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Cresciamo insieme: il Servizio Civile di Acmos

di Chiara Andena

È iniziato questa settimana l’anno di Servizio Civile Nazionale di quattro volontari presso l’associazione ACMOS di Torino.

 

 

Il progetto “Cresciamo insieme: per una Barriera di Milano dell’intercultura e della legalità”, scritto e realizzato dall’ente in collaborazione con la Città di Torino, prevede la realizzazione di attività educative nelle scuole e sul territorio di Torino, in particolare in Barriera di Milano, per coinvolgere i giovani in percorsi di riflessione e impegno sulla mediazione dei conflitti, sull’intercultura e sul contrasto all’esclusione e alla criminalità organizzata.

 

Cuori pulsanti del progetto saranno Casa Acmos, la sede dell’associazione, e il Performing Media Lab, un bene confiscato oggi riutilizzato per attività educative, momenti di formazione e sperimentazione di nuovi linguaggi.

 

Per Roberto, Mesmer, Chiara e Fabio sarà un’occasione di formazione, incontro, crescita e impegno civile. Ci auguriamo che sia per loro un’esperienza unica e coinvolgente e capace di incidere sul futuro del nostro territorio e dei suoi giovani cittadini.

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Sui binari della memoria: la strage di Torino del XVIII dicembre 1922

Domenica 17 dicembre, dalle 14.30, un viaggio sui binari del tempo: le stragi, la resistenza.
Un tour in tram per Torino.
La prenotazione è obbligatoria scrivendo a: eticaelavoro@gmail.com.

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L’Emporio: il luogo giusto per il tuoi regali di Natale

L’Emporio, in via Marsigli 14 a Torino è una bottega dove si respira il profumo dell’attenzione all’ambiente, al biologico, ai piccoli artigiani, ai prodotti di Libera Terra.
Il luogo giusto per fare i vostri acquisti natalizi e sostenere le attività di Libera ma non solo.

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Torino: un piazzale in memoria di Mauro Rostagno, finalmente

Care Maddalena, Chicca, Monica e Carla. Caro Pietro,
vi chiediamo innanzitutto scusa se oggi non siamo lì con voi in questo momento tanto atteso.

A parte questo, ci viene da riassumere la giornata di oggi con poche parole: ce l’abbiamo fatta. Tutti.

 

E siamo felici di vedere che, dopo avervi fatto una promessa importante, quattro anni fa, siamo riusciti a mantenerla. Per voi, per Mauro.

Molti di noi, quando seppero dell’intitolazione a Mauro, da parte del Comune, di un’area di Torino, reagirono felici, salvo poi iniziare a chiedersi cosa fosse un sedime, dopo aver saputo quale fosse l’area a Mauro dedicata.

Sedime.

Una parola che abbiamo iniziato a conoscere quattro anni fa (era il 15 ottobre 2013), maturando in parallelo una promessa: non ci fermiamo qui.

Anzi, il lavoro sarebbe iniziato proprio allora.

Non nascondiamo che il dispiacere fu molto, ma all’insoddisfazione abbiamo deciso di reagire propositivamente, prima di tutto organizzando alcuni incontri con i ragazzi della Parrocchia. Abbiamo passato con loro due freddi pomeriggi di febbraio di fronte a un muro sporco e anonimo, provando nel nostro piccolo a raccontare a quei ragazzi le tante vite di Mauro. E, proprio in quei momenti è nata l’idea di colorare quel muro, di rendere bello e vivo un luogo che apparentemente non lo era. In quell’occasione, inoltre, dal momento che erano passati quattro mesi e ancora nessuna targa era stata apposta, decidemmo di realizzarne una proprio con quei ragazzini, che andammo ad appendere ad un lampione.Maturammo l’idea di realizzare un murales per Mauro, cercando di organizzarci per conto nostro e di realizzarlo da noi, poi provando a capire quale writer potesse aiutarci nell’impresa, infine, con l’aiuto della rete di Libera Piemonte, coinvolgendo le scuole piemontesi nel concorso dell’anno scorso.Non avremmo mai pensato che il nostro sogno si sarebbe realizzato con la giornata del 26 settembre scorso e di oggi. Ci è voluto tanto tempo, lo sappiamo e ce ne dispiace, ma Mauro e la sua famiglia di pazienza ne hanno tanta: non dimentichiamoci mai, nessuno di noi e di voi che siete lì oggi, che ci è voluto un quarto di secolo, 67 udienze, 144 testi e 4 perizie perché finalmente venisse pronunciata “nel nome del popolo italiano” la verità. E che ancora il 13 maggio 2016 è iniziato il processo d’appello, e l’anno prossimo saranno 30 anni dal delitto.Ora, quella che a noi sembrava un’impresa un po’ folle e irraggiungibile è una realtà per tutti i cittadini di Torino che passeranno per questa zona.Un posto in cui i torinesi conosceranno un concittadino troppo spesso dimenticato, anche da quelle Istituzioni che avrebbero dovuto averne maggiore e più seria cura.Oggi non ci sono vittorie, oggi, più semplicemente, ufficializziamo il fatto che finalmente Torino ha un posto degno di Mauro, dopo anni passati a rivendicare che Mauro era degno di un posto che lo ricordasse.

