro compito deve consistere, oltre che nell’interagire con le istituzioni europee, nel provare, con le nostre forze, a diffondere tra i giovani le ragioni storiche e valoriali dell’integrazione europea e a formare una vera “cittadinanza europea”.

 

#1-Il ministro del Tesoro della Ue

 #2- Brexit e profughi

#3-Il rinato impero asburgico contro i migranti

#4-La disintegrazione dell’Unione europea

#5 – Frontiere e nazionalismi

#6- Bruxelles “cuore” d’Europa

# 7 – Profughi: la nostra ignavia da Evian a Bruxelles

#8 – Un manuale antiretorico dell’Unione europea

#9 – Ventotene 2016

#10 – Orban e il referendum ungherese

#11 – Populismi ed euroscetticismi

#12 – L’unione a più velocità

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Zapatos

Quando mi chiedono “Ma com’è questa Colombia?” non so mai come rispondere, ci sono troppe “colombie” e colombiani per poterli definire e riassumere.

 

Nel paese, infatti, sono presenti almeno tre grandi gruppi etnici: i meticci, gli indigeni e gli afrocolombiani. 

 

I primi risultato della colonizzazione, di sangue europeo mischiato a sangue latino, di cui fa parte la maggioranza della popolazione, i secondi, sono coloro che sono stati riconosciuti come indigeni o si sono riconosciuti come tali, negli ultimi anni infatti, sono moltissimi i cittadini colombiani che hanno lavorato per ricostruire le radici che gli spagnoli hanno cercato di distruggere. I terzi, nipoti di quella infame schiavitù utile ai colonizzatori.

 

C’è un quarto gruppo, non riconosciuto costituzionalmente, di cui però fanno parte moltissimi colombiani: quello dei contadini. I contadini non sono distinguibili per il colore della pelle ma sicuramente per le millenarie tradizioni che li legano alla terra che abitano, che coltivano. Molte delle persone con cui ho la fortuna di lavorare, si presentano come contadine, con orgoglio.

 

Se dovessi dipingere un quadro della quotidianità della Colombia che vivo, sceglierei la frazione di Gualmatan, a 20 minuti di bus da Pasto, il capoluogo del Nariño, dove sto di casa da quasi due anni.

 

Gualmatan è un piccolo centro abitato, da cui si vede tutta la città di Pasto e, insieme a lei, offre anche una vista privilegiata sul Vulcano Galeras, che minaccia e vigila i suoi abitanti.  Per arrivare, prendo il pullman urbano C4, che attraversa il centro della città, per poi perdersi tra le campagne.

 

Riconosci di essere vicino a Gualmatan, per il fortissimo odore di mattoni che emanano le piccole case in cui si costruiscono, un odore che non avevo mai sentito prima. L’umanità è divisa in due, come per l’odore della benzina, c’è a chi piace, c’è chi non lo sopporta. Chi costruisce i mattoni tutto il giorno respira i fumi dei forni, usando solo una maglietta per coprirsi la bocca.

 

Superate le casette “dei mattoni”, iniziano i campi di cavolfiori, di patate e di cipolla, per il clima rigido infatti, non c’è una varietà ampia di prodotti come in altre zone. La maggioranza della popolazione è contadina e, sfruttando la vicinanza con la città, vende giornalmente i frutti dei propri campi ai mercati di Pasto.

 

Ho avuto la possibilità di lavorare almeno una volta ogni due settimane in questa cornice, sentendomi poco a poco a casa, per le sue stradine sterrate, temendo i cani che si affacciano minacciosi da tetti e porte, comprando dei fogli di carta per fare i laboratori, salutando i suoi abitanti e cucinando nella cucina della mia collega, che li vive.

 

L’equipe di lavoro della “Associazione per lo sviluppo contadino”, è composta infatti anche da contadini, che svolgono il ruolo fondamentale di conoscere le zone da cui arrivano e di portare le loro conoscenze nelle altre comunità. Una di queste è Ximena, una ragazza di 27 anni, che in Gualmatan vive con la madre, Doña Rocio, un metro e cinquanta di pura energia.

 

Insieme, fanno sforzi enormi per comunità, animando una associazione di contadini che li è stata costituita da una ventina di anni. La maggior parte dei laboratori che si fanno, con adulti e bambini, si svolge nella sala di casa loro, che puntualmente si riempie di sedie, di fango, di caffè rovesciato, di urla di bambini felici di essere li.

 

In questa comunità ho trovato una casa, dove parlo del più e del meno, tagliando una cipolla dell’orto per far provare la carbonara ai bambini, dove mi dimentico del freddo correndo dietro un pallone in un match organizzato tra le case, dove mi faccio prendere in giro per il mio accento strano e i miei pantaloni larghi.