È per noi una sensazione strana: come se finalmente il mosaico avesse preso forma ed ordine, e tutto fosse finalmente nel posto in cui dovrebbe essere.

Sperando che il suo volto sorridente possa contagiare di felicità i molti volti che lo incontreranno.

Perché ‹‹la lotta alla mafia – lo sappiamo bene – è gioia di vivere››

 

 Vi abbracciamo forte.

 

Alberto, Annalisa, Cristina, Fabio, Fulvio, Giulia, Laura, Paolo (i ragazzi del Presidio Mauro Rostagno di Torino)

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#22novembre 2017, facciamo crescere sicurezza

Il 22 novembre, Giornata Nazionale per la Sicurezza nelle Scuole abbiamo marciato per le vie di Torino per chiedere scuole più sicure e più belle. Lo abbiamo fatto nel giorno dell’anniversario della morte di Vito Scafidi, giovane morto sotto il crollo del controsoffitto della sua aula, ma abbiamo ricordato tutte le vittime dell’edilizia scolastica: i bambini di Gan Giuliano di Puglia e i giovani dell’Aquila. Giunti ai giardini reali abbiamo realizzato il frash mob “Facciamo crescere sicurezza” e abbiamo fatto un’assemblea sul tema sicurezza.

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L’insulto

A Beirut, in un quartiere non troppo benestante, ci sono lavori in corso per ristrutturare le vie e le facciate esterne degli edifici. Per un battibecco da poco si scontrano il meccanico cristiano Tony (A. Karam) e il direttore dei lavori palestinese Yasser (K. El Basha): il secondo insulta il primo, che si sente ferito nell’orgoglio, anche perchè militante della destra religiosa, da sempre ostile ai palestinesi. Le scuse non arrivano, seppur tentate con la mediazione delle mogli dei due, oltre che del capo di Yasser. La diatriba continua e si arriva in tribunale, ma ormai le cose sono sfuggite di mano, la vicenda assume un profilo mediatico e politico, che va ben oltre la scaramuccia di partenza.

Con una solida sceneggiatura, Ziad Doueri dirige una pellicola inquietante nella sua potenziale attualità, che riflette sulle ragioni storiche dell’odio mediorientale, in particolare in Libano, sul nazionalismo dilagante, sulla società odierna in cui i social network tutto amplificano, sui meccanismi culturali e l’orgoglio meschino dei singoli. In tribunale, infatti, non saranno risparmiati colpi bassi agli avversari, pur di vincere il processo.

El Basha, straordinario nel tratteggiare il suo personaggio con misurata sobrietà, premiato alla Mostra di Venezia, come migliore interprete.

Da non perdere.

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Happy End

A Calais vive la famiglia Laurent, il cui vecchio patriarca Georges (J. L. Trintignat) è sempre più debilitato dagli acciacchi del corpo, stanco di fare fatica nella quotidianità. Ha due figli: Anne (I. Huppert) che cerca di mandare avanti una delle aziende di famiglia, affidata al proprio figlio Pierre, che però non si rivela capace di adempiere alla responsabilità; Thomas (M. Kassovitz), che ha una giovane compagna da cui ha appena avuto un bambino, ma anche un ex moglie e una figlia tredicenne di nome Eve, che va a vivere con il padre, dopo che la madre è stata ricoverata in ospedale. E’ spesso attraverso il suo sguardo, di giovane adolescente che osserva la famiglia dove è stata accolta, che la storia procede nella narrazione. E più Eve (e Haneke, e noi spettatori di conseguenza) osserviamo, più emergono le contraddizioni, le ambiguità, le meschinità, la vigliaccheria, la frustrazione, la  bassezza umana di molti personaggi. L’alta borghesia benestante non è al riparo dai vizi. Intorno, la società quasi non esiste, nonostante bussi alle porte in maniera incipiente: i migranti nella Calais odierna sono la fotografia dell’attualità e allo stesso tempo la metafora dei nostri tempi, di quello che il benessere apparente non ci fa percepire. Film sospeso, fin dal titolo, che fa una satira al vetriolo di una classe sociale.

Michael Haneke, con il consueto sguardo implacabile e il ritmo misurato, scrive e dirige l’ennesima storia ferocissima: qui non c’è violenza fisica, ma non per questo è meno inquietante. Un terzetto di interpreti ammirevole, in cui spicca la performance dell’ottantasettenne Trintignant. Haneke diventa sempre più pessimista: poca musica, molte inquadrature fisse, la finzione su cui indugia è vicina alla realtà, e forse ne è copia fedele, in maniera inquietante.

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35° Torino Film Festival

 

Il Torino Film Festival è cominciato venerdì scorso con il film d’apertura, “Finding your feet” di R. Loncraine, commedia sentimentale inglese, della terza età: Sandra (I. Staunton) lasciata dal marito, abbandona un mondo di alta borghesia e si fa ospitare dalla sorella maggiore Bif, decisamente meno inquadrata e più “proletaria” nello stile di vita. La convivenza, e un corso di ballo con altri amici, faranno maturare la protagonista.

Tra i film italiani, da citare almeno “Tito e gli alieni”, dove uno stralunato  Valerio Mastandrea è un professore napoletano in Arizona, vicino all’Area 51, che cerca di captare messaggi dallo spazio ed è alle prese coi giovani nipoti speditigli dal fratello; “Riccardo va all’inferno”, rilettura dark-pop-psicanalitica-psichedelica del Riccardo III di Shakespeare, ambientata nella Roma criminale odierna; l’ultimo capitolo della banda di ricercatori di “Smetto quando voglio” con la conclusione della trilogia, in maniera scoppiettante e divertente. Il film della Comencini ha diviso la critica, chi scrive l’ha trovato detestabile (per la cronaca, si chiama “Amori che non sanno stare al mondo”).
Ancora da citare, “The disaster artist”, diretto e interpretato da James Franco, sorta di omaggio all’Ed Wood degli anni 2000 di Hollywood (anche se Franco se la tira un po’ troppo); “La cordillera”, thriller sudamericano con Ricardo Darin, nel ruolo del presidente argentino, alle prese con un importante meeting di premier dell’America Latina e un problema famigliare con la figlia.
Sicuramente da vedere “The death of Stalin”, crudele e politicamente scorretto racconto, dei giorni successivi alla morte del dittatore sovietico e la spartizione del potere tra i suoi successori (Berjia, Krusciov, Molotov).
Uno strepitoso Geoffry Rush in “Final portrait”, quinta regia dell’attore Stanley Tucci, dedicato all’ultimo periodo della vita dell’artista Alberto Giacometti.
“Bamy”, horror giapponese, è al di là di ogni comprensione, quindi non scomodatevi a cercare di capirlo.
“Beast”, film inglese dal fascino inquietante e “Arpòn”, film argentino molto  forte, meritano uno sguardo.
Il festival finisce sabato e c’è ancora tanto da vedere.
Buona visione!
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Piccolo viaggio attraverso tre esperienze virtuose di agricoltura non tradizionale