 

Non so come sia la Colombia, ma cerco di capire come sono alcuni dei suoi spicchi più remoti, nascosti tra le Ande, in un verde difficile da descrivere.

 

Il mio lavoro, in questi ormai quasi due anni, è stato quello di insegnare ai 15 bambini che fanno parte del gruppo di giovani dell’associazione, a fare le fotografie, fare dei video, scrivere degli articoli, comunicare la bellezza del proprio territorio e dei propri valori. Mi emoziona vederli chiedermi ogni cinque minuti se gli impresto la macchina fotografica, agitarsi e prepararsi per un’intervista, colorare i disegni, vederli correre liberi tra le case.

 

Per loro, non sono più una buffa italiana, ma una presenza che li accompagna e li sprona a tirare fuori il coraggio di raccontarsi e raccontare i progetti che li vedono protagonisti. E quando mi chiedono che ci faccio ancora qui, è questa una delle risposte, sono questi piccoli colombiani e l’entusiasmo che li contraddistingue.

 

Torno sempre a casa stanca e sorridente, con le scarpe piene di terra e la voglia di continuare a percorrere queste strade.

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Giorni di impegno: le riflessioni del Wecare

Questi giorni importanti, tra il 25 aprile e il 1 maggio, hanno visto le diverse associazioni aderenti ad Acmos molto attive sui territori di provenienza.

A testimonianza di un lavoro diffuso e radicato che, da Verbania fino a Roma, passando attraverso Torino, Trieste, Novara, Sarzana, Bologna, Firenze, Foligno interviene direttamente sui territori, vivendone le dinamiche, promuovendo cambiamento.

Raccogliamo di seguito alcune impressioni e riflessioni maturate in questi giorni di passione civile.

Buona lettura!

 

“Ieri pomeriggio abbiamo avuto l’occasione di ascoltare la testimonianza di Denis Yao Sindete, attivista civile e oppositore politico del Benin. Un bel momento di convivialità durante il quale ci siamo incontrati per chiederci cosa significa oggi la festa di liberazione. Denis Yao Sindete, 58 anni, di Cotonou, alla fine degli anni ’70, è stato arrestato insieme ad alcuni compagni di università, per aver partecipato ad una manifestazione di protesta a favore della liberta’ di espressione e delle libere elezioni della rappresentanza studentesca, contro il regime di Kerékou. Denis è rimasto in prigione cinque anni, senza neppure essere processato. Fuggito dal carcere, trascorse diversi anni in clandestinità. Oggi ha una famiglia e lavora come docente nelle scuole popolari del suo paese. Collabora con Amnesty International che lo sostenne nel periodo di prigionia.

Tra le tante cose che Denis ci racconta, c’è la consapevolezza che i fardelli non possono essere portati singolarmente: che le responsabilità come le speranze, vanno sempre condivise – anche in carcere – altrimenti se ne esce schiacciati. “Io sono sopravvissuto al carcere perché sapevo di non essere mai solo”. E’ questo che ha salvato Denis. L’ agire collettivo non è il traguardo è semmai il mezzo per non stare a guardare, per coltivare – e la concretezza della metafora non è casuale – l’utopia.

Se questo è vero per lui, lo è ancor di più per noi, per il nostro tempo.”

Associazione “Ser.Mais” – Novara.

 

“Ricordare il settantaduesimo anniversario della Liberazione a Sarzana, significa ripercorrere quegli anni drammatici che hanno falcidiato un’intero territorio. La Resistenza che a Sarzana, che è stata molto vivace a causa della sua strategica posizione sul confine della linea gotica, si può datare già con gli avvenimenti del 21 luglio del 1921, è stata simbolo di riscossa per la popolazione civile che era oppressa dalla tirannia del nazi-fascismo. Una riscossa che è costata tanta fatica, ma soprattutto tanto dolore come, ad esempio, per l’immenso e violento rastrellamento del 29 novembre del 1944. A decine si contarono in quegli anni drammatici i soprusi verso le donne e i bambini, le torture e le uccisioni. Proprio per questo, in un periodo come quello attuale, caratterizzato da episodi che minano l’identità dell’intero continente, crediamo che sia necessaria più che mai una vivace ricerca di un senso di appartenenza, che affondi le proprie radici nel passato e lo sguardo verso il futuro: un argine alla diffusione di una memoria storica troppo breve e uno strumento di riflessione per la quotidianità.”

Associazione “L’Egalitè” – Sarzana.