Cosa e con quali tecniche verrà prodotto ciò che mangeremo nei prossimi decenni? Quale tipo di produzione
alimentare sarà in grado di dare maggiori garanzie in termini ecologici, sociali e di accesso democratico al cibo?
Se, come dice il mai troppo lodato Piero Angela, “La creatività è soprattutto la capacità di porsi continuamente delle
domande.”, ci deve rassicurare sapere che, anche in agricoltura, la creatività non manca.
Le domande, in questo caso, sono purtroppo fortemente stimolate da temi tanto dolorosi quanto urgenti: scarsità di
risorse idriche e di terreni produttivi (la deforestazione deve essere arrestata), moltiplicazione di fenomeni
metereologici estremi, continuo aumento della popolazione mondiale, sono solo alcuni tra questi.
Comprendiamo così come tecniche di coltivazione quali l’idroponica (coltura senza suolo o fuori suolo),
l’aquaponica (circuito basato sulla combinazione di idroponica e acquacoltura) e l’aeroponica (sviluppo in serra di
piante senza l’utilizzo di terra o di qualsiasi altro aggregato di sostegno ), trovano sempre più spazio in relazione
alle problematiche che abbiamo citato, proponendo esperienze, anche molto differenti tra loro, per contesto, livello
tecnologico adoperato, obiettivi perseguiti.
Comune denominatore: sperimentare modelli virtuosi, capaci di rappresentare azioni complementari
all’agricoltura tradizionale.

Piccolo viaggio attraverso tre esperienze:

Cascina Saetta si trova in un bene che fin dagli anni ottanta era stato utilizzato come ricovero di armi e base
operativa per latitanti, il primo ad essere confiscato nella provincia di Alessandria.
Da poco più di un anno, l’associazione Parsifal, parte della rete di Libera Alessandria, ha avviato un progetto
sperimentale/didattico di acquaponica. Filtrando opportunamente gli scarti delle acque delle vasche in cui vengono
allevati pesci, crescono insalate, erba cipollina, pomodori (buonissimo il pesto di erba cipollina che hanno prodotto!)
Un luogo che, da presidio di illegalità, è divenuto uno spazio in cui la sostenibilità ambientale, il responsabile
utilizzo delle risorse (il circuito acquaponico genera un ridottissimo consumo d’acqua), la formazione sui temi
dell’antimafia, a partire dagli ecoreati, vogliono essere solo l’inizio di un percorso ambizioso. Cascina Saetta si
propone infatti di crescere ulteriormente e verificare come diventare un modello produttivo capace di generare posti
di lavoro.
https://www.facebook.com/CascinaSaetta/

ROOF WATER-FARM si trova a Kreuzberg, in quel di Berlino, guarda caso in un contesto di housing sociale nato
nel 1987. Si tratta di un’associazione di ricerca che indaga sulle opportunità che possono offrire sistemi integrati
di trattamento delle acque per l’irrigazione e la fertilizzazione di serre da tetto.
Il Ministero Federale dell’Istruzione e della Ricerca finanzia questa ricerca, orientata allo sviluppo di tecnologie
colturali per la produzione di piante e pesci, in combinazione con tecnologie di trattamento delle acque
decentralizzate per l’acqua piovana, le acque grigie e le acque nere.
Quanto e come possono coesistere la gestione innovativa delle acque cittadine e la produzione di cibo urbano?
Questa esperienza sembra fornire un valido contributo allo sviluppo e alla resilienza di infrastrutture multifunzionali
e sostenibili.
Città self-made? Ribadendo che parliamo di esempi complementari all’agricoltura tradizionale (ma quella sana!)
non si può non osservare come trattamento delle acque reflue, sviluppo urbano e legislazione alimentare nel
prossimo futuro, devono trovare la via per dialogare in maniera intelligente.
http://www.roofwaterfarm.com/en/

Jellyfish Barge funziona! Parliamo sostanzialmente di un miracolo, una serra in grado di galleggiare su acqua
salata (il 97% delle acque presenti sulla nostra terra è salata), capace di far crescere verdura a pieno ritmo.
Un’idea visionaria capace di dare un grande contributo ad un futuro sostenibile.
Il modulo sembrerebbe rispondere a più problemi: siccità, indisponibilità di suoli coltivabili, ricadute ambientali per
la produzione di energia necessaria per i sistemi produttivi, aumento della popolazione mondiale.
Soffermandoci solo su uno di questi fattori, Stefano Mancuso (colui che ha brevettato Jellyfish Barge con la sua
start up universitaria PNAT), nel suo libro “plant revolution”, ci ricorda che “nel suo più recente rapporto annuale sui
rischi globali, il World Economic Forum cita la mancanza di acqua dolce come la più importante minaccia in termini
d’impatto potenziale. Una ricerca pubblicata dall’Università della California porta convincenti prove che la terribile
siccità che, a partire dall’inverno 2006, per tre anni consecutivi, ha colpito la Siria e la grande area della Mezzaluna
fertile, dove l’agricoltura stessa è nata circa dodicimila anni fa, è stata uuna delle principali cause scatenanti la
guerra civile in Siria”.
http://www.pnat.net/jellyfish-barge.php

Mettendo da parte queste tre esperienze, guardandoci intorno con maggiore attenzione, non possiamo non
osservare che siamo già consumatori di vegetali frutto di innovazione, basti pensare all’Olanda (per sua natura
innovatrice) e a tutti i prodotti che arrivano sui nostri mercati. Utilizzare la tecnologia, di per sé non buona o cattiva
per definizione, non è solo lungimirante ma anche urgente.
Chiudo riprendendo le parole finali del libro di Stefano Mancuso, lucide e sfidanti:”E’ troppo! Ci abbiamo provato, e
abbiamo perso molto tempo: abbiamo anche preparato un bellissimo elevator pitch e un buon business plan, non
volevamo sottrarci a tali richieste, ma le difficoltà sono rimaste insuperabili. Vi farò un solo esempio: nel business
plan appariva che produrre un cespo di insalata con Jellyfish costava, ovviamente, più che produrlo in una normale
serra. Non molto, ma un po’ di più sì. E’ ovvio che sia così: se nel prezzo del cespo d’insalata prodotto in una
normale serra si tenesse conto anche dei costi per l’ambiente e delle risorse consumate, allora il bilancio sarebbe
molto diverso e di gran lunga favorevole al cespo d’insalata prodotto con Jellyfish. Ma questo non interessa a
nessuno. L’ambiente in cui viviamo, il nostro intero pianeta in un certo senso, è gratuito. […] Consumare le risorse
di tutti si può certo fare gratuitamente, e senza business plan. Quello che interessa al mercato è un sistema che
permetta di aumentare i profitti, non qualcosa che faccia mangiare le persone senza consumare le risorse del
pianeta. Questa è roba da fricchettoni, al massimo da papa Francesco, non da posati signori del denaro.
Comunque sia, noi non ci scoraggiamo; prima o poi, inevitabilmente, servirà coltivare il mare per produrre cibo.
Sappiate che Jellyfish Barge è già pronta e funzionante”

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#siiussoli: una delegazione torinese incontra Pietro Grasso

Da Torino a Roma per incontrare il Presidente del Senato Pietro Grasso.

La delegazione torinese de “L’Italia siamo già noi!”, che ha manifestato e organizzato il presidio permanente in Piazza Castello a Torino, è stata ricevuta dalla Seconda carica dello Stato per raccontare il percorso fin qui intrapreso e spingere affinché l’Aula calendarizzi la discussione della legge sullo #iussoli.

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Ogni tuo respiro

Robin Cavendish (A. Garfield) ha raggiunto un obiettivo considerato impossibile: conquistare la giovane Diane (C. Foy). Si sono sposati e lei ha seguito lui in Kenya, nelle sue questioni di lavoro, sul finire del 1958. Robin contrae la poliomielite, poco dopo aver appreso che Diane è incinta, e viene ricoverato in un ospedale africano. Trasferito in un ospedale inglese nel 1960, incapace inizialmente di parlare, vorrebbe soltanto morire, considerato che è paralizzato dal collo in giù, oltre che attaccato a un respiratore, e le sue speranze di vita sono da considerare stimabili in pochi mesi. La moglie non ha nessuna intenzione di assecondarlo e grazie alla sua testardaggine, Robin lascerà l’ospedale per tornare a casa e vivrà per oltre vent’anni, durante i quali, al limite dell’incredibile, viaggerà per il mondo, anche per mezzo dell’invenzione folle di un suo amico, un prototipo di sedia a rotelle con respiratore annesso.