 

“Difficile definire cosa sia la “Resistenza”: oggi ognuno di noi potrebbe dare una risposta diversa. C’è chi si rifarebbe alla Storia, alle esperienze forti vissute durante la Guerra; c’è chi racconterebbe il tentativo passivo, ma viscerale e sacrosanto di non lasciarsi travolgere dagli eventi negativi che questo mondo di riserva; c’è chi racconterebbe la storia profumata del tentativo di creare bellezza a partire dal luogo in cui si vive, che sia la propria città, il proprio Paese, l’Europa o il mondo. E il bello di questa giornata è che sono tutte risposte giuste.

La Storia ci ha lasciato un’eredità importate, il presente però ci riserva sfide mutate per forma e contenuti, ma pari per importanza e complessità. Per questo bisogna provare a dare una risposta al nostro tempo, che sia l’unione di tutti questi elementi: conservare memoria, difendere il valore di Esistere, praticare impegno. La Resistenza di ieri, la Resistenza di oggi: imparare dal Passato, per comprendere il Presente e costruire consapevolmente il Futuro.

E per riprendere la celebre vignetta di Vauro, alla domanda di come è andata a finire quella bella storia della Resistenza, la risposta dovrebbe sempre essere: “Continua”.”

Associazione “21Marzo” – Verbania.

 

“Quello che per noi è il 25 Aprile oltre ad essere un momento di festa, di celebrazione, di ricordo credo sia anche un rimettersi di fronte a noi stessi attraverso le vite di chi ci ha preceduto e di chi ha liberato il nostro paese dal dominio nazifascista. Questo confronto diacronico con la situazione antica, con le persone che l’hanno animata è un porre se stessi di fronte alle proprie responsabilità rispetto al processo storico che dalla Liberazione doveva scaturire. E quindi un domandarsi: qual è il nostro ruolo? Qual è la nostra posizione rispetto alla situazione presente? Quali i risultati raggiunti, quali quelli che ancora mancano? Insomma, il 25 Aprile è quel momento in cui rifletti sui percorsi che stai compiendo, coi tuoi compagni e guardando con loro la strada che ti trovi di fronte pensi con un sorriso nel cuore: c’è ancora un bel tratto di sentiero da percorrere…”

Associazione “PrendiParte” – Bologna.

 

“L’associazione Le Discipline, come da tradizione, ha scelto di festeggiare il 25 aprile in piazza, al “pranzo resistente” organizzato dall’ANPI, così si è creato un lungo tavolo composto dalla nostra famiglia associativa e da varie altre realtà.

Abbiamo deciso che condividere questa giornata importante fosse il modo migliore per ricordarci la strada da seguire, per dirsi ancora una volta da che parte stare, per essere moderni partigiani continuando a difendere le libertà che abbiamo ottenuto.

Così il nostro 25 aprile è iniziato con tante chiacchiere e risate durante la lunga, a tratti infinita, attesa per prendere un tavolo, cibo, sole, tarantelle, foto, ed è finito la sera con un grande cerchio a terra, con una chitarra prestata, a cantare canzoni…piene di libertà.

La libertà che il nostro paese ha conquistato il 25 aprile 1945. Celebrare la libertà significa fare memoria ogni giorno e farlo vuol dire prima di tutto dare la possibilità a chi non c’era di conoscere la Resistenza. Per questo oggi omaggiamo più che mai Silvano Sarti, 92 anni, presente con noi in piazza con gli occhi commossi. Insieme a lui vogliamo però ricordare e mantenere il nostro impegno verso chi resiste, oggi, nel mondo, alla vita.”

Associazione “Le Discipline” – Firenze.

 

“Con il passare degli anni purtroppo il numero dei testimoni diretti della Resistenza diminuisce sempre di più: il rischio è quello di passare dalla memoria al ricordo. Come giovani cittadini sentiamo nostra la sfida di mantenere viva quella memoria, provando a portare nel nostro tempo i valori, le idee e le speranze che animavano i giovani partigiani. Per questo non possiamo che guardare con preoccupazione agli eventi che agitano il nostro Paese e il restodell’Europa: ci preoccupa l’uso che le destre xenofobe fanno della paura dei cittadini contro altri cittadini e delle reazioni che nascono nelle nostre periferie in risposta ad un’Europa che negli anni non ha saputo avviare un vero processo di integrazione. Crediamo che l’Europa nata a Ventotene sia ancora oggi la risposta migliore a chi propone risposte semplicistiche e antistoriche che in passato hanno già condotto il nostro continente sull’orlo del baratro. Solo recuperando i motivi profondi del nostro essere europei saremo pronti ad affrontare le sfide globali che ci attendono per il futuro, solo recuperando l’orizzonte originario di chi ha avuto la forza di immaginarsi un altro mondo dopo le barbarie dei conflitti mondiali troveremo le forze per sentirci europei.”

Associazione ACMOS – Torino.

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