Storia vera di Robin Cavendish, diretta da Andy Serkis (la voce originale di Gollum), qui all’esordio nella regia. Conta per i temi che affronta, al di là di avere già il merito di narrare una vicenda misconosciuta: la disabilità e il diritto all’autodeterminazione dei pazienti, il fine vita e il concetto stesso di esistenza in simili condizioni, ma quel che sorprende è, per dirla con Rosanna Benzi (andate a rileggervi la sua storia, per molti aspetti simile), il suo “vizio di vivere”, che contro ogni previsione medica ha la meglio su tutto. Un vitalismo lungo due decenni, che si deve in gran parte alla moglie che non lo abbandona al suo destino e ai suoi desideri di morte. Una coppia di attori in gran forma, con Garfield che deve comunicare con la sola voce e le espressioni del viso.

Commuove e fa riflettere, ma non è un film triste: un atto d’amore per la vita.

Prodotto da Jonathan Cavendish, figlio di Robin.

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#22novembre: facciamo crescere sicurezza

Anche quest’anno il 22 novembre saremo in piazza per chiedere maggiore sicurezza negli edifici scolastici e maggiori investimenti nella  cultura della sicurezza. Lo faremo nel giorno dell’anniversario della morte di Vito Scafidi, giovane diciassettenne rimasto schiacciato dal crollo del controsoffitto mentre si trovava a scuola, il liceo Darwin di Rivoli. Ma il 22 novembre dal 2015 è diventata anche una data iscritta nel calendario repubblicano: la giornata Nazionale della sicurezza nelle scuole.

Anche l’Ufficio scolastico Regionale ha divulgato una circolare nella quale invita studenti e professori a partecipare all’iniziativa.

Scarica la locandina dell’iniziativa

 

Programma:

  • Ritrovo in piazza Castello, fronte prefettura, alle ore 9:30, dove una delegazione incontrerà il Prefetto, Sua Eccellenza Renato Saccone
  • a seguire, la marcia lungo via Po verso via Rossini, con un accompagnamento musicale e la lettura dei nomi di tutte le vittime dell’edilizia scolastica
  • conclusione in via Rossini, alle ore 10:30, presso il parcheggio dell’Auditorium della Rai, momento di musica e di parole, in ricordo dei tragici avvenimentiIn contemporanea, alle ore 11:00:
  • Smart mob “Facciamo Crescere Sicurezza”, presso i Giardini Reali. Gli studenti prepareranno il “fertilizzante” con cui alimentare la pianta della sicurezza, indicando gli elementi fondamentali per consentire la crescita della sicurezza. Gli stessi andranno a costituire, simbolicamente, il contenuto di una bottiglia di fertilizzante che porteranno a scuola, insieme ad una pianta che sarà loro donataAccanto a questa iniziativa, anche Videobox, per raccogliere la voce degli studenti sul tema e per la creazione di “pillole video”, messe poi a disposizione delle scuole e del MIUR.
  • Assemblea delle delegazione studentesche presso l’Itis Avogadro (aula magna), per parlare con le Istituzioni di “Sicurezza scolastica: facciamo il punto”. Vista la capienza dell’aula, si richiede di iscriversi tramite invio di seguente indirizzo: fondovitoscafidi@benvenutiinitalia.it

 

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Un tavolo per raccontarci

Un semplice tavolo può essere un bel modo di raccontarsi, di raccontare come vedi il mondo e come vuoi che cambi.

In Casa Acmos, qua in via Leoncavallo, nel quartiere Barriera di Milano, nelle strutture dell’ex fabbrica Ceat il tavolo è grande, formato da tre plance che compongono un disegno, e riempie gran parte della sala. Attorno a questo tavolo si siedono ogni giorno tante persone, perlopiù giovani. Ci si siedono i tredici residenti fissi della comunità, che provengono da paesi e continenti diversi, e le cui storie si sono incrociate qui per scelta o per necessità. Intorno a questo tavolo si siedono i gec, gruppi di educazione alla cittadinanza. Oltre a incontrarsi settimanalmente ognuno di questi gruppi di ragazzi ogni anno per due settimane si trasferisce tra queste mura mettendo in discussione le proprie abitudini quotidiane, abbracciando le scelte e le esigenze della comunità, quindi di tutti e di ciascuno. Questa è anche la sede dell’associazione e allora tanti altri lavoratori e volontari si fermano per uno spuntino e una chiacchierata. Il venerdì attorno al tavolo si aggiungono dodici ragazzi somali, per la scuola d’italiano del mattino e per il pranzo dopo il momento di preghiera in moschea. A volte capita che ci siano classi e studenti, a volte amici di altre associazioni da altre parti d’Italia e del mondo. Si parla italiano, inglese, pular, somalo, arabo, spagnolo, talvolta piemontese, ma si parla anche tanto anche attraverso gesti, sguardi e sorrisi.

Si beve acqua del rubinetto, e il cibo in tavola è selezionato: è conseguenza di un menu definito, pensato per venire incontro alle esigenze di tutti, per non avere un’impronta ecologica troppo pesante e per permettere una spesa intelligente che non produca troppi sprechi. Pochi prodotti di origine animale, tanta frutta e verdura, e tanta fantasia dei cuochi che si alternano nei turni ai fornelli, per salvare quel che sta andando a male, per ridare vita agli avanzi o ai regali e per sbizzarrirsi con i pochi ingredienti a disposizione. Il giovedì si mangia lo stew, piatto nigeriano, il lunedì sera il mafe gardè, salsa tipica gambiana fatta di burro d’arachidi, il martedì un piatto a sorpresa della cucina romena.

Tutti sono parte della vita intorno al tavolo, che è sempre in cambiamento. Quest’anno per esempio ogni gec si prende a cuore un prodotto, ne studia la filiera e poi fa una scelta critica per l’acquisto, individuando produttori e fornitori che rispettino i diritti dell’ambiente e dei lavoratori. Alla fine dell’anno il tavolo e la dispensa saranno molto diversi.

Capita anche che questo tavolo si sposti: da quest’anno ogni mercoledì sera si trasferisce in un dormitorio per senza fissa dimora, dove si condivide con gli ospiti il momento conviviale della cena preparata in Casa Acmos con cibo invenduto di un supermercato che altrimenti andrebbe buttato.

Dopo cena poi, dopo aver sparecchiato e sistemato tutto, intorno al tavolo si siedono i ragazzi e gli animatori, talvolta qualche ospite, per discutere e confrontarsi su se stessi, su quel che ci sta accadendo intorno, dalla nostra città all’Africa, passando per il Medio Oriente, su quello che vorremmo succedesse e su come agire perché avvenga. È vero che siamo costantemente iperconnessi e abbiamo infinito accesso alle informazioni, ma certi fenomeni –la povertà e la disoccupazione, la corruzione e le disuguaglianze, le discriminazioni e la violenza, le migrazioni e lo sfruttamento, il reperimento e l’uso delle risorse, l’inquinamento e i cambiamenti climatici- spesso sembrano troppo grandi e complessi e questo diventa un alibi per non farsi carico della responsabilità di agire.

La sfida di questo tavolo di un’ex fabbrica di periferia è con umiltà provare a riconciliare l’uomo tra gli uomini e l’uomo con l’ambiente in cui vive, tenendo insieme il passato e il futuro, le esigenze quotidiane e la visione globale. La sfida è soprattutto tenere insieme riflessione e concretezza attraverso scelte consapevoli e azioni coerenti.

Casa Acmos è nata quindici anni fa proprio per questo. Non a caso proprio accanto al tavolo sulla parete sta un manifesto che mette al centro la sovranità, la tenacia nel sognare e l’impegno quotidiano. I pilastri che propone – la nonviolenza come modo di affrontare le relazioni in una dimensione di accoglienza, la formazione permanente e l’attenzione ai consumi– sono direzioni e linee guida imprescindibili, ma ogni gruppo poi sceglie come metterli in pratica nel momento storico in cui vive, con gli strumenti che ha.

La vita quotidiana è il primo banco di prova, per dimostrare che le riflessioni sono praticabili, se c’è la volontà, con i limiti della realtà. Occorre volerlo e organizzarsi, mettendo in gioco prima di tutto la propria vita.

Sul manifesto accanto al tavolo ci sono i volti di Rita Atria e Tina Motoc, vittime innocenti di mafia, ma anche e soprattutto vittime di solitudine, per ricordare che la discriminante è sempre quanto un percorso di questo genere riesce a essere inclusivo: non a caso la porta in Casa Acmos è sempre aperta.

